Giacomo Leopardi: pessimista a chi?

Serena Rosticci
Di Serena Rosticci

foto di Giacomo Leopardi non era pessimista

Se nominiamo Giacomo Leopardi l'immagine che ci facciamo del poeta non è certo quella di super figo: gobbo, stempiato e con un'infanzia infelice, sicuramente non è il poeta leggeremmo per allietare le nostre giornate. E poi tutta quella solfa sul pessimismo che ci hanno insegnato a scuola fa da cornice perfetta al ritratto che ci siamo fatti del poeta. In realtà, come scrive la professoressa Clizia Carminati sull'Internazionale parlando della formazione degli insegnanti, Leopardi era tutt'altro che pessimista.

LEOPARDI NON SOLO PESSIMISTA - "Innanzitutto lui nomina il pessimismo solo una volta e nello Zibaldone", scrive la prof di letteratura italiana all'Università di Bergamo. E allora come mai è il poeta famoso proprio per la sua tristezza infinita? "Probabilmente - continua la prof nel suo articolo - perchè questa vulgata non è che il distillato di una tradizione critica ormai assimilata senza più leggere quel che ha scritto Leopardi. L’esigenza di semplificare e rendere pronto all’uso, spendibile ciò che è per sua natura complesso, cioè un testo letterario, ha prodotto una incomprensibile tendenza a prediligere lo studio della 'critica' rispetto alla lettura diretta dei testi”.

LA VERITÀ SU GIACOMO LEOPARDI - Infatti, se noi conoscessimo bene il poeta di Recanati, cambierebbe completamente la nostra visione triste del poeta. Calcolate, prima di tutto che la vita del Leopardi non era tra le più felici: era malato, bianchiccio, con un'evidente gobba e una stempiatura che farebbe scappare anche la donzella dalle più belle intenzioni. A questo aggiungete che ha avuto un'infanzia da Telefono Azzurro. Ecco, a questo punto nemmeno il più ottimista di voi vivrebbe serenamente. Eppure lui non si è mai arreso a - udite, udite - quella che potremmo chiamare la sua personale ricerca della felicità. Insomma, nonostante tutto non gli è mai mancata la speranza.

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LA SPERANZA CONFIDATA AGLI AMICI - Coma facciamo a saperlo? Entrando nella sua sfera più intima grazie alla lettura delle lettere che scriveva ad amici e famigliari. In particolare ce n'è una in cui questa speranza si vede benissimo, quella al suo amico Jacopssen, datata 23 Giugno 1823:

"[…] Senza dubbio, mio caro amico, bisognerebbe o non vivere proprio o sempre sentire, sempre amare, sempre sperare. […] Io converrò, se si vuole, che la virtù, come tutto ciò che è bello e tutto ciò che è grande, non sia che un’illusione. Ma se questa illusione fosse comune, se tutti gli uomini credessero di potere e volessero essere virtuosi, se fossero compassionevoli, caritatevoli, generosi, magnanimi, pieni d’entusiasmo; in una parola, se tutti fossero sensibili (giacché io non faccio alcuna differenza tra la sensibilità e quello che si chiama virtù), non si sarebbe forse più felici? […] Nell’amore, tutte le gioie che provano le animi volgari, non valgono il piacere che dà un solo istante di rapimento e d’emozione profonda. Ma come far sì che questo sentimento sia duraturo, o che si rinnovi spesso nella vita? dove trovare un cuore che gli corrisponda? […] Che cos’è dunque la felicità, mio caro amico? e se la felicità non esiste, che cos’è dunque la vita? Io non ne so nulla; vi amo, vi amerò sempre così teneramente, così fortemente come ho altre volte amato quei dolci oggetti che la mia immaginazione si compiaceva di creare, quei sogni nei quali voi fate consistere una parte della felicità […]".

COME NON FERMARSI ALLA SUPERFICIE: I CONSIGLI DELLA PROF - Insomma, dando un'occhiata a questa lettera si vede chiaramente come Leopardi, parlando con un amico in maniera intima, come facciamo tutti, si apra a lui facendogli domande propria sulla felicità e dicendo che se non si spera, non si vive. E questa lettera è solo uno degli argomenti della tesi secondo la quale il poeta di Recanati non è solo un pessimista. Ma come facciamo a non fermarci alla superficie quando studiamo? Secondo la Carminati è il prof che deve assumere un ruolo fondamentale. Come? "Obbligando gli studenti a confrontarsi con un testo intero la cui struttura spesso è portatrice di significato, e confrontarsi con usi linguistici che possono risultare oggi poco familiari. Ma senza far perdere la coscienza che di lingua italiana si tratta: in Italia non dovrebbe esistere un’edizione del Principe di Machiavelli con 'versione in italiano moderno' a fronte, altrimenti lo studente, è tentato di leggere soltanto quella".

Serena Rosticci

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