Terremoto: non si poteva prevedere!

Francesca Dominici
Di Francesca Dominici


PARLA IL GEOLOGO: Dopo la grande tragedia che ha colpito lo scorso 6 aprile, il nostro paese Skuola.net ha intervistato per voi il Geologo Federico Lucci, Dottorando presso l'università degli studi di Roma "Roma Tre".

Ciao Federico è possibile prevedere in anticipo una evento sismico?
Un evento sismico, o terremoto, si verifica quando l’energia lentamente immagazzinata in rocce (deformate come un elastico) è istantaneamente rilasciata provocando un movimento lungo un piano di debolezza chiamato faglia.
Alla domanda che tutti i geologi e i sismologi di tutto il mondo si sentono ripetere in continuazione:“si può prevedere un terremoto?” non è né semplice né banale rispondere.
Se prevedere vuole essere inteso come definire in anticipo il momento esatto e la magnitudo precisa di una futura scossa sismica in una esatta area la risposta è no, senza alcuna esitazione.

Ad una scossa come quella dell'altra notte, possono seguirne altre di maggiore intensità?
Se invece vogliamo usare il termine “previsione” come studio della probabilità che avvenga una certa tipologia di Sisma in un certo intervallo di tempo (anni decenni o secoli) per una certa area, allora si può rispondere, che è possibile produrre una approssimazione positiva.


La previsione quindi può essere fatta a lungo termine basandosi soprattutto attraverso lo studio preciso degli eventi avvenuti in passato, sulla loro frequenza e sulla comprensione delle cause geologiche e fisiche che possono averli generati.
Si parla in pratica di uno studio minuzioso delle cronache e delle notizie storiche, della geologia del territorio, delle informazioni strumentali (come i dati sismici).
Attraverso questo studio preciso e dettagliato si può arrivare alla definizione dei “Gap Sismici”, ovvero riconoscere in una zona tettonicamente attiva (quindi soggetta ad attività sismica importante) quelle faglie o quelle porzioni di faglia in cui l’attivita sismica stessa si è manifestata con una frequenza minore rispetto a quella attesa.
In pratica tutti i “pezzi” di una faglia devono produrre in media lo stesso movimento (o attraverso tanti piccoli terremoti o attraverso pochi grandi terremoti).
Un gap sismico è quindi solitamente interpretato come il segnale di un prossimo probabile terremoto.
Più delicata è la questione di una previsione a breve termine. E’ necessario il monitoraggio di tutti quei fenomeni che possono ritenersi precursori dell’evento sismico e che avvengono nelle vicinanze proprio di una zona di faglia.
Nonostante siano stati proposti numerosi possibili precursori, fino ad ora il successo è stato abbastanza scarso; probabilmente perché i processi sismogenetici sono processi profondi crostali, mentre i precursori sono processi superficiali spesso mascherati proprio dalle diverse condizioni geologiche superficiali e dalle condizioni climatiche.
A tutt’oggi non esiste una sequenza di fenomeni ripetitiva e affidabile.
Tra questi fenomeni attualmente considerati vi è lo studio del sollevamento e delle deformazioni del suolo in prossimità di faglie note, studio e monitoraggio delle scosse preliminari (o sciami sismici), monitoraggio del livello dell’acqua nei pozzi, eventuali emissioni di gas quali Elio, Idrogeno, Anidride Carbonica e Radon (anche se tutt’ora rimane il metodo più dubbio di tutti), comportamento insolito di animali.
L’assenza di successi nella previsione a breve termine non deve però allontanarci dallo studio. Al contrario bisogna sviluppare sistemi di monitoraggio più precisi che ci possano fornire dati ed informazioni dettagliate sugli eventi sismici. Questi dati ci aiuteranno a comprendere meglio il territorio e anche i meccanismi di genesi di un terremoto in una determinata area. Comprendere questi due punti è la base per produrre una “Carta di Rischio” ovvero una carta che descriva le aree di rischio e che quindi ci permetta di intervenire e mitigare il rischio stesso. Prevedere a lungo termine significa quindi intervenire preventivamente per non farsi cogliere impreparati.
Non farsi cogliere impreparati, e quindi difendersi dal terremoto, significa intervenire sulle vecchie costruzioni rafforzandole strutturalmente, significa costruire nuove strutture secondo le regole antisismiche, significa seguire regole di progettazione ed intervento studiate dagli ingegneri sismici, ma soprattutto significa (almeno per quanto riguarda il nuovo) costruire e progettare tenendo conto delle caratteristiche del territorio (e questo è una buona prevenzione non solo per i terremoti, ma anche per eruzioni vulcaniche, frane, alluvioni ecc. ecc.).


Quali sono le cause del terremoto dell'Aquila?
Tornando nello specifico del terremoto dell’Aquila, pronosticare se vi saranno altre scosse di pari o maggiore intensità in qualche modo rientra nelle problematiche sopra descritte nella previsione sismica.
Ogni scossa infatti è nel suo piccolo un singolo evento. Anche in questo caso la conoscenza storica del comportamento di una data area ci può venire in aiuto nell’interpretazione di una serie di eventi sismici (scosse premonitrici, sciami, eventi principali, scosse di assestamento).

C'è stato un preavviso?
Nel caso di questo evento sismico (come per tutti!) è fondamentale la comprensione della geologia e del territorio. Quali sono le cause di questo evento? C’è stato un preavviso?
Se per la prima di queste due domande è relativamente facile rispondere, più sottile diventa affrontare il secondo quesito.
La catena Appenninica costituisce l’ossatura della penisola italiana; dal punto di vista geologico la catena viene divisa in Appennino Settentrionale, Centro-meridionale e Arco Calabro. E’ una catena lunga 1000km e raggiunge le sue massime altezze proprio nel settore Laziale Abruzzese con il Gran Sasso. L’Appennino Settentrionale nella sua accezione comprende la catena che si estende dall’area liguro-piemontese al Lazio e all’Abruzzo ove il confine è segnato da una linea tettonica Olevano-Antrodoco (o linea Anzio-Ancona) e dai grandi sovrascorrimenti (grandi faglie compressive a basso angolo) del Gran Sasso.

L’Appennino deve la sua origine a fenomeni iniziati nel Creataceo per la convergenza delle zolle europea ed africana, convergenza che ha portato alla collisione delle due zolle continentali attraverso una successione continua di eventi: l’orogenesi alpina prima e l’apertura di bacini oceanici dopo quali il ligure provenzale ed il tirreno. In un primo momento quindi si ha la collisione Alpina (Cretaceo-Eocene) con la Corsica solidale con le Alpi. In un secondo momento (Oligocene-Miocene) inizia l’apertura dei vari bacini costituenti il Mediterraneo Occidentale. L’apertura di questi bacini insieme alla posizione della subduzione di Adria (un piccolo promontorio della placca Africana) sotto Europa è la causa della rotazione del massiccio Sardo Corso prima e della formazione e rotazione della struttura appenninica italiana poi. In quest’ultimo periodo si sviluppa proprio l’Appennino così come lo vediamo ora: ovvero falde (grosse scaglie) con vergenza verso Est in cui i le varie unità strutturali (le falde) risultano impilate con le più vecchie sopra le più recenti.
Questo processo orogenetico è caratterizzato da tre movimenti fondamentali: sovrascorrimenti lungo grandi faglie compressive a basso angolo (quasi orizzontali), rotazioni antiorarie, e dislocazioni lungo faglie trascorrenti. Infine durante l’ultimo milione e mezzo di anni si sono sviluppati sul margine tirrenico (proprio connessi con l’apertura tirrenica) fenomeni distensivi legati a faglie distensive (insomma altre faglie!).
Ora questi fenomeni non si sono fermati e non sono finiti, ma incessantemente e costantemente l’appennino continua a muoversi verso l’adriatico secondo i movimenti prima descritti e alle sue spalle il tirreno continua ad interagire con i suoi processi distensivi. Tutto questo “movimento” si esplica con deformazione elastica delle rocce che viene liberata come spostamento ed energia durante i terremoti.
Quello che è avvenuto in Abruzzo alle 3.32 del 6 Aprile 2009 non è null’altro che uno dei movimenti strettamente collegati alla vita ed evoluzione della catena Appenninica.
Più sottile il discorso del “preavviso”.. in un certo senso potremmo dire che tutta la storia geologica dell’Appennino è un preavviso di quello che potrebbe fare e produrre come eventi naturali. Rimanendo però su scala temporale umana il preavviso rimane una questione rovente. In questi giorni si è parlato molto di sciami di scosse sismiche più o meno intense che hanno interessato l’area tra Ancona e l’Aquila, e molti con facilità hanno subito indicato con il senno di poi questi sistemi di scosse come il “preavviso”.
Ma la domanda che vi pongo criticamente è la seguente: come facciamo a capire da una sequenza né crescente né decrescente ma semplicemente casuale di eventi quale è il momento in cui questa culminerà? Una settimana? Due? Un mese? Tre mesi? Un anno?
Purtroppo sembrerà noiosa la mia risposta, ma ancora una volta ritorna l’impossibilità di una previsione a breve termine e quindi l’obbligo di una gestione oculata del territorio e delle strutture antropiche.
Come diceva una pubblicità “prevenire è meglio che curare” (e soprattutto a lungo andare costa anche meno!). Basti pensare al Giappone, alla California; due paesi che convivono con grandi eventi sismici e ne attendono di ancor più grandi: eppure regole rigide di ristrutturazione e costruzione di tutte le infrastrutture antropiche permettono di limitare al minimo i danni e salvare molte vite umane.

Nota del redattore: A conferma di quanto detto fin'ora dal nostro esperto, poco dopo l'intervista si sono verificate due scosse pari a 3.8 e 4.8 della scala Richter.

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