Ominide 187 punti

Sviluppo competenza comunicativa

Gli studi recenti sullo studio della comunicazione oltre ad analizzare l’apprendimento di suoni, della sintassi e del vocabolario che costituiscono il linguaggio, hanno posto l’accento anche sull’apprendimento delle regole d’uso del linguaggio (pragmatica). È stato dimostrato che la fase pre-linguistica dello sviluppo non è pre-comunicativa. È possibile cioè individuare una continuità tra comunicazione non verbale pre-linguistica e linguaggio.
Teoria cognitiva dello sviluppo  considera il neonato come un “sistema aperto che si organizza, si stabilizza, si dirige, e si inserisce nella dimensione culturale stabilità dal suo ambiente naturale e umano”. L’immagine del neonato proposta da Schaffer è quella di un organismo già dotato alla nascita di un’organizzazione sensoriale altamente strutturata in grado di selezionare in modo attivo gli stimoli senso-riali provenienti dall’ambiente circostante, capace cioè fin dalla nascita di partecipare all’interazione attra-verso diversi canali (visivo, vocale tattile …). Nel periodo neonatale il bambino possiede una adeguata sen-sibilità visiva e l’accomodazione matura rapidamente. Il comportamento del bambino manifesta inoltre una sua organizzazione temporale endogena. L processo di socializzazione appare dunque fondato su di un rapporto in cui l’adulto svolge prevalentemente il ruolo di fonte di stimolazioni e di interprete dei comportamenti-segnale del bambino; in tal modo l’adulto “costruisce” la comunicazione trattando il bambino come se egli comunicasse intenzionalmente anche nelle prime fasi dello sviluppo quando lo stadio dell’intenzionalità non è stato ancora raggiunto  sistema di comunicazione circolare adulto-bambino. Il fine da raggiungere è una coordinazione armonica fra l’organizzazione delle funzioni materne e l’organizzazione delle funzioni del bambino. L’interazione si basa sull’alternanza dei ruoli fra i due interlocutori, nel senso che i due individui assumono alternativamente un ruolo attivo ed un ruolo passivo, il ruolo di chi invia un messaggi e di chi lo riceve. La capacità di alternare i turni (turn-taking) nello scambio interpersonale rappresenta una delle regole fondamentali della comunicazione ed una delle caratteristiche essenziali del dialogo umano. Il ruolo attivo del bambino si esprime nell’emissione di “segnali” che ottengono un effetto immediato (destare interesse e attenzione).

Nell’ultima parte del primo anno di vita si può creare di un dialogo reciproco e intenzionale fra il bambino e il suo interlocutore. La reciprocità si riferisce alla consapevolezza che il dialogo è bilaterale, implica cioè il coinvolgimento di entrambi i partner. L’intenzionalità viene raggiunta quando il bambino si rende conto che il proprio comportamento ha un valore comunicativo e può essere usato per influenzare il comportamento altrui allo scopo di ottenere risultati desiderati.

Nel corso del primo anno di vita il bambino, dotato inizialmente di mezzi di comunicazione di natura ego-centrica, si trasforma in essere sociale, imparando a distinguere le figure familiari da quelle estranee. Il bambino sperimenta le fasi fondamentali del processo di socializzazione in un rapporto di interazione col modo che lo circonda; egli stesso offre stimoli che esercitano un’influenza significativa sugli adulti e dispone di mezzi di segnalazione che hanno la funzione di garantire la vicinanza di chi si prende cura di lui e di dare origine a processi di interazione (pianto, sorriso).

Sorriso  elemento importante di segnalazione attraverso il canale visivo-cinesico ed è comunemente considerato come il principale indicatore di affetti positivi quali felicità, piacere, tenerezza.

Pianto  insieme di segnali che risultano differenziati: si tratta di modi di comportamento non verbale originariamente distinti: pianto per fame, pianto per dolore, pianto per collera. Ciascun tipo di pianto tende ad avere intensità e ritmi specifici. Il pianto nelle sue varie forme è presente fin dalla nascita d assume una funzione di richiamo sulle persone circostanti.

Vocalizzazione  segnale sociale avente come risultato prevedibile una maggiore vicinanza dell’adulto. essa si manifesta frequentemente insieme al sorriso. La vocalizzazione segue uno sviluppo progressivo per fasi: nelle prime settimane compaiono solo suoni riflessi (gemiti, grida); segue una fasi di suoni definiti “cooing” che esprimono piacere e benessere (sorriso); compare poi il “gioco vocale”, caratterizzato da sequenze prolungate di suoni che esprimono piacere; balbettio raddoppiato (serie ripetute di sillabe).

Attenzione visiva e fissazione dello sguardo  il guardare è un comportamento fondamentale nelle prime fasi di sviluppo. Il riflesso di orientamento dello sguardo è provocato in un primo tempo da variazioni della luminosità e da movimenti alla periferia dell’occhio.

Gesto di sollevare le braccia  si manifesta quando l’adulto compare vicino alla culla oppure quando il bambino tenta di avvicinarsi alla madre o quando quest’ultima si avvicina al bambino = desiderio di essere preso in braccio.

Cercare di attrarre e mantenere viva l’attenzione dell’adulto  comportamento complesso, attuato me-diante vocalizzi e movimenti degli arti, che permette al bambino di notificare all’adulto le sue attività, i suoi spostamenti, le sue esigenze; in genere il bambino insiste in questo comportamento finché l’adulto non dimostra di avere ricevuto il messaggio.

Tendenza di avvicinarsi alla madre e seguirla  maturato l’apparato conoscitivo al punto da poter imma-ginare oggetti assenti e cercarli, non solo tende a seguire la madre quando la vede e la sente, ma anche a cercarla nei luoghi familiari, quando è assente.

La generale convinzione che il volto del neonato sia inespressivo è stata recentemente messa in dubbio. Alla nascita il bambino può produrre configurazioni facciali potenzialmente comprensibili dall’adulto. La presenza di modelli espressivi già organizzato ala nascita è particolarmente importante per lo studio dell’ontogenesi delle emozioni  non significa che nel bambino esiste la stessa esperienza emozionale dell’adulto, ma che ciò che è stato definito “programma emozionale” è già operativo per certi aspetti nel bambino e può fornire indizi importanti circa l’evoluzione delle risposte emotive.

Già nello stadio pre-linguistico il bambino è capace di reagire alle iniziative sociali degli altri, di impegnarsi in giochi reciproci, obbedire a richieste e rispondere a domande, iniziare spontaneamente un’interazione. Chomsky aveva sostenuto l’ipotesi che il bambino nell’apprendere la lingua è guidato da una conoscenza implicita delle relazione grammaticali della struttura profonda, manifestate direttamente nelle frasi. Non si può dire che il bambino conosca delle regole, ma si comporta “come se” conoscesse le regole grammaticali.
Il bambino giunge successivamente anche a uno “sviluppo completo del sé”. Perché il sé si sviluppi compiutamente, il bambino deve essere in grado di vedere sé come oggetto distinto da altri oggetti e deve possedere la consapevolezza che esistono prospettive diverse dalla sua. Il bambino deve essere in grado di identificare esplicitamente se stesso di fronte ad altri sé. Il dispositivo linguistico più importante diventa allora il nome.
 Comunicare non significa solo conoscere un vocabolario e regole grammaticali, ma anche sapere quando e come parlare
Da un punto di vista socio-psicologico, esprimersi non è semplicemente produrre una sequenza di suoni verbali, ma un’attività sociale, per cui ogni atto di comunicazione verbale è comprensibile all’interno di un quadro di regole comuni per l’attribuzione di significati che si dà per scontato sia condiviso dai partecipanti.

In un linguaggio usato tra madre-bambino intervengono modificazioni sistematiche a tutti i livelli, e in spe-cifico:
 modo di produzione: il baby-talk è più lento, più scorrevole e pronunciato più indistintamente del linguaggio normale
 semplicità formale: le frasi rivolte ai piccoli sono più brevi e sintatticamente più semplici
 aspetti prosodici: vi è un uso maggiore della gamma di toni della voce, soprattutto quelli più elevati
 semplicità semantica e ridondanza: le frasi del baby-talk hanno un lessico più ristretto, ci sono molte ripetizioni e l’argomento è limitato a fatti concreti presenti nel contesto o ad avvenimento in cui i partecipanti sono coinvolti direttamente
 funzione: controllare il comportamento del bambino e mantenere l’interazione

 influenza bidirezionale. Linguaggio = strumento più importante della socializzazione.


Si può studiare il rapporto tra persona e spazio, per determinare il significato che un ambiente ha per un individuo attraverso percezione, sentimenti, valori personali; si possono analizzare i rapporti di corrispon-denza tra spazio e uomo a livello delle più ampie unità sociali di cui l’individuo fa parte, attraverso norme e valori legati alla natura di vita e alla cultura del gruppo stesso.
Secondo Hediger il termine territorio indica un’area che viene difesa e personalizzata dal suo proprietario; il termine spazio personale indica la zona che circonda immediatamente l’individuo ed è vista come proiezione dell’io. Esistono poi territori di carattere collettivo costituiti dall’aggregarsi di unità territoriali tra loro connesse.
Contatto corporeo, distanza, orientazione e postura hanno in comune la caratteristica di essere elementi spaziali, e dalla loro interazione e integrazione nasce la configurazione spaziale.
Goffman, analizzando le relazioni fra ambiente e comportamento dell’uomo, rileva come la configurazione spaziale dei comportamenti stessi tenda a definirsi in modo dettagliato e preciso, secondo regole caratteristiche; egli individua così aspetti particolari dei “territori del sé”, in cui il comportamento si esprime.

L’atto attivo del toccare è sostanzialmente diverso dall’esperienza dell’essere toccati: nel tatto attivo prevale la dimensione esplorativa, mentre in quello passivo prevale la ricezione dei segnali provenienti da un agente esterno. In generale, nella maggior parte delle culture il contatto fisico è particolarmente usato nelle effusioni affettuose tra marito e moglie, genitori e figli, all’interno cioè dell’istituto familiare. Il contatto corporeo oltre a comunicare atteggiamenti interpersonali, produce altri effetti, un dei quali è l’attivazione fisiologica. Heslin ha proposto cinque categorie di contatto corporeo nelle relazioni interpersonali: funzionale/professionale; sociale; amichevole; intimo/affettuoso; sessuale.

Hall ha descritto quattro diverse distanze per l’interazione umana: intima, personale, sociale e pubblica; non tutti si comportano con pari sicurezza in tutte e quattro le situazioni. A seconda della distanza operano diversamente i sensi (a distanza intima calore, odorato e tatto possono trasmettere informazioni). È stato dimostrato che l’uomo preferisce la vicinanza di individui che gli piacciono, che gli sono amici, che non dirigono lo sguardo su di lui  invasione del “territorio” personale dell’individuo. Si può osservare che in genere la vicinanza fisica p importante in relazione all’intimità e alla dominanza. Il suo significato varia a seconda delle circostanze fisiche esterne: per esempio la vicinanza in ascensore, essendo forzata, non assume alcun significato affiliativo. La vicinanza fisica sembra seguire regole precise, che variano in reazione alla situazione, all’ambiente, alla cultura. I mutamenti nella distanza interpersonale nel corso dell’interazione possono fornire informazioni sull’interazione di iniziare, mantenere o interrompere un incontro, un movimento ecc.

Orientazione = angolo secondo il cui le persone si situano nello spazio, l’una rispetto all’altra. Le due principali orientazioni sono quelle di “faccia a faccia” e “l’una di fianco all’altra”. In base alle reciproche orientazioni assunte dai membri di un gruppo potranno essere tratte informazioni sui ruoli occupati dai componenti del gruppo stesso. Una persona collocata più in alto rispetto ad un’altra assumerebbe una posizione dominante. Anche per l’orientazione sussistono variazioni interculturali: gli Arabi preferiscono la posizione faccia a faccia; gli Svedesi evitano la posizione a 90 gradi.


Postura = segnale involontario che può partecipare al processo di comunicazione. In ogni cultura esistono diversi tipi di postura. Esistono posture dominanti-superiori e inferiori-sotomesse. Vi sono posture diverse che corrispondono a situazioni di amicizia e ostilità, posture indicanti uno stato o posizione sociale. la postura varia con lo stato emotivo, in speciale modo lungo la dimensione rilassamento-tensione. Ekman e Friesen hanno rilevato come la postura sia più rilevante per comunicare l’intensità dell’emozione e non il tipo di emozione; essi inoltre rilevano come la postura sia meno controllabile del volto e del tono di voce, perciò nel legame tra stato d’animo e postura questa può svelare un’ansia segreta che il volto non fa trapelare. Inoltre una persona attraverso la postura può mostrare alle altre presenti il suo atteggiamento.

Uno degli aspetti più interessanti del comportamento non verbale è costituito dalla gestualità. I cenni del capo sono segnali non verbali molto rapidi; seppure apparentemente trascurabili, questi segnali sono invece importanti indicatori relativi al procedere dell’interazione. In genere i cenni del capo sono coordinati con altri movimenti fisici nei due interagenti così che fra i due sembra svolgersi una specie di “danza gestuale”. I movimenti delle mani sono altamente espressivi. Ekman e Friesen hanno individuato cinque categorie di segnali non verbali. I gesti simbolici o emblemi sono segnali emessi intenzionalmente aventi un significato specifico che può essere tradotto direttamente in parole (scuotere la mano in segno di saluto, chiamare attraverso cenni, indicare)  possono essere utilizzati quando la comunicazione verbale è ostacolata.
I gesti illustratori sono rappresentati da tutti quei movimenti che la maggior parte degli individui realizza nel corso della comunicazione verbale e che illustrano ciò che si va dicendo. Alcuni di essi scandiscono le parti del discorso, altri ampliano o completano il contenuto della comunicazione indicando relazioni spazia-li, delineando forme di oggetti o movimenti.

Per molti aspetti il volto rappresenta l’area del corpo più importante sul piano espressivo e comunicativo. Esso costituisce il canale privilegiato per l’espressione delle emozioni, manifesta gli atteggiamenti interpersonali, produce rilevanti segnali di interazione. Da un punto di vista espressivo possiamo individuare due aree o zone del volto particolarmente specializzate:
 area inferiore: bocca e naso
 area superiore: occhi, sopracciglia e fronte
L’importanza espressiva e comunicativa del volto aumenta di pari passo con lo sviluppo filogenetico. I mu-scoli mimici del volto sono quasi assenti negli invertebrati e nelle specie inferiori dei vertebrati. Fra i prima-ti, la mimica facciale è più sviluppata nei gruppi che vivono in comunità permanenti.
Sebbene il volto umano sia capace di produrre un gran numero di espressioni mimiche, per quanto riguarda le emozioni le espressioni risultano associate a un numero relativamente limitato di emozioni. Il volto rappresenta fin dalla nascita un importante canale di interazione fra l’adulto e il bambino, esso costituisce la fonte di simboli che maggiormente attrae il neonato, ne catalizza l’attenzione e ne induce uno stato di benessere. Nell’uomo la mimica facciale svolge diverse funzioni; l’espressione delle emozioni e degli atteggiamenti interpersonali, l’invio di segnali inerenti l’interazione in corso, la manifestazione di aspetti tipici della personalità dell’individuo. Durante l’interazione sociale il volto partecipa attivamente agli scambi interpersonali in stretta combinazione con il linguaggio: colui che parla accompagna le sue parole con espressioni facciali che hanno lo scopo di sottolineare, enfatizzare, modulare i significati.

Lo sguardo e il comportamento visivo rappresentano un elemento unico e primario delle relazioni interpersonali. Ellsworth sottolinea tre peculiarità dello sguardo: la sua importanza, il suo potere attivante e la sua capacità di coinvolgere l’interlocutore. Numerose sono le funzioni dell’interazione visiva: lo sguardo svolge un ruolo importante nel comunicare atteggiamenti interpersonali e nell’instaurare relazioni; esso è poi strettamente collegato con la comunicazione verbale, infine, p usato come segnale per avviare incontri, per salutare, per indicare che si è capita un’idea espressa dall’altro.
Un aspetto particolarmente interessante è costituito dalle basi motivazionali dello sguardo, dalle motiva-zioni cioè che stanno alla base della ricerca dello sguardo e della fuga dello sguardo. I neonati sono attratti dagli occhi fin dalle prime settimane di vita; lo sguardo può essere valore di ricompensa ed è associato a ricompense di altro tipo. È, inoltre, fonte di emozione soprattutto in caso di sguardi più lunghi i quali significano un interesse più vivace per ‘altra persona in senso affiliativo o sessuale, o aggressivo-competitivo. Il contatto visivo, se troppo intenso, può provocare imbarazzo, disagio e sensazioni spiacevoli.

Quando due interlocutori si impegnano in una conversazione, interagiscono per mezzo di messaggi verbali; il loro comportamento comunicativo non si può ridurre tuttavia alle variazioni linguistiche; esso infatti comprende anche una gamma di variazioni non propriamente linguistiche che sono in larga misura indipendenti dal contenuto verbale. Trager distingue all’interno dei fenomeni paralinguistici due categorie principali: la qualità della voce e le vocalizzazioni (costituite da suoni che classifica in tre categorie: i caratterizzatori vocali; i qualificatori vocali; i segregati vocali).

Nell’ambito del comportamento non verbale si possono distinguere come fa Cook due gruppi di segnali, statici (volto, conformazione fisica, abbigliamento, trucco, acconciatura del capelli, stato della pelle …) e dinamici, sula base del fatto che i primi, a differenza dei secondi, non mutano durante il corso dell’interazione. Il volto trasmette varie informazioni, di cui una essenziale che è l’identità di una persona, altre più superficiali quali la razza, l’età, il sesso. Cook afferma che il volto sembra avere scarso valore come segnale, eppure sula base del volto le persone traggono molte informazioni circa gli altri individui  esistenza di stereotipi facciali (= regole di identificazione ampiamente condivise tramite le quali l’aspetto esteriore viene posto in relazione con la personalità). Anche riguardo la conformazione fisica è stata dimo-strata l’esistenza di stereotipi secondo cui ci si attende che le persone grasse siano tranquille, quelle magre nervose, quelle muscolose energetiche. La conformazione fisica però difficilmente fornisce informazioni utili circa caratteristiche importanti della personalità. Altri elementi dell’aspetto esteriore sono sotto il controllo volontario della persona e possono essere almeno parzialmente modificati (trucco, stato della pelle ecc …)  autopresentazione = offrire lì’immagine che egli ha di se stesso e l’immagine di sé che si vuole presentare agli altri.

Registrati via email