Sulla tortura di Pietro Verri


Secondo Verri, gli “uomini d’ingegno e di cuore” che hanno trattato prima di lui il tema della tortura non sono riusciti nell’intento di raggiungere la gente comune, poiché hanno mostrato un atteggiamento poco realistico ed un eccessivo spirito di superiorità. Invece “la verità s’insinua più facilmente (nell’animo umano) quando lo scrittore, postosi al pari col suo lettore, parte dalle idee comuni, e gradatamente e senza scossa lo fa camminare e innalzarsi a lei”. L’autore afferma di non aspettarsi alcuna gloria o fama personale dalla sua opera: egli vuole solo mostrare agli uomini la barbarie della tortura per indurli a cercare pene alternative. Se vi riuscirà, avrà ottenuto il suo scopo e si potrà considerare il suo come un libro di successo; di contro, se fallirà nell’obiettivo, il testo “sarà da collocarsi fra i moltissimi superflui”. Verri comprende il principio su cui si basa la decisione di punire alcuni reati con la tortura (il sacrificio di un uomo solo per il conseguimento del bene comune, della sicurezza pubblica), ma non lo giustifica, soprattutto quando comporta tali crudeli conseguenze. Del resto, conclude lo scrittore, “anche i giudici, che condannavano ai roghi le streghe e i maghi, nel secolo passato (il Seicento), credevano di purgare (liberare) la terra da’ più fieri nemici, eppure immolavano delle vittime al fanatismo e alla pazzia”. Il Verri si augura che, così come quelle atrocità fortunatamente non si commettono più, anche la tortura sia presto abolita poiché è una pratica insensata al pari della stregoneria.
Anche il Beccaria, nel suo trattato Dei delitti e delle pene, aveva considerato la tortura una barbarie inutile, ma si era occupato dell’argomento in modo quasi del tutto razionalistico ed umanitario; il Verri, invece, affronta lo stesso tema da un punto di vista giuridico, dimostrando l’illegittimità della tortura: nonostante fosse largamente praticata ai suoi tempi, essa non era riconosciuta dalla legge, quindi si trattava di un abuso. Bisogna aggiungere che tra Beccaria e Verri non correva buon sangue a causa del carattere estroso del primo e della sua rivalità con Alessandro Verri, fratello di Pietro.
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