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Pietro Verri

Discendente di una delle più nobili famiglie milanesi, Pietro nacque a Milano il 12 dicembre 1728; compie i primi studi nei Collegi dei Gesuiti di Monza e Brera fino ad arrivare al Collegio nazareno di Roma e infine a Parma nel Collegio dei Nobili, retto dai Gesuiti; nel 1741 nascerà il fratello Alessandro, col quale condividerà numerosi interessi. Tornato in famiglia nel 1748, intraprende la carriera di magistrato, ottenendo l'incarico di "protettore dei carcerati" e partecipa all'accademia dei "Trasformati" come Abitatore Disabitato. Del 1749 sono le poesie satiriche La Borlanda impasticciata.
Nel 1753 il padre, reggente del Supremo Consiglio d'Italia, va a Vienna e si fa accompagnare dal figlio nella speranza che la lontananza potesse allontanarlo dalla duchessa Serbelloni; ma al ritorno il distacco sarà invece dalla famiglia. Con la duchessa si avvicina alle attività teatrali e traduce le opere di Philippe Nericault Destouches, scrivendo anche un'introduzione sulla scena comica; nello stesso periodo prende posizione a favore della riforma goldoniana. Conclusasi la relazione con la Serbelloni, nel 1754 affronta una grossa crisi, che non lo distoglie, però, dagli studi. Nel 1757 pubblica un almanacco Il gran Zoroastro, predizioni astrologiche per il 1758. Ripete la pubblicazione per il 1759, in cui attenua certi toni violenti e sarcastici; e di nuovo per il 1762 schierandosi a favore di Cesare Beccaria nella polemica contro il marchese Carpani. L'ultimo Gran Zoroastro per l'anno bisestile 1764, verrà pubblicato l'anno seguente.
Tra il 1759 e il 1760 viaggia tra Vienna e Dresda per ritornare, poi, a Milano, dove pubblica il trattato Sul tributo del sale nello stato di Milano e Sulla grandezza e decadenza del commercio di Milano. Della questione monetaria ed economica si occuperà ancora nel 1762 con il Dialogo tra Fronimo e Simplicio sul disordine delle monete nello Stato di Milano.
Con il fratello Alessandro fonda, nel 1761, l'Accademia dei Pugni, che continua l'esperienza degli almanacchi: è un ritrovo "piuttosto insolito anche in quell'età fiorentissima di accademie e di circoli, dominato com'era da intenzioni mondane e culturali, oziose e insieme coraggiosamente progressive", così denominata per dare l'idea dello spirito aggressivo e spregiudicato che animava gli accademici.
Nel 1761 fonda insieme al fratello Alessandro, all'abate Alfonso Longhi, a Cesare Beccaria, al matematico e fisico Paolo Frisi, a Luigi Lambertenghi, a Giuseppe Visconti di Saliceto la rivista "Il Caffè", inaugurata tramite prima pubblicazione nel giugno 1764 e che durerà fino al maggio 1766.
La rivista viene così chiamata perché si finge di trascrivere le conversazioni, le discussioni e i racconti narrati in una bottega da caffè, di proprietà di una certo Demetrio, un greco saggio trasferitosi a Milano. Nell'editoriale così scrive il Verri a nome di Demetrio: "in essa bottega chi vuol leggere trova sempre i fogli di novelle politiche... in essa bottega chi vuol leggere trova per suo uso il Giornale Enciclopedico e l'Estratto della Letteratura Europea e simili buone raccolte di novelle interessanti, le quali fanno che gli uomini che in prima erano romani, fiorentini, genovesi o lombardi, ora sieno tutti presso a poco europei; in essa bottega v'è di più un buon atlante, che decide le questioni che nascono nelle nuove politiche; in essa bottega per fine si radunano alcuni uomini, altri ragionevoli, altri irragionevoli, si discorre, si parla, si scherza, si sta sul serio; ed io, che per naturale inclinazione parlo poco, mi son compiaciuto di registrare tutte le scene interessanti che vi vedo accadere, e tutt'i discorsi che vi ascolto degni da registrarsi; e siccome mi trovo d'averne già messi in ordine vari, così li do alle stampe col titolo "Il Caffè", poiché appunto son nati in una bottega da caffè". I maggiori collaboratori saranno proprio Pietro Verri (con 37 articoli) e il fratello Alessandro, ma il più celebre è Cesare Beccaria, che pubblicherà sulla rivista Dei delitti e delle pene.
Sulla ricerca filosofica ed esistenziale pubblica anonimo un libretto Discorso sulla felicità o Meditazioni sulla felicità, definito il manifesto dell'illuminismo lombardo, in cui sviluppa il tema del contratto sociale mediante il quale l'individuo rinuncia a parte della sua libertà per dare allo Stato la sicurezza della collettività, segue l'analisi dei piaceri e dei dolori su una visione materialistica dell'esistenza, insieme all'analisi dell'ambizione, la più funesta ma benemerita delle passioni.
Incaricato di redigere un progetto di riforma amministrativa per Milano nel 1764 comincia la sua collaborazione con l'autorità austriaca. La passione con cui si dedica a tale progetto scatena le ire dei fermieri, i privati ai quali era data in appalto la riscossione delle imposte. La riforma, criticata aspramente sulla Frusta Letteraria dal Baretti, incontra il favore dell'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, nonostante le idee illuministiche spesso estremistiche dell'autore.
Pietro Verri è un ottimo esempio di intellettuale calato nella vita civile; nel 1768 scrive le Memorie storiche sull'economia politica dello Stato di Milano e nel 1769 scrive le Riflessioni sulle leggi vincolanti il commercio dei grani, che verrà pubblicato solo nel 1797, l'anno della sua morte. Il 1770 è un anno importante: sul piano personale ottiene un particolare successo quando entra a far parte della Giunta per la riforma fiscale: il governo asburgico stabilisce il passaggio delle imposte indirette alla gestione pubblica e nel contempo allontana dalla Commissione delle Riforme il Verri che rimane deluso e irritato, anche se la sua carriera come funzionario non termina qui; nel 1772 è vicepresidente del supremo consiglio per l'economia e nel 1780 presidente del Consiglio Camerale, succedendo al conte Gian Rinaldo Carli, e, infine, nel 1783 è Consigliere Intimo Attuale di Stato con l'alta onorificenza di "Cavaliere di Santo Stefano".
Soppresso nel 1786 il Consiglio Camerale, ritornerà a vita privata. La diffidenza moltiplicò gli ostacoli alla sua carriera.
Nel 1770 redige la prima stesura delle Osservazioni sulla tortura, l'opera per cui viene più spesso ricordato, a partire da Alessandro Manzoni per la stesura della Storia della colonna infame. L'opera sarà pubblicata postuma, nelle serie di volumi dedicati agli "Economisti classici, parte moderna, vol. XVIII".
Nel frattempo si diffondono in Europa nuove idee che egli enuclea nelle Meditazioni sull'economia politica (1771) che esaltano la libera iniziativa e prospettano l'ideale di un sistema statale in cui avrebbe dovuto essere garantita la felicità al maggior numero possibile di cittadini.
Nel 1776 sposa la nipote Marietta Castiglioni dalla quale avrà l'anno dopo la figlia Teresa; in occasione della nascita della bambina scrive i Ricordi alla figlia, confidenze privatissime, non destinate alla pubblicazione. Successivamente avrà un secondo figlio, Alessandro, che morirà prestissimo, seguito dalla madre. Il 13 luglio 1782 si risposa con Vincenzina Melzi, che amò sempre teneramente, dalla quale ebbe "numerosa prole" che allietò gli ultimi anni della sua vita.
Nel 1781 pubblica i Discorsi sull'indole del piacere e del dolore, in cui stabilisce la teoria che il piacere consiste nella cessazione del dolore. Nel 1783 dà alle stampe la Storia di Milano, un'opera che riceve il plauso anche delle autorità viennesi, soprattutto del Principe Kaunitz.
Nei dieci anni che seguirono il suo ritiro a vita privata, compare sulla scena pubblica solo nel 1790, in occasione della pubblicazione dei Pensieri sullo stato politico del Milanese. Nel 1796 fu chiamato a far parte della Municipalità, ma un anno dopo, nel 1797, durante una riunione morirà per un attacco apoplettico. La moglie gli farà erigere un monumento accanto al sepolcro che egli stesso si era preparato nella cappella gentilizia della sua villa di Ornago.

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