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Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria

Il Settecento vide l’inserirsi in Italia della cosiddetta Epoca dei lumi o Illuminismo, corrente di pensiero che, influenzata da quella francese ed inglese, prese piede soprattutto a Milano e a Napoli. A Milano, in particolare, importantissimi furono gli interventi degli intellettuali dell’Accademia dei Pugni e poi della rivista Il Caffè, guidate dai fratelli Verri e con la collaborazione del letterato ed intellettuale Cesare Beccaria.

vita
Cesare Beccaria nacque a Milano il 15 marzo 1738 dal marchese Giovanni Saverio e dalla nobildonna Maria Visconti di Saliceto, primogenito di una nobile famiglia. Ebbe un’ottima educazione, da lui definita fanatica, presso il collegio dei gesuiti di Parma, e si laureò in diritto nel 1758 all’Università di Parma. In seguito, si convertì alla philosophie e si abbandonò alle idee degli illuministi, quali Montesquieu,Hume, D’Alembert, e soprattutto Rousseau. La sua esaltazione illuminista venne spesso convogliata nell’attività dell’Accademia e nella rivista Il Caffè, grazie alle quali strinse un ottimo rapporto con Pietro ed Alessandro Verri. Nel 1762 usciva a Lucca la sua prima opera Del disordine e de’rimedi delle monete nello Stato di Milano nell’anno 1762, intorno a cui nacquero vivaci polemiche. Tra il marzo 1763 e l’inizio del 1764, Beccaria scrisse il suo capolavoro Dei delitti e delle pene, uscito a Livorno dal Coltellini nel luglio 1764. Dopo aver rifiutato l’insistente invito di Caterina II di Russia di raggiungerla a San Pietroburgo, Beccaria fu nominato nel dicembre 1768 professore di economia politica presso le Scuole Palatine di Milano. Nel 1770 uscivano, nella sua città natale, le Ricerche intorno alla natura dello stile[/b], incentrate sulla storia della civiltà umana. Del suo assiduo insegnamento è frutto l’opera Elementi di economia pubblica, pubblicati solo nel 1804. Il 29 aprile 1771 fu nominato consigliere del Supremo consiglio d’economia e nel 1778 divenne magistrato provinciale per la Zecca e membro della Delegazione per la riforma delle monete. Morì il 28 novembre 1794.

Dei delitti e delle pene

Da esponente dell’Illuminismo italiano, Cesare Beccaria si occupò, nel suo trattato più famoso, del significato delle pene e delle modalità di applicazione delle stesse, delle tipologie di delitti e del sistema giudiziario vigente all’epoca.
Egli fa riferimento alla condizione di natura dell’umanità, immaginata come uno stato di guerra continua, e sostiene che la società moderna deriva da un patto sociale stipulato di comune accordo fra tutti gli uomini, i quali rinunciarono ad una piccola parte della loro libertà per ottenere, in cambio, una maggiore garanzia di altri diritti fondamentali, come quello alla vita, alla proprietà ed al pieno godimento della stessa libertà. L’obiettivo del patto sociale è quello di formare una sorta di deposito di tutte le libertà sacrificate, che vanno a costituire la sovranità di una nazione; scopo è anche difendere questa dalle usurpazioni del singolo, che tenta di riappropriarsi della propria porzione di libertà e mette in pericolo quella altrui: questa è l’origine dei delitti. Di conseguenza, si rese necessaria l’istituzione di motivi sensibili che scoraggiassero gli uomini dal violare le leggi della società: queste sono le pene. Beccaria usa il termine motivi sensibili per sottolineare quanto siano più efficaci le pene fisiche, che scuotono i sensi, piuttosto che l’eloquenza o i discorsi.
L’autore individua tre principali sorgenti da cui deriva la legislazione: la rivelazione, la legge naturale e le convenzioni della società; distingue poi tre categorie di virtù e vizio: religioso, naturale e politico. La giustizia divina e quella naturale sono sempre uguali e costanti, anche se l’ultima è spesso fraintesa dagli uomini, mentre la giustizia politica è definita come variabile, ed è proprio su questa che Beccaria si concentra. Egli sostiene più volte la necessità che le leggi siano chiare e semplici, scritte in un linguaggio comprensibile a tutti, in modo che esse non vengano sottoposte ad interpretazioni che genererebbero fraintendimenti.
Inoltre Beccaria si pone un quesito fondamentale, mai domandato prima di allora: qual è il fine delle pene? Secondo lui, il fine non è di tormentare un essere umano, ma è di impedire al reo di continuare a compiere azioni delittuose e di distogliere gli altri dal commetterle. Pertanto, per un determinato delitto, dovrà essere scelta la pena più efficace per impedire che il tal delitto si ripeta, e meno dannosa per il corpo del colpevole. Altro concetto fondamentale, teorizzato proprio da Beccaria, è la distinzione tra il peccato, che è condannabile solamente da Dio, ed il reato, che deve essere giudicato in base al danno recato alla società.
Successivamente l’autore passa alla descrizione di svariati delitti, offrendo al lettore prima un quadro generale, poi analizzandone i principali. I delitti più gravi e dannosi sono, scrive, quelli che distruggono o mettono in pericolo la società o chi ne fa le veci; a questi seguono i delitti che danneggiano la sicurezza dei cittadini, nella vita, nei beni e nella libertà; infine ci sono i delitti contrari alle leggi, le quali operano in vista del bene comune e non devono essere violate.
Circa i delitti particolari, invece, le riflessioni più importanti riguardano la tortura e la pena di morte. Beccaria è profondamente contrario all’utilizzo della tortura, in quanto se il delitto è confermato non si rende necessario sottoporre l’accusato a torture, poiché inutile sarebbe la sua confessione; se, al contrario, il delitto è incerto, l’accusato è ancora considerato dalla legge un innocente, e pertanto la società non ha il diritto di privarlo della sua sicurezza. Inoltre la confessione di un uomo sotto tortura, scrive Beccaria, è spesso forzata dalle impressioni sensibili provocategli, cioè dal dolore fisico, che lo spingono, per sottrarvisi, a confessare un’azione delittuosa che, in realtà, non ha commesso. In seguito a questa considerazione, Beccaria giunge alla conclusione che il colpevole è messo in una condizione più favorevole rispetto all’innocente, se sottoposti entrambi a tortura: il secondo sia che confessi, e si sottragga alla tortura per poi essere condannato, sia che resista al dolore fisico, si trova davanti a due situazioni di ingiustizia nei suoi confronti, mentre il colpevole ha un’opzione per lui vantaggiosa, cioè di resistere con fermezza ed essere poi assolto come innocente. In conclusione, la tortura non è un metodo affidabile per l’accertamento di un delitto, e quindi non può e non deve essere applicata.
Altra questione è la pena di morte. La domanda, riguarda ad essa, che meglio esprime il pensiero di Beccaria è la seguente: Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo tra tutti i beni, la vita?. Beccaria, come argomentazione alla sua teoria dell’inutilità della pena di morte, pone il fatto che la sensibilità umana è maggiormente mossa, e quindi con più facilità distolta dal commettere delitti, da frequenti e costanti impressioni più che da un’impressione forte ma temporanea. Di conseguenza, la vista continua di un uomo privato della sua libertà, in totale schiavitù, è considerata peggiore di una rapida esecuzione. Tuttavia, nonostante questo accanimento contro l’uso della pena di morte, Beccaria ammette alcuni casi estremi in cui essa costituisce l’unica soluzione: quando il reo, privo della sua libertà, ha ancora il potere e la capacità di mettere in pericolo e danneggiare la sicurezza della nazione e di destabilizzare il governo, oppure quando la sua morte è il solo modo per distogliere gli altri dal compiere delitti. Infine l’autore si chiede: come prevenire i delitti? Risponde, utilizzando la propria libertà con ragionevolezza, preservando i magistrati dalla corruzione, ricompensando la virtù e le buone azioni, e, soprattutto, perfezionando l’educazione.
L’ultima edizione di Dei delitti e delle pene curata da Cesare Beccaria risale al 1766 e fu pubblicata a Livorno, essa è il testo che mette più in evidenza le incertezze, le aggiunte e le correzioni dell’autore. Dei delitti e delle pene si colloca in un periodo molto fecondo per l’ambiente intellettuale che si andava creando in Italia e fu influenzato profondamente da opere scritte da autori stranieri: le Lettres persanes di Montesquieu, il De l’esprit di Helvetius, il Contract social e la Nouvelle Heloise di Rousseau, gli scritti di Buffon, Diderot, Hume, D’Alembert e Condillac. L’opera di Beccaria ebbe un enorme successo letterario e filosofico, sia in Italia sia nel resto d’Europa. Significativa, nel nostro paese, fu la riforma giudiziaria operata nella Toscana di Pietro Leopoldo nel 1786, che aboliva completamente la pena di morte. Tuttavia molte furono le obiezioni a questa riforma così radicale, secondo la quale la pena di morte doveva essere sostituita con il lavoro forzato, alcuni dissero che la vita dei condannati, spesso provenienti dagli strati più poveri della popolazione, non era tanto diversa prima e dopo la condanna.
In Francia la situazione era diversa. I philosophes videro nel trattato di Beccaria un importante strumento di lotta contro le tradizioni giuridiche, contro i privilegi ed i cosiddetti corpi intermedi, e proprio per questo motivo Morellet trasformò l’edizione francese di Dei delitti e delle pene da un semplice phamplet filosofico ad un codice di diritto penale. Però, anche nel nucleo dell’Illuminismo francese, le idee di Beccaria incontreranno alcuni oppositori, e questo clima di polemiche e discussioni si concretizzò nel momento in cui Cesare Beccaria si recò a Parigi per entrare nel Circolo dei philosophes. Un’eco delle innovative proposte di Beccaria si sentì, successivamente, nell’Assemblea Nazionale del 1791 e nella redazione del suo codice. In Inghilterra la situazione era molto diversa, e Dei delitti e delle pene fu considerata una visione utopistica, soprattutto per quanto riguardava l’abolizione della pena di morte.
Dal punto di vista linguistico, il trattato di Beccaria risulta essere molto efficace in quanto la forma dialogica permetta all’autore di assumere il punto di vista opposto per dimostrare la validità delle sue teorie e l’assurdità e la contraddizione intrinseca di alcune leggi che vorrebbe modificare. Spesso Beccaria si inserisce con delle domande dirette per rendere il testo più incisivo e per far meglio comprendere al pubblico i problemi concreti che lui intende affrontare. In generale, la fortuna di Dei delitti e delle pene è dovuta, oltre al brillante contenuto, anche alla chiarezza dell’impianto logico delle dimostrazioni ed all’abilità persuasiva del testo.

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