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Sviluppo del linguaggio e della comunicazione

Linguaggio e comunicazione: il processo educativo può essere considerato come una comunicazione continua in cui ogni persona è inserita nella società e nella cultura che le corrisponde. Alla base di ogni analisi comunicativa, sia per il linguaggio verbale che per quello non verbale, vi è uno schema secondo il quale i diversi codici trasmettono, attraverso differenti canali e in determinati contesti, particolari messaggi fra emittenti e riceventi. Il linguaggio occupa una parte importante nel processo educativo, dovuta alla centralità del suo ruolo nello sviluppo umano. Il linguaggio, strumento fondamentale dell’evoluzione umana, è dotato di caratteristiche plurifunzionali: è una forza di umanizzazione, e ha usi conoscitivi, emotivi, pedagogici, sociali e strumentali. Questa plurifunzionalità si esprime nel triplice valore della parola: espressione, comunicazione e forma del pensiero.


Sviluppo del linguaggio infantile tra innato e acquisito: l’acquisizione del linguaggio è stata studiata dalla psicolinguistica per quanto concerne l’interazione tra fattori innati e acquisiti. La competenza linguistica, intesa come la capacità di comprendere e servirsi creativamente del linguaggio verbale, può essere articolata in una serie di sottocompetenze, in ciascuna delle quali sono presenti fattori di tipo maturativi: la capacità di simbolizzazione, la competenza fonetica e fonologica, la competenza sintattica, la competenza semantica e la competenza pragmatica. Alla base di ogni linguaggio sta la capacità umana di servirsi di simboli per rappresentare la realtà: decisivo per l’apprendimento del linguaggio è lo sviluppo della funzione semiotica dell’intelligenza (Piaget) che permette un uso socializzato dei simboli individuali, ovvero i simboli frutto di un esperienza individuale devono essere tenuti separati dai segni socializzati del linguaggio. Un esempio evidente dei caratteri innati nello sviluppo del linguaggio è il manifestarsi della produzione sonora e della comprensione fonologica: dalle prime lallazioni e comprensioni si passa alla costruzione di fonemi grazie alle regole di emergenza innate e ai modelli forniti dall’ambiente della lingua madre. L’innatismo del linguaggio si manifesta anche nella maturazione della capacità sintattica per cui il linguaggio passa dalle parole olofrastiche alle prime forme grammaticali. Secondo Chomsky è l’esistenza di competenze grammaticali innate che permette al bambino di fare un uso infinito di mezzi finiti, combinando ovvero il lessico appreso dagli adulti con forme grammaticali originali che si avvicinano al modello grammaticale della propria comunità d’appartenenza. La necessità di fondare una teoria del concreto uso che il bambino fa delle capacità linguistiche prima della comparsa delle prime forme di grammatica, ha condotto ad interessarsi della competenza pragmatica e semantica ossia della capacità di fare cose con parole e di attribuire significato ai termini. Il bambino passa quindi dalle espressioni innate alla comunicazione internazionale, costruendo competenze comunicative che precedono le competenze linguistiche.


Linguaggio e pensiero: la plurifunzionalità del linguaggio presenta una distinzione fra la sua funzione intermentale (di comunicazione) e intramentale (di rappresentazione interna della realtà in forma di pensiero). Secondo Piaget lo sviluppo dell’intelligenza come capacità di decentramento cognitivo è fondamentale per far passare l’uso infantile del linguaggio dal suo egocentrismo iniziale (forma dominante è il monologo, quindi il pensiero è precedente al linguaggio) a un uso socializzato. Piaget è scettico sulle capacità dell’adulto di impostare un tirocinio comunicativo per il bambino: la dimensione del dialogo verrà conquistata quando cadranno le barriere dell’egocentrismo attraverso una crescita intrapsichica e della funzione semiotica del soggetto stesso. Secondo Lev Vygotskij la prima manifestazione del linguaggio è già pienamente comunicativa e l’uso intrapsichico di esso, nel monologo, deriva da una interiorizzazione della comunicazione. Gli adulti sono essenziali per la crescita comunicativa in quanto adattano le proprie richieste al bambino, ad un livello per quest ultimo ancora non raggiungibile. Si crea una zona di sviluppo potenziale che viene messa in gioco dall’interazione educativa con l’adulto. Secondo Bruner l’apprendimento linguistico dipende da situazioni in cui il bambino acquisisce con l’adulto prima la struttura del dialogo, e poi il lessico, i significati e le forme d’uso. L’adulto condivide con il bambino un linguaggio infantile e stabilisce con lui i prerequisiti di scambio, adattandosi ai mezzi espressivi del bambino. In sostanza pensiero e linguaggio sono in relazione tra di loro.


Dal linguaggio comune alle competenze linguistiche e comunicative: gli obbiettivi dell’educazione al linguaggio verbale: l’educazione linguistica è connessa con tutti i principali problemi socio-culturali del giorno oggi, come l’importanza dell’alfebatizzazione nel terzo mondo, la necessità di lingue comuni ecc…lo sviluppo tecnologico della comunicazione ha condotto ad una moltiplicazione dei messaggi che ci arrivano attraverso i media che richiedono lo sviluppo di competenze in grado di evitare effetti di impoverimento espressivo. La pedagogia contemporanea, attraverso una sintesi tra i contenuti di ogni disciplina, deve definire gli obbiettivi educativi. Facendo ciò si è svalutata la pedagogia tradizionale che si basava su una sopravvalutazione della lettura e della scrittura rispetto all’oralità, su un’idea di immutabilità i cui canoni erano fissati dagli autori classici, su un prevalere dell’analisi grammaticale e logica per migliorare le competenze insomma su una concezione monofunzionale. A partire dagli anni ’60 questo modello è stato sostituito da una visione polifunzionale dove si promuovono competenze diversificate sia per varietà che per forma d’uso della lingua. Questo cambiamento è avvenuto grazie al passaggio dalla considerazione del linguaggio da prodotto a processo dinamico in cui il soggetto operante ha un ruolo attivo, non più passivo.


Aree di educazione linguistica: la riforma dell’educazione linguistica italiana, intorno agli anni ’60, è cresciuta indirizzandosi verso un privilegiamento degli aspetti espressivi (produzione creativa, narrazione) e comunicativi del linguaggi, valorizzando la creatività infantile piuttosto alle strutture grammaticali e alle forme letterarie. Secondo Franco Fornari nel linguaggio si uniscono una simbolizzazione affettiva, che affonda le sue radici nei processi inconsci e nell’attività istintuale del bambino, ed una simbolizzazione operativa che costituisce il linguaggio comunicativo e socializzato. La valutazione dei risultati delle’ducazione linguistica deve essere condotta in relazione ai contesti d’uso, secondo R. Simone, e alla funzionalità comunicativa: nessun uso è erroneo di per sé ma solo più o meno appropriato in rapporto ad una concreta occasione comunicativa. Si sottolinea l’importanza della dimensione comunicativa sul piano educativo promuovendo sul piano educativo la conoscenza della varietà degli usi e dei codici e la loro applicazione appropriata e incoraggiando lo sviluppo di una civiltà del dialogo contro la minaccia di una civiltà senza linguaggio. Il linguaggio non è solo comunicazione o espressine, ma anche rappresentazione della realtà e pensiero. È necessaria perciò una sempre maggiore padronanza del codice per un uso intramentale. Secondo il cognitivista D. Parisi un’educazione linguistica è razionale, quando l’educatore passa dall’intuizione alla conoscenza dei meccanismi cognitivi implicati alle competenze linguistiche. Si presuppone così un collegamento tra l’acquisizione del linguaggio e le attività intellettive ad esso sottostanti. Le competenze linguistiche generali possono essere scomposte in sottocompetenze il cui obbiettivo è il passaggio dall’intuizione alla conoscenza razionale, arrivando alla metacognizione.


Famiglia e educazione linguistica: apprendere una lingua significa ricrearla non individualmente, né per il neonato né per l’adulto: è, infatti, un processo sociale. Il compito di ogni istituzione educativa è di essere un positivo ambiente linguistico. La famiglia, essendo il primo ambiente sociale dove i bambini hanno un approccio con il linguaggio e la comunicazione, ha un’importanza fondamentale per lo sviluppo degli strumenti linguistici e comunicativi. La famiglia è condizionante perché i genitori determinano con la loro influenza la selezione linguistica che il bambino compie. Questo condizionamento avviene nel quadro di una generale flessibilità rispetto alle competenze e al lessico iniziale del bimbo, dove gli adulti spesso accettano termini inventati o storpiati dal bambino. Questo adattamento, diverso dal bambinismo, da parte dei genitori è fondamentale all’interno dei progetti di apprendimento.


Contributi generali dell’ambiente famigliare allo sviluppo linguistico: la famiglia contribuisce allo sviluppo linguistico. Fornisce gli stimoli fondamentali con cui il bambino inizia a costruire il suo linguaggio; la comunicazione familiare dota il neonato delle competenze comunicative preliminari alla conquista del linguaggio verbale come il padroneggiamento della simbolizzazione; la famiglia contribuisce allo sviluppo della corrispondenza fra i significati messi a disposizione dal linguaggio e l’esperienza personale e sociale; nella famiglia vengono utilizzate per la prima volta delle costruzioni linguistiche: filastrocche, canti e narrazioni che svolgono funzioni di educazione morale, cognitiva, linguistica e sociale, preservando anche la sopravivenza dell’oralità; l’educazione linguistica famigliare non trasmette un linguaggio neutrale ma comprende un codice determinato dal gruppo sociale d’appartenenza. Secondo Bernstein il codice ristretto, utilizzato dai bambini delle famiglie delle classi popolari inglesi degli anni ’50, caratterizzato da povertà sintattica, lessicale e logica, determinava uno svantaggio cognitivo e linguistico rispetto ai bambini di ceto medio alto, abituati ad un codice elaborato, logico, ricco e complesso. Questa superiorità di codice richiedeva alla scuola una compensazione del codice ristretto. Secondo W. Labov però il codice ristretto non è altro che una varietà della lingua perfettamente funzionale ai suoi scopi nell’uso che ne fa un determinato gruppo di parlanti. Lo svantaggio consiste nell’imposizione ai bambini di esprimersi nel codice elaborato.


Gruppo dei pari ed educazione linguistica: Piaget afferma che quando il bambino comunica con l’adulto la superiorità dell’adulto impedisce una discussione e cooperazione, perciò la vera socializzazione comunicativa si verificherebbe con i coetanei. L’inserimento nel gruppo dei pari porta a un confronto dei propri usi personali con quelli di una comunità. Il gruppo dei pari si caratterizza per la creazione di lingue segrete o gerghi che servono a sottolineare l’appartenenza sociale dei membri del gruppo. Il bambino comprende la funzione di identità comunitaria del gruppo. Si sviluppa in esso il linguaggio giovanile che si forma di termini al passo con tendenze sociali e termini con un humor ludico. Dal punto di vista educativo la funzione del linguaggio giovanile è attuare il passaggio dal linguaggio infantile a quello adulto. Il linguaggio giovanile è stato percepito come un problema pedagogico in quanto identificatore di una frattura generazionale che a partire dagli anni ’50 ha contrapposto i giovani agli adulti, contestati per il loro ordine. Perciò il primo approccio al linguaggio giovanile è stato repressivo ma in un secondo momento, quando molti utenti del linguaggio giovanile sono diventati adulti ed educatori, ci si è posti il problema della comunicazione pedagogica, tralasciando la repressione.


Scuola ed educazione linguistica: il bambino arriva nella scuola con competenze linguistiche provenienti dalla famiglia. Anche se i mass-media favoriscono l’omogeneità delle competenze un compito principale dell’educazione linguistica, è quello di favorire la creazione di modelli comunicativi comuni fra i diversi membri del gruppo, utilizzando come piattaforma da cui dirigersi verso tutte le ulteriori conquiste semantiche e grammaticali, il padroneggiamento della lingua a livello di comunicazione interpersonale. Un altro obbiettivo è quello di fornire competenze per servirsi di tutte le gamme possibili del repertorio linguistico della comunità d’appartenenza: perciò è necessaria una revisione dell’insegnamento, precedentemente incentrati alla produzione scritta di testi caratterizzata da un linguaggio colto o letterario a discapito della altre forme espressive. È necessaria una democratizzazione fra le competenze linguistiche di allievi provenienti da ambienti socioculturali diversi; la scuola non deve incentrare la propria attività educativa su certe varietà di lingua in uso nelle classi medie o elevate, pena il fatto di non compensare svantaggi sociolinguistici, ma anzi di crearli. La democratizzazione si può creare senza la necessità di sradicare o cancellare usi linguistici di provenienza dell’educando: è sufficiente accostare altri usi e altri contesti ai loro.

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