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VITTORIO ALFIERI – “MIRRA”

Ideata nell’1784 e stesa nel 1785; si ispira ad Ovidio

Tema : incesto

Trama: Mirra è circondata dall’affetto di tutti, ma è cupa e turbata. Vuole affrettare il matrimonio, ma il giorno delle nozze rifiuta di sposare il promesso sposo Pereo, che si uccide. Quindi rivolge incomprensibile parole d’odio alla madre Cecri, finché non le si avvicina il padre, re Ciniro. Al padre rivela la terribile verità: nutre per lui una passione incestuosa. Subito dopo la rivelazione si trafigge con una spada e nessuno dei genitori osa avvicinarsi al suo corpo.

Protagonista: il personaggio di Mirra è preso dalle “Metamorfosi” di Ovidio; la Mirra di cui racconta l’autore classico è molto diversa da quella raccontata da Alfieri. La Mirra ovidiana nutre per il padre un amore incestuoso e si dispera, fino a tentare il suicidio, quando questo decide di trovarle uno sposo. L’evento viene impedito dalla nutrice la quale, dopo aver interrogato Mirra, scopre che la fanciulla ama il padre e vede nella madre una rivale in amore. L’autore classico non esita, dunque, a portare a compimento la vicenda: nella nutrice prevale sull’ orrore la pietà e l’affetto per Mirra e sarà lei a permettere alla fanciulla di consumare l’amore incestuoso, a causa del quale verrà trasformata nella “mirra”, la resina odorosa che trasuda da alcune piante orientali. Di tutto questo Alfieri accoglie solo il tormento della fanciulla: la sua purezza, la sua sincerità si trasformano negli strumenti del suo tormento, in quanto è l’assoluta assenza di ogni malizia che la trasforma in un campo aperto, nel quale può irrompere il male e fare scempio, proprio perché inizialmente neppure immaginato possibile, non riconosciuto.

Manca l’aspetto politico (fatto alquanto inconsueto nelle tragedie di Alfieri): è cancellato ogni contrasto fra individui opposti, la tragedia sta tutta nell’interiorità della protagonista.

segno dell’amaro pessimismo del poeta che va sempre più accentuandosi

caratteristiche della tragedia sono: il non – detto e la suspense

il lettore non sa dall’inizio ciò che Mirra prova, dunque l’ultima scena, quella della rivelazione al padre, ha una grande forza tragica.

RACINE – “FEDRA”

Rappresentata nel 1677; è l’ultima opera di Racine, poi abbandonerà il teatro; si ispira al greco Euripide

tema: incesto

Trama: Fedra, moglie di Teseo, ritiene morto il marito e si reca da Ippolito per raccomandargli i figli; ma durante il colloquio gli rivela il suo amore colpevole. Invece Teseo è vivo e ritorna. Fedra sta per rivelargli la verità quando viene a sapere che Ippolita ama Aricia. Tormentata dalla gelosia medita la vendetta: lascia che la nutrice accusi falsamente Ippolito presso Teseo. Quest’ultimo invoca l’ira di Nettuno contro il figlio innocente. Per rispondere all’invocazione di Teseo, il dio manda un mostro marino contro Ippolito che muore travolto dai suoi cavalli in corsa. Fedra è disperata e si avvelena. La protagonista morirà confessando le proprie colpe al marito.

Protagonista: Fedra è la figlia di Minosse e Pasifae. Già nelle sue origini, dunque ella riunisce, contraddittoriamente, la legge inesorabile della punizione e della civiltà, rappresentata dal padre, e le forze irrazionali del desiderio perverso, rappresentato dalla madre (Minosse era giudice dei morti negli Inferi e Pasifae si era unita con un toro generando il Minotauro)

Conflitto fra ragione e passione, fra civiltà e natura (tema centrale nella cultura seicentesca)

In questa come in altre tragedie si vede il pessimismo giansenista dell’autore

Caratteristica della tragedia è un campo di tensione tra poli opposti

stile: registro lessicale estremamente ridotto, castigato; assenza di metafore e altre figure retoriche. L’apparto retorico afferma la forza della repressione e nega quella degli istinti e della passione.

Respiro sintattico e metrico coincidono fra loro e con la glaciale compostezza complessiva facendo da contrappunto formale alla pressione disordinata dell’eros dominante sul pino tematico. Ma proprio la forza della negazione, con cui vengono represse le pulsioni, finisce per dal loro voce.

ANALOGIE
In entrambe le tragedie la protagonista, una donna, da il titolo all’opera ed è la causa di tutto. Anche il tema è lo stesso, in entrambe le opre infatti si parla di incesto.
Entrambe le protagoniste moriranno suicide rivelando la verità.
Entrambi gli autori sono afflitti da pessimismo e questo pessimismo si riversa nelle loro opere.
Entrambe le protagoniste sono tormentate per il loro amore: sia Mirra che Fedra, pur essendo consumate dal loro amore, sono consapevoli di non poterlo consumare.
Racine, di cultura moderna e cristiana, non può eludere la responsabilità personale, ma fa in modo che la sua eroina risulti “non completamente innocente, né completamente colpevole”. Anche Alfieri riconosce la responsabilità dell’individuo, non attribuendo la colpa a forze esterne e superiori quali possono essere il Fato o un dio avverso: la colpa è infatti attribuita a quel “lato oscuro e terribile che è nascosto nel cuore umano.

DIFFERENZE
Una prima differenza è il periodo in cui le due tragedie vengono ideate,stese e rappresentate; infatti, la tragedia del francese è antecedente a quella di Alfieri di più di un secolo. Inoltre, mentre Alfieri dopo aver scritto la Mirra continuerà con il teatro producendo altre due opere (Bruto primo e bruto secondo) mentre per Racine la Fedra sarà l’ultima opera teatrale.

Pur essendo tema di entrambe le tragedie l’incesto vi è fra le due opere una leggera differenza: l’opera seicentesca vede come tema fondamentale l’amor incestuoso di una madre per il figlio, al contrario, nell’opera settecentesca la passione incestuosa che costituisce il filo conduttore è quello di una figlia per il padre.
I due suicidi seppur uguali sono diversi nel modo, infatti, Fedra si suiciderà con il veleno mentre Mirra trafiggendosi con una spada.

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