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Giuseppe Parini

La vita del Parini è caratterizzata da quella qualità di saggezza, di equilibrio, di dignità senza enfasi e da quella tenace volontà di collaborazione al progresso e alle riforme civili, economiche, sociali della patria lombarda. A quella cultura e a quel moto riformatore di Parini vi si avvicinò lentamente durante la sua difficile e povera adolescenza e gioventù, piena di difficoltà economiche a causa della sua umile origine popolare. Infatti, era nato in Brianza nel 1729. Fu inviato a nove anni a Milano, presso una zia, per attendere gli studi: frequentò il ginnasio Arcimboldi, ma per poter vivere dava lezioni private e ricopiava carte forensi. Poco più che ventenne fu presentato all’Accademia dei Trasformati, accademia milanese che si proponeva di difendere la tradizione linguistica e letteraria italiana. Nel 1754 fu ordinato prete più per poter attendere in pace gli studi che per vera vocazione, come dimostrano le Odi. Nello stesso anno entrava come precettore in casa dei duchi Serbelloni e vi rimase per otto anni. Nel 1762 avendo la duchessa preso a schiaffi la figlia del proprio maestro di musica Sommartini, il Parini sdegnato prese le difese della ragazza, accompagnandola in città, ma venne poi licenziato. Iniziò allora per il Parini un periodo di disagi e di angustie economiche. Ma la pubblicazione del Giorno gli procurò la protezione del Conte di Firmion: ebbe la redazione della Gazzetta di Milano; fu nominato professore di eloquenza nelle scuole Palatine dove poté bandire i suoi principi di letteratura e di critica. Nel 1796 scendeva in Italia l’esercito repubblicano del Bonaparte; il Parini, che aveva accolto con entusiasmo le nuove idee, venne chiamato a far parte delle municipalità, ma ben presto si persuase che la libertà giacobina si risolveva in disordinata licenza, ed assunse un atteggiamento ostile che gli procurò dopo soli tre mesi l’allontanamento dall’ufficio. In quello stesso tempo trovava conforto nell’amicizia col giovane Foscolo. Nel 1799 tornavano a Milano gli austriaci, che iniziavano una reazione feroce, minacciando anche di togliere la cattedra al poeta ormai vecchio. Ma questi, già travagliato da una cataratta all’occhio e da idropisia alle gambe, moriva proprio in quell’anno.

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