Il Settecento si apre con l’assolutismo di Luigi XIV in Francia per poi passare alla monarchia costituzionale in Inghilterra, dove si avvia la rivoluzione industriale.
Il metodo d’indagine scientifico-matematico è applicato a tutti gli ambiti del sapere. Tutto ciò che appare deve essere confermato dalla ragione: l’ipse dixit non ha scampo, e neanche il fideismo. La razionalità applicata alla natura (meccanicismo, fisica, chimica...) rende superfluo l’intervento di un Dio (come creatore, come regolatore...). La natura e l’intelletto umano si fanno razionali.
La cultura del Settecento ricorda e accoglie il baconiano “sapere è potere”: la cultura è “cultura per l’azione”. La conoscenza è finalizzata al progresso, e qui nascono i concetti proprio di “progresso” e i filosofi diventano “gli intellettuali”, coloro che, critici del passato, s’interrogano sul presente (e su loro stessi, come fa Pascal) per migliorare il futuro. Nasce il concetto di “cosmopolitismo”, dell’uomo che diventa cittadino del mondo (soprattutto con il giusnaturalismo, che riflette sui diritti naturali di qualsiasi uomo, perché tutti gli uomini sono uguali). Nasce il liberalismo (Locke) e si definiscono i diritti dei cittadini. Le innovazioni tecnologiche vengono applicate all’agricoltura e questo favorisce la nascita della Rivoluzione industriale (più risorse alimentari, maggiore popolazione.

Cultura, intellettuali e pubblico in Italia
I nuovi governanti si incontrano con gli intellettuali italiani. Dall’alleanza nasce una politica “illuminata” di intervento riformatore. Muratori raccoglie le energie intellettuali sparse per l’Italia e le unisce per risolvere i problemi pratici del paese: istituisce una “Repubblica dei letterati d’Italia”. Le élites intellettuali sono spinte dunque ad assumersi il compito di guida della società italiana verso il miglioramento. Questa Repubblica si evolverà dopo sessant’anni nel Caffè, rivista illuminista, e nel gruppo degli Enciclopedisti intorno a Diderot e D’Alambert.
La tradizione, il passato dell’Italia serve come propulsione per studiare e comprendere gli eventi del presente (Illuminismo come Rinascimento). Mentre Muratore, Giannone e Vico sono i primi illuministi e hanno una concezione aristocratica del movimento (infatti le loro idee erano per un pubblico limitato), Gli illuministi della seconda metà del Settecento invece permettono a chiunque di partecipare alla discussione. Si deve definire una lingua comune che serva sia all’uso creativo sia a quello dotto e che sia universalmente valida. La soluzione è nella prosa con la sintassi lineare francese. Ma in campo poetico si assume il modello petrarchesco, con l’uso di una lingua “specialistica” per un pubblico ristretto. Nel primo Settecento si ritrova il gusto classico, con il neoclassicismo. “Classicismo” è, in Goldoni e in Alfieri, non soltanto equilibrio espressivo e razionalità, ma anche apertura critica alla realtà. Attraverso la creazione letteraria si può proporre un modello etico possibile, e può testimoniare e mettere “sulla carta” i problemi del tempo, “sulla scena” la realtà sociale, come Metastasio e Goldoni.

Si fonda l’Accademia dell’Arcadia, che ricorda un po’ il mondo fittizio della poesia bucolica (il locus amoenus). Dunque alla poesia viene attribuito il carattere di evasione dalla realtà. Diventa un circuito nazionale di confronto e di dibattito. Si arriva nel secondo Settecento a una lingua poetica più “neutra”, funzionale alle esigenze della comunicazione a un pubblico “omogeneo”.

La trattatistica del primo Settecento, Muratore e Vico
Il dibattito culturale in Italia è ancora ristretto a un piccolo gruppo di intellettuali che non creano un linguaggio divulgativo. L’Italia è arretrata: le “forze ostili” sono la tradizione culturale e la Chiesa. Tra gli autori più importanti menzioniamo Muratori (le sue opere revisionano criticamente le certezze tradizionali. Nel suo Scrittori della storia d’Italia, una grande raccolta storica dal 500 al 1500, si “scopre” il Medioevo, trascurato nel 1700, crea il concetto di storia come logica concatenazione di vicende mosse da ragioni concrete e umane. Scrive un trattato per gestire in maniera razionale una vicina pestilenza e non si affida a spiegazioni superstiziose. L’opera è in volgare. Più avanti, tradurrà dal latino all’italiano i Rerum Italicarum Scriptores) e Vico (crede che l’uomo non può conoscere razionalmente ciò che non ha creato; infatti, scrive la Scienza nuova e racconta la storia di tutte le attività umane. Paragona il processo di crescita umana (fanciullezza, giovinezza e maturità) a quello storico (degli dèi - religiosità, degli eroi - fantasia e forza - e degli uomini - razionalità e diritto).

L’età dell’Arcadia
La poesia del Settecento rifiuta le “stravaganze” barocche (Giovan Battista Marino) per abbracciare la razionalità con un recupero dei modelli classici secondo le linee guida dell’Accademia dell’Arcadia. Si imita la lirica petrarchesca e il tema prediletto è quello del mondo pastorale. Appare però limitata: si mostra come una poesia accademica. Vi è gusto per la musicalità che si esprime nelle “cantate” e nelle “canzonette”.
In evoluzione sono i generi drammatici visti sotto “una lente” razionale. La commedia rientra nei limiti del “buon gusto” e della fedeltà a un testo letterario, contro l’improvvisazione tipica della Commedia dell’Arte. La tragedia si trasforma in un copione poi rappresentato sulla scena (non più solo letta). Metastasio riforma il melodramma, analizzando razionalmente le umane passioni. In seguito, sceglie il tema della grandezza eroica, con un protagonista sempre presente nella vicenda.

L’Illuminismo è un movimento che si sviluppa in Europa nel secondo Settecento che lotta contro l’irrazionalità ancora presente nel territorio, combattendo l’ignoranza, i pregiudizi e le superstizioni. L’arma utilizzata in questa lotta è la ragione (la caelestis sapientia). I philosophes sono convinti che basti illuminare l’oscura ignoranza con il lume della ragione per allontanare l’infelicità dall’uomo. Non si accetta niente in maniera passiva e tutto viene controllato attraverso la razionalità. L’ipse dixit è solo un lontano ricordo, così come il fideismo. Si guarda al passato criticamente, come ritrovando una lunga serie di errori. Vi è l’ottimismo di migliorare.

Si crede che tutti gli uomini siano dotati di ragione, quindi tutti sono uguali e i pregiudizi sono infranti. Nascono i concetti di cosmopolitismo (uomo come cittadino del mondo), filantropismo (tollerenza, fratellanza nei confronti del prossimo, uguale perché possiede uguale ragione) e deismo (si crede in un Dio creatore che non interviene nelle faccende umane). Spesso il deismo si sostituisce a un più radicale materialismo o ateismo.
La razionalità illuminista non è però astratta: si privilegiano le sensazioni e i sentimenti fondando il sensismo (l’esperienza è il vero criterio di verità: ragione-sensi). In più, con il sensismo si ricerca l’equilibrio tra natura e ragione.

La nascita del romanzo moderno in Inghilterra
La scrittura creativa viene concepita come strumento per fare una critica ai costumi contemporanei, portare valori di solidarietà (filantropismo) e combattere il pregiudizio in nome della ragione. Il pubblico è ampio, il registro medio e la narrazione è vivace, legata al verosimile.
I protagonisti sono Swift (con i suoi I viaggi di Gulliver che racconta di paesi e personaggi fantastici, come i lillipuziani e i giganti. Comincia dall’ottimismo per arrivare al pessimismo: tutti gli uomini sono egoisti e brutali. Il romanzo metaforicamente racconta della sfiducia nell’uomo) e Defoe (scrive Robinson Crusoe, di un naufrago che per anni sopravvive in un’isola deserta e selvaggia. È ottimista e celebra l’uomo, le sue capacità di adattamento, l’intelligenza, il senso pratico e la tenacia, poiché l’uomo può dominare la natura utilizzandola per i suoi scopi).



L’Illuminismo in Francia
L’Illuminismo, con i suoi tratti generali, ha origine proprio in Francia, dove governa l’assolutismo monarchico. Qui si genera la nuova figura dell’intellettuale, il philosophe, che ha interesse per tutti gli ambiti della conoscenza.
I protagonisti sono Diderot (progetta e lavora all’Enciclopedia, il simbolo dell’Età dei Lumi. L’opera richiede venti anni di lavoro e si affrontano criticamente e razionalmente tutti i campi dello scibile e mette a disposizione di un pubblico ampissimo i risultati dell’operazione, puramente illuminista), Voltaire (scrive allegorie di teorie filosofiche dimostrandone l’infondatezza accettandole e sviluppandole fino all’assurdo. In Candido o l’ottimismo confuta la tesi di Leibniz secondo cui il nostro mondo è il migliore tra quelli possibili), Montesquieu (con la sua riflessione storico-politica proponendo un modello di Stato dove ci sono i tre poteri esecutivo, legislativo e giudiziario bilanciati. Nelle Lettere Persiane la realtà è osservato da punto di vista “straniato” dell’altro) e Rousseau (che lavora per un po’ all’Enciclopedia e poi se ne distacca criticando alcuni concetti illuministi, come la fiducia nella ragione e nel progresso. L’evoluzione storica allontana l’uomo dallo Stato di Natura, dunque è un processo di decadenza. Disuguaglianza tra gli uomini accentuata dalla proprietà privata, ricchezza e povertà. Scrive di pedagogia).

L’Illuminismo in Italia
In Italia l’Illuminismo si diffonde solo negli Stati governati da sovrani che volevano riformare l’economia e la politica per renderle più moderne, come Maria Teresa d’Austria a Milano e Carlo di Borbone a Napoli, che si servono della collaborazione dei philosophes. Qui si portano avanti i precetti illuministici tipici, come il cosmopolitismo, il filantropismo, il deismo; in letteratura si ha un linguaggio semplice per raggiungere un pubblico ampio.
A Milano gli illuministi si riuniscono nell’Accademia dei Pugni, ma si voleva raggiungere un pubblico più ampio e si adotta una rivista come “luogo” dell’attività culturale, come accade con il giornalismo inglese. Grazie ai fratelli Verri si fonda a Milano “il Caffè”, un periodico di due anni di vita che illustra e diffonde la cultura in Italia.
I protagonisti sono Beccaria (nonno di Manzoni, collabora al “Caffè”, scrive il saggio Dei delitti e delle pene, un’analisi lucida del sistema giudiziario e penitenziario del tempo), Pietro Verri (crede che la sensazione è la fonte esclusiva di ogni conoscenza - sensismo; scrive le Osservazioni sulla tortura, criticando le pratiche giudiziarie contro gli “untori”, accusati di essere portatori della peste del 1630) e Alessandro Verri (rende la letteratura più semplice e meno “seria” di quella accademica).

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