Socialità e socializzazione
L’uomo è in grado di istituire autentici vincoli basati su una forte attrazione reciproca che può esprimersi nell’amore o nel conflitto.
Maslow afferma che è strutturale negli esseri umani il bisogno di essere amati, di essere parte del gruppo. Generalmente la tendenza degli esseri umani al bisogno di affiliazione fa si che noi cerchiamo la compagnia degli altri per attenuare l’ansia e la paura, per sfuggire alla noia, per divertirci e così via.
All’origine dell’attrazione interpersonale stanno una serie di meccanismi, a partire dall’idea che gli individui possono essere più o meno selettivi nel creare un legame sociale sulla base di principi fondamentali. Un legame sociale può nascere che gli altri gratificano i nostri bisogni. Esistono poi altre forme di attrazione: la vicinanza fisica (aumenta le possibilità di incontro e gratificazione reciproca), somiglianze e diversità nell’altro, relazioni complementari (quando la somiglianza ci appare noiosa e cerchiamo nell’altro ciò che noi non possediamo). Un esempio di relazione complementare è la relazione amorosa, dove si fa notare anche l’attrazione fisica.
Shaffer ha osservato che è nel contesto sociale che il bambino impara le tecniche utili per la vita sociale, dalle regole comunicative alle nozioni di giusto e sbagliato, dalle regole igieniche alle forme di etichetta. Il bambino, sin dalla nascita ha un consistente bisogno di rapporto sociale. A questo bisogno corrisponde una “programmazione” alla costruzione e al mantenimento dei legami sociali, un esempio è il pianto del bambino per indicare bisogno di cibo, di attenzione, di essere confortati o stretti al seno.
La psicanalisi infantile ha descritto il profondo bisogno di cure parentali del neonato per cui la figura materna è il primo “oggetto” affettivamente più importante riconosciuto dal bambino.
Nel bambino il sorriso gioca un ruolo decisivo. Durante la quinta settimana il bambino sorride nell’udire il suono della voce umana e vedendo un’immagine corrispondente alla figura umana.
Nell’ottavo mese abbiamo quella che Spitz chiama l’ ”angoscia dell’ottavo mese” in cui il bambino incomincia a non sorridere a volti non conosciuti e può accogliere un estraneo con strilli e pianti. Secondo alcuni studiosi l’esistenza dei legami affettivi tra adulto e bambino si accompagna in quest’ultimo da un attaccamento per cui la presenza della figura materna viene vissuta come fonte indispensabile di sicurezza. La mancanza della figura materna con cui si è creato il legame di attaccamento produce condizioni “di lutto” psicologico e può condurre a disturbi permanenti, a malattie e, alcune volte, anche alla morte.
Bowlby ha fatto una differenza tra depravazione materna grave e depravazione materna parziale; la prima riguarda bambini che non hanno la figura materna, la seconda riguarda bambini la cui madre non da adeguata cura e attenzione.
E’ stato anche affermato che i bambini possono produrre molteplici legami di attaccamento e non sembrano necessitare di un legame esclusivo incentrato sulla figura materna.
Molti studiosi, come Bruner e Stern, hanno studiato come già nella primissima infanzia i bambini si dimostrano competenti nel costruire interazione sincronizzate con l’adulto, a partire dallo sguardo e il rivolgerlo nello stesso punto di osservazione. Il bambino apparirebbe quindi con competenza innate per relazionarsi con l’adulto. Il bambino rivolge la sua attenzione sull’adulto dato che quest’ultimo è ciò che gli offre un’enorme quantità di stimoli diversi (ricordiamo Piaget con il processo cognitivo, una teoria innatista più genetica e meno ambientalista).
Fondamentale per lo sviluppo sociale è anche la capacità di comunicazione e l’interazione tra il codice verbale e il non verbale.
L’ingresso nel nido e nella scuola dell’infanzia è l’ingresso in una nuova forma di socializzazione. Questa socialità più ampia viene collegata da Harlow allo sviluppo di un nuovo sistema affettivo rivolto verso i propri pari. Nel periodo corrispondente agli anni delle scuole dell’infanzia si manifestano numerose componenti della socializzazione che si rivelano decisive per il raggiungimento della società adulta.
L’interazione con i pari aiuta a focalizzare l’importanza del gioco nello sviluppo, studiata dalle più importanti teorie psicologiche del Novecento: Freud e la psicanalisi infantile hanno così sottolineato le possibilità per il bambino di esprimere nel gioco i conflitti e i bisogni profondi, la dove riflessione cosciente e la parola non potrebbero giungere. Secondo Piaget invece il gioco che si manifesta alla fine del secondo anno di vita permette al bambino di assimilare la realtà e di padroneggiare la capacità di simbolizzazione. Bruner afferma invece che il gioco prima di un anno dimostra la capacità del bambino di condividere “regole” comunicative fondamentali, indispensabili nel periodo successivo per l’apprendimento del linguaggio e la costruzione sociale dei significati.
Un’altra componente importante della socializzazione riguarda lo sviluppo dell’identità sessuale. La costruzione sociale del genere si lega anzitutto agli atteggiamenti e alle azioni dei genitori, dei parenti, degli adulti, dei compagni di giochi, ai giocattoli che il bambino riceve, alle attività per le quali il bambino viene ricompensato o punito.
Anche l’amicizia è un fattore molto importante. Ada Fonzi afferma che l’amicizia è un “legame complesso e articolato, di cui fanno parte dimensioni che interagiscono con peso diverso, a seconda dell’età dei soggetti”. Le dimensioni principali dell’amicizia sono lo stare insieme, il conflitto, l’aiuto, la sicurezza, l’intimità.
Lo sviluppo sociale nel contesto scolastico non permette solo l’incontro regolare con il gruppo dei pari, ma favorisce anche la costruzione di nuove capacità di pensiero attraverso l’intervento di insegnanti adulti e la presenza di situazioni di apprendimento appositamente studiate a questo scopo. Un’altra linea di studi attualmente in espansione è quella che riguarda il “pensiero narrativo”: le storie vengono considerate modelli per la ridescrizione del mondo attraverso un percorso bottom-up, sensibile al contesto, alle intenzioni e alle azioni, ai significati e alle interpretazioni della realtà.
L’adolescenza si presenta come condizione psicologica e condizione sociale strettamente collegate. L’adolescenza si trasforma in conseguenza delle trasformazioni sociali. La nostra cultura ha elaborato il mito di un’adolescenza “interminabile”, i cui valori come la giovinezza, la libertà, la trasgressione, associati all’adolescenza, vengono perseguiti dagli adulti.
Secondo Erickson l’adolescenza è normalmente caratterizzata da una “diffusione” dell’identità, ovvero dalla difficoltà a rispondere alla domanda “chi sono io”. Da ciò deriva una condizione generalizzata di “disagio” che si associa ad altri fattori come la crisi della famiglia, l’instabilità dei valori e modelli, la mancanza di prospettive per il futuro, la mancanza di “luoghi” sociali in cui riconoscersi e così via.
La tradizione degli studi sull’adolescenza rappresenta questo periodo come estremamente critico e conflittuale. M.Mead afferma che la “crisi” dell’adolescenza sarebbe un prodotto legato all’esistenza di una data società o cultura. Polimonari e Lutte hanno descritto l’esistenza non di “una”, ma di “molte” adolescenze, con molteplici crisi e compiti di sviluppo.
La trasformazione corporea si accompagna anche alla stabilizzazione dell’identità di genere nei cambiamenti prodotti dalla pubertà, al riconoscimento della propria identità maschile o femminile in una nuova maniera di stare assieme agli altri, di desiderarli o temerli, di comprendere i propri cambiamenti, di esprimere la propria sessualità. In questo periodo flirt, innamoramento e amore fanno parte della sfera di esperienza connessa con il raggiungimento della maturità sessuale e si collegano allo sviluppo della sicurezza, dell’autonomia, dell’autostima e dell’identità sessuale.
Piaget afferma che l’adolescente riflette sul suo pensiero e costruisce delle teorie. Esse permettono all’adolescente sia di inserirsi moralmente ed intellettualmente nella società degli adulti, sia di elaborare dei progetti di vita e dei programmi di riforme. Secondo Elkind l’acquisizione dello stadio delle operazioni formali nell’adolescenza porta anche a costruire una propria “fiaba personale” fatta di unicità,eccezionalità, straordinarietà.
L’adolescenza è anche un periodo in cui l’individuo assume la propria identità riconoscendo la propria diversità dall’altro.
L’opposizione e il conflitto sono altre due dimensioni tipiche dello sviluppo in età adolescenziale. La conflittualità può riguardare il proprio aspetto fisico, le regole i valori sociali, la famiglia, la scuola o lo stesso gruppo di coetanei. L’energia psichica assorbita da questi conflitti può produrre il rischio di ulteriori conflittualità e di disagio, che possono trovare nel gruppo dei pari uno specchio o un luogo di confronto o riparo.
La condizione giovanile è caratterizzata infine da un bisogno di socialità, sempre più indirizzato verso i coetanei. Il gruppo dei coetanei nell’adolescenza svolge molteplici funzioni, fra cui soddisfare i bisogni di identità, di appartenenza e di stima, essere luogo di esperienza comune di confronto, di sostegno e di conforto, fornire una cultura, regole e valori.
Le subculture giovanili possono essere più o meno in conflitto con il mondo adulto, ma rispondono comunque ad un bisogno di differenziazione. La frammentarietà della condizione giovanile si è così espressa a partire dalla seconda metà del 900 anche attraverso molteplici gruppi e identità differenziate secondo stili di vita, mode e atteggiamenti ampiamente rinforzati dalla comunicazione di massa.

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