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Giuseppe Parini

Fu un intellettuale lombardo che ci consente di vedere le peculiarità dell’Illuminismo italiano. Suo padre era un commerciante di seta. Per ragioni economiche intraprese la carriera ecclesiastica. Fu il massimo esponente dell’Illuminismo lombardo moderato. La posizione ideologica del Parini infatti è decisamente più moderata rispetto a quelle più estremiste del Caffè dei fratelli Verri. Parini può invece essere affiancato all’Accademia dei trasformati, caratterizzata dal tentativo di conciliare il classicismo con le nuove istanze illuministiche. Scrisse alcuni componimenti in cui si firmava con il nome d’arte Ripano Eupilino. Ripano era un anagramma del suo cognome, che in realtà era Parino, mentre Eupilino deriva da Eupili, il nome in latino del lago di Pusiano, sulle sponde del quale risiedeva. Nel 1754 intraprese l’attività di precettore presso la nobile famiglia del Serbelloni. All’interno della casa del duca Serbelloni c’era un fervido dibattito perché la duchessa Maria Vittoria era amante dell’illuminista Pietro Verri. Parini ebbe così l’occasione di incontrare i principi illuministi lombardi e poté osservare dall’interno l’esistenza vuota e frivola del mondo nobiliare. Dal 1763 al 1765 scrisse due poemi satirici, il Mattino e il Mezzogiorno, con cui prese in giro la frivolezza, la mancanza di valori e l’improduttività dei nobili. In Lombardia c’era il governo illuminato e riformatore di Maria Teresa d’Austria, la quale si accorse di Parini e lo assoldò. Parini divenne un intellettuale che lavorava per le funzioni imperiali. Gli venne assegnata la cattedra di lettere presso le scuole palatine, che erano delle scuole pubbliche aperte dall’imperatrice. Alla morte di Maria Teresa, salì al trono il figlio Giuseppe II che era più autoritario. Parini cessò di avere quel ruolo istituzionale assegnatogli da Maria Teresa e si allontanò dall’impegno politico. Importante fu la rivoluzione francese per Parini che provò uno slancio iniziale e un grande entusiasmo. Negli anni successivi però la rivoluzione mostrò le proprie contraddizioni e sorse un sentimento di delusione storica più o meno marcata in quella generazione di letterati. Molti guardavano con orrore alla rivoluzione francese per i suoi terribili strascichi e tra questi c’era anche Parini. Questo sentimento per molti studiosi è alla base della nascita del Romanticismo. La rivoluzione francese sancì definitivamente i punti deboli dell’Illuminismo perché l’uomo aveva dimostrato di essere incapace di gestire gli eventi della storia e di essere dotato di pulsioni e passioni non controllabili con lo strumento della ragione. Anche Parini visse questa esperienza. Nel 1796 a Milano c’era una repubblica filo - francese che diede ancora incarichi a Parini. Nel 1799 ritornarono gli austriaci che evitarono di punire l’ormai anziano Parini per i suoi legami con il governo precedente. Poco tempo dopo il poeta brianzolo morì.

Dal punto di vista ideologico e intellettuale, Parini è la seconda anima dell’Illuminismo italiano. Il primo punto interessante è la differenza dello sguardo con cui Parini osservava l’illuminismo francese. La posizione di Parini è molto differente da quella dei Verri e degli affiliati del Caffè, i quali esaltavano incondizionatamente i nuovi modelli francesi. Parini invece guardava con diffidenza ai modelli francese, accusati di intaccare la purezza e il classicismo della cultura italiana. Parini era quindi un conservatore. Il secondo punto fu il rifiuto del cosmopolitismo. Sul piano letterario i fratelli Verri erano anticlassicisti e rifiutavano qualsiasi purismo linguistico e letterario. Essi scrivevano in funzione di una concreta azione pedagogica e politica. Parini invece era uno scrittore legato saldamente al classicismo e preoccupato dai purismi formali e linguistici. Condivideva diversi aspetti dell’Illuminismo, ma non riteneva che la letteratura dovesse essere al servizio della politica e della pedagogia. Era legato a un’idea classicistica dell’arte e diffidente nei confronti dei nuovi modelli letterari proposti dalle mode del tempo. Parini non guardava in modo benevolo alla moda e all’esaltazione delle conoscenze scientifiche. Rivendicò l’autonomia dell’arte, rifiutando duramente l’utilitarismo. Ciò non significa che l’arte per Parini non dovesse preoccuparsi dei problemi sociali, però essa non deve prescindere dalla sua veste classicistica. Sebbene Parini provenisse dal ceto mercantile, la sua posizione dei confronti del commercio era molto differente da quella del Verri, che esaltavano l’industria, la laboriosità e la borghesia. Parini invece era ostile alla diffusione della mentalità commerciale ed esaltò addirittura il culto dell’agricoltura e della vita dei campi. Pur essendo classicista, Parini fu comunque un intellettuale illuminista, ma di orientamento moderato.

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