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Alfieri e il suo secolo


Si comprende facilmente come la storia, interiore ed esteriore, possa parere tutta estranea al suo tempo, tanto che si è parlato dell’Alfieri come di una figura atipica dei Settecento italiano ed europeo, una specie quasi di errore della natura che lo avrebbe fatto nascere in anticipo a confondere le idee ai critici. In realtà, quella storia si iscrive tutta nell’ambito del secondo Settecento italiano e europeo, a meno che non si voglia avvilire quell’età in uno schema scolastico, riducendola ad un gretto e arido intellettualismo e dimenticando fenomeni quali il sensismo, Diderot, Rousseau, lo Sturm un Drang, l’ossianismo.
Uno del Settecento fu l’Alfieri, ma nei modi che gli erano concessi dalla sua nascita, dalle sue vicende di vita, dal suo carattere. Torino –la chiusa, gretta Torino dei Savoia- non era la Milano degli Asburgo o la Napoli dei Borboni; e se a Milano un Conte Verri e un marchese Beccaria potevano inserirsi nella vita pubblica – ma dopo quante lotte con sé e con la famiglia, e fra quali contrasti interiori!-, a Torino un conte come Alfieri, avviato da fanciullo alla carriera delle armi, non poteva ritrovare se stesso se non con una ribellione violenta che lo mettesse in urto aperto co tutto il suo mondo. Perciò, ad acquisire la propria libertà, egli dovette “spiemontizzarsi”, tagliando tutti i ponti con un paese chiuso e asfittico di illiberale assolutismo monarchico in cui la nobiltà stessa era esautorata, e un nobile non poteva nemmeno viaggiare fuori dal regno senza il permesso del re.
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