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L’età del positivismo - La tendenza al reale

Il tratto che più contraddistinse la nostra letteratura fra il ’60 e il ’90 fu l’aspirazione a una letteratura “vera” e “sociale”, dove “sociale” però, significava solo analisi della società contemporanea.
Contribuirono a produrre e a divulgare questa tendenza i fatti strutturali e culturali più diversificati: la crisi dell’idealismo romantico e il diffondersi del positivismo; il rafforzarsi della scienza e l’idealizzazione dello scienziato; lo svilupparsi della sociologia, che induceva lo scrittore a studiare i fenomeni sociali e a vedere nell’uomo non tanto un “individuo”, quanto un essere sociale, condizionato dall’ambiente; alcune teorie scientifiche, come quella sull’ereditarietà, che contribuivano anch'esse a mettere in evidenza i fattori biologici e fisiologici; la presenza di una questione sociale, non ancora tanto aspra da indurre gli scrittori, come poi accadde, a disperare o a evadere nell’estetismo, ma già tanto viva da spingere a guardare in faccia e ad analizzare la realtà; gli esempi che venivano dalle letterature straniere più vicine e più conosciute.

A questa tendenza generica al “vero” possono ricondursi gli “scapigliati”, con la loro polemica antiromantica, la rappresentazione delle moderne città tentacolari, il gusto dell’orrido, di quell’orrido che pareva un aspetto ineliminabile della moderna condizione umana.

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