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Vittorio Alfieri (Asti 1749 – Firenze 1803) – Letteratura e Illuminismo


Biografia. Di nobile famiglia, trascorse l’infanzia nella casa del patrigno, ambiente povero di affetti. La sua educazione fu affidata ad un sacerdote buono ma incolto. Fu insofferente di ogni disciplina, soprattutto quella militare. Iniziò così una lunga serie di viaggi per l’Europa: fra 1766 e 1767 gira l’Italia (Mi, Fi, Rm, Na, Ve), nel 1768 fu in Francia (Marsiglia e Parigi), in Olanda e Inghilterra. Rientra in Italia nel 1769 con un baule di libri illuministici.
Fra 1769 e 1772 è la volta di Austria, Germania, Spagna, Portogallo, etc. A Parigi aveva provato disgusto per l’aspetto della città e il contegno superbo del re. Giudicò Berlino, dalla quale scappò, una “universal caserma prussiana”. Ne derivò un odio profondo per ogni potere assoluto.
In quegli irrequieti itinerari avevano il solo aspetto positivo nel contatto con la natura. Nel 1772 ritorna a Torino. Nel 1776 iniziò lo studio metodico dei classici, muovendo dai poeti primari come Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso. Nel 1777 passò a Firenze, dove rimase tre anni, per stare vicino alla donna della sua vita, la contessa Luisa Stolberg d’Albany.
Entro il 1782 aveva pronte le sue prime 14 tragedie, fra cui la Merope e il Saul. Nel 1787 Alfieri e la Stolberg si trasferiscono a Parigi. Vive con entusiasmo la presa della Pastiglia salvo poi giudicare negativamente la nuova tirannide dei Re plebei. Nel 1792 lascia Parigi per Firenze. Prima di morire nel 1803, scrive quattro commedie politiche: contro il dispotismo, l’oligarchia e la democrazia e a favore di una monarchia costituzionale.

Opere. Rime. Rappresentano uno dei modi per esprimere la sua vocazione autobiografica. La prima raccolta complessiva appare postuma nel 1804. Vi è il ritratto di un autore in perpetuo e drammatico conflitto con se stesso, mai svincolato da un sempre notevole elemento paesaggistico.

Sublime specchio di veraci detti. E’ un sonetto autoritrattistico del 1786. “Capelli rossi pretti, lunga statura e capo a terra prono”. Dà l’idea di personaggio grave e solenne. “Sottil persona, bianca pelle, aspetto buono, giusto naso, bel labro, denti eletti”. Climax ascendente di fierezza.

Tacito orror di solitaria selva. Sonetto del 1786, composto fra gli abeti in Alsazia. Il testo è bipartito: nelle quartine vi è la descrizione dell’aspro paesaggio boschivo, nelle terzine invece vi è la riflessione sul rapporto del poeta con gli altri uomini ed il suo tempo. Nel finale chiarisce la sua polemica: non contro l’umanità ma contro il “vil mio secol”, “oppresso dal pesante regal giogo”.

Del principe e delle lettere. (1777). Si pone contro la tradizionale pratica del mecenatismo, affermando che le lettere, per raggiungere il massimo della loro efficacia e perfezione, non devono essere protette. Il premio vero dell’arte del poeta è la gloria. Poesia è sinonimo di libertà.

“Lo scrittore è artefice di cosa che non ha fine e che giova ai presenti ed ai lontani, e deve anche confessare che in lui c’è per lo più l’eroe di cui narra. Egli disonora l’arte e se stesso se cerca o riceve soccorsi di cui non ha bisogno. I suoi mezzi devono essere solo poca carta, inchiostro e ingegno, mezzi che nessun principe gli può dare, se a lui li ha negati la natura”.

Merope. (1782). E’ la regina di Messene, che ha visto nella stessa notte uccisi il marito e i figli dai soldati insorti sotto la guida di Polifonte. Nel testo alfieriano, Polifonte si presenta come un sovrano mansueto, disposto a scendere a compromessi per salvaguardare il suo potere, costantemente minacciato dal favore di cui Merope gode ancora presso il suo popolo. Polifonte giunge così addirittura a chiederla in moglie: ma la donna resiste a quello che per lei rappresenta un estremo oltraggio, fiduciosa nel ritorno dell’unico figlio sopravvissuto alla strage, Egisto, sul quale si raccolgono le speranze di vendetta. Dopo varie vicende che sembrano sfociare nell’attuazione con successo dei piani del sovrano, entra in gioco Egisto, il quale durante la cerimonia nuziale, strappata la spada ad uno dei militi, uccide l’usurpatore, liberando così dalla tirannia la madre e la patria.

Saul. (1782). Il soggetto della tragedia è la fine di Saul, il re biblico assolutista e intollerante, ribelle alla volontà di Dio. Saul ha scelto come sposo per la prediletta figlia Micol il giovane David: ma avverte in sé una terribile gelosia nei confronti del giovane. Decide quindi di riaffermare il suo potere contro quella che crede essere una congiura ordita ai suoi danni. Si scaglia contro David e i sacerdoti e non esita a far soffrire i suoi figli. Il dramma di Saul è nella coscienza di compiere un atto che egli stesso sa essere ingiusto, e che lo trascinerà, consapevolmente, alla rovina; su di lui pesa una condanna divina, alla quale non sa far fronte se non con gesti incoerenti, che rivelano l’oscura e inquietante miseria della sua anima.

Questa la sintesi: David, già cacciato da Saul, raggiunge nella notte l’accampamento di Israele, per portare aiuto al suo popolo, impegnato nella guerra contro i filistei. All’alba Saul esce dalla tenda e confessa al ministro Abner il suo segreto dolore: nel frattempo gli appare David, il quale viene riconosciuto per innocente e come figlio. Il re cade però presto in preda ad altri sinistri presagi. David lo consola col suo canto, ma una sua incauta parola scatena la furia di Saul, che gli si getta contro con la spada e poi caccia dal campo i suoi figli e coloro che crede siano i traditori di Israele.
La mente di Saul è sconvolta da desiderio di vendetta. David fugge mentre i filistei assaltano il campo d’Israele nella notte. Riavutosi dal suo delirio, Saul accorre sul luogo dello scontro sperando che la morte per la giusta causa d’Israele gli dia la pace tanto sperata. Ma la morte in battaglia gli viene negata. La disfatta è anzi totale: l’esercito d’Israele è sconfitto, i suoi figli sono stati uccisi.
Resta la sola Micol che il re affida ad Abner perché la conduca in salvo a David.
Proprio ora che Dio gli ha tolto tutto, Saul ritrova la propria grandezza (“I figli, del mio fallir sono innocenti…”): gli resta ancora, intatta, la sua formidabile volontà. Le sue ultime parole prima del suicidio (“morte, ch’io cerco”), risuonano come una orgogliosa sfida ai nemici e agli dei (“Apriti o terra, vivo m’inghiotti”), che gli ha imposto quel sacrificio supremo per liberarsi: “Sei paga / d’inesorabil Dio terribil ira?”.
“Empia filiste, me troverai, ma almen da re, qui…morto”.

Mirra. (1784-1789). Il soggetto viene suggerito dal racconto dell’amore di Mirra per il padre Ciniro narrato nelle Metamorfosi di Ovidio, “amore orrendo a un tempo ed innocente”.
La trama si concentra tutto sull’animo della protagonista. Tragedia eminentemente psicologica, quindi, in cui è messa in rilievo la solitudine dell’eroina e, antiteticamente alla sua terribile consapevolezza, l’affetto sincero dei familiari che l’attorniano interrogandola invano.
Dal primo atto, nel quale i familiari discorrono del male inspiegabile che si è impadronito della fanciulla, seguiamo il ricorrere a vari schermi che fa Mirra per celare l’angoscioso segreto. Quando la morsa lenta ed implacabile della verità la cinge d’assedio, decide di sposare il “promesso” Pereo, sperando che ciò la liberi. Nel quarto atto il dramma di Mirra tocca il suo culmine: durante la cerimonia nuziale, essa si ribella e impreca contro quelle nozze indesiderate. Pereo si uccide dal dolore. Nell’ultimo atto (“dì fatale a tutti noi”) infine la fanciulla, sola davanti a Ciniro, è costretta a svelare la verità, avventandosi poi sulla spada del padre per uccidersi. La sua morte non ha tuttavia nulla del suicidio eroico di tanti altri personaggi alfieriani: Mirra, la più debole e indifesa delle eroine, non riesce a riscattare il suo peccato con il supremo sacrificio, e muore anzi col rimpianto di saperlo del tutto inutile.
Ciniro: “Il tuo più grave fallo, è il tacer col padre tuo: lo sdegno quindi appien tu merti, e che in me cessi l’immenso amor, che all’unica mia figlia io già portai […] Ma chi mai degno è del tuo cor se non Pereo?”.
Mirra: “Raccapricciar d’orror vedresti il padre, se la sapesse…Ciniro… […] Ma il brando tuo mi varrà … Mi vedi presso al morire…Io vendicarti seppi…e punir me…empia, ora muoio”.

Vita. E’ l’opera dell’estrema maturità di Alfieri. Conclusa a Parigi nel 1789, nasce insieme “dal molto amor di se stesso” e dall’intenzione di soddisfare “la curiosità” dei lettori. Ne nasce un personaggio non convenzionale, ricco di umori e di naturalezza. Sempre attento alla suprema affermazione del proprio “io”, A. non manca di citare avvenimenti anche banali e comici, necessari a quell’ideale di verità perseguito dall’autore. La prosa è costruita sui materiali vivi della conversazione settecentesca, alla quale si sovrappongono vistosi modi classicheggianti (enfatiche inversioni sintattiche).
Tutta l’opera si impernia sul motivo della conversione letteraria, da un esordio infausto (scarsa cultura letteraria e linguistica di partenza, l’infelicità del luogo natale) all’approdo all’essere “poeta”.

Il primo soggiorno a Parigi. E’ indifferente alla mondanità ed allo sfarzo, poco o nulla interessato alla bellezza dei luoghi. Gli importa solo della qualità morale e civile delle persone che incontra. Incontra Luigi XV ad una cerimonia di capodanno a Versailles. L’atteggiamento sprezzante del re gli suscita più che indignazione, ironia. “Mi tediai in ogni passatempo in Parigi. Luigi XV, squadrandomi, non dava segno di riceverne impressione nessuna. Aveva una negativa di sprezzo. […] Gli effetti e l’influenza di questi re plebei sono più funesti alla Francia e al mondo che quella dei re capetingi”.

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