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Le teorie della psicologia sociale

Teoria comportamentista, fortemente legata alla psicologia americana, sviluppata intorno al 1920 implica che ogni azione umana sia governata da avvenimenti esterni. Il fondatore è J. Watson riteneva che il comportamento dipendesse essenzialmente dai premi e dalle punizioni che iniziano a strutturare la personalità e le azioni di un individuo a partire dall'infanzia. Egli ritiene che tutto dipende dall'ambiente, ricollegandosi ai filosofi empiristi inglesi quali Lock, Hobbs e Hume. Skinner accentuò queste teorie sostenendo che il comportamento avesse delle leggi dipendenti dai rapporti tra stimoli e risposte, potenziabili con premi e ricompense. Il merito del comportamentismo è quello di aver messo in luce meccanismi che si spingono ad agire individualmente e socialmente. George Orwell immaginò che tramite le tecniche di condizionamento del comportamentismo, gli individui venissero privati di ogni volontà e indotti a obbedire alle leggi di una dittatura totalitaria, o anche in situazioni meno drammatiche, si potesse indurre il consenso in un piccolo gruppo di persone (modellaggio). In queste teorie quindi la libertà umana è sminuita e il libero arbitrio ha un ruolo minimo.
Le teorie cognitive pongono l'attenzione sulle dinamiche e aspettative interiori e quindi sugli effetti dei pensieri e delle interpretazioni dei singoli individui sulle attività e gli accadimenti sociali. Hanno origine dalla psicologia della Gestalg; secondo Kohler e Koffka gli individui danno forma o interpretano il mondo e gli eventi in base a leggi iscritte nel nostro cervello, trovando quindi significati che non dipendono solo dall'esterno. K. Lewin, padre della psicologia moderna, elaborò una teoria basata sul campo sociale, sul fatto cioè che il comportamento dipende dal modo con cui ogni individuo si rappresenta il mondo dal punto di vista psicologico: le caratteristiche del mondo sono quindi assimilabili a quelle di un campo, cioè a tutte quelle interconnessioni che sono alla base di un comportamento (componenti del campo sono spazio di vita, persona, ambiente). In questa teoria il difetto è rappresentato dal fatto che la società può apparire come un semplice raggruppamento di individui autonomi in cui l'appartenenza al gruppo ha scarsa importanza.
La teoria delle regole e dei ruoli accentua le regole interne e le prescrizioni dei ruoli in rapporto alla società. In essa gli stimoli comportamentisti hanno poco rilievo. Anche qui, come nella teoria cognitivista, vi è una libertà degli individui: essi possono agire sulla base di regole e ruoli prescritti ma possono anche decidere di violarli. Il limite di questa teoria consiste nel fatto che ogni individuo, essendo personaggio tra altri personaggi, può non avere fiducia nella vita in generale. Si giunge così al problema dei valori, centrali perchè una società possa essere aggregata, e perchè ogni individuo possa avere un suo fine.

Capire e interagire con gli altri:

La percezione sociale:
La nostra percezione degli altri si basa spesso su impressioni che riflettano le caratteristiche essenziali della personalità altrui, utilizzandole come punti di riferimento per spiegare i diversi comportamenti di essa. Questo fenomeno è detto effetto alone ed è la tendenza a uniformare le diverse caratteristiche di una persona a quelle che la descrivono meglio, tramite una semplificazione. La prima impressione inoltre ha una forza che tende a mantenersi nel tempo (effetto iniziale). Cerchiamo inoltre di attribuire la causa del comportamento degli altri sia a inclinazioni personali (attribuzione disposizionale) sia alla situazione con cui si sono confrontati (attribuzione situazionale). In assenza di indizi che ci consentono di spiegare l’azione di un individuo sulla base di cause interne, le spiegazioni vengono attribuite alla situazione o all’ambiente. Per gli altri casi Kelley ha individuato tre criteri con cui tentiamo di comprendere le cause dei comportamenti: consapevolmente o meno cerchiamo di determinare se il comportamento è, o no, costante (in ogni situazione), differenziato (varia in rapporto alle situazioni) e comune (prodotto dalla maggior parte delle persone in circostanze simili).
H 2.2 Perché facciamo uso di stereotipi?
Di fronte alla complessità della realtà i nostri giudizi cercano di semplificare la situazione per inquadrare rapidamente un problema ecc.. questa strategia ci permette di economizzare energie mentali, affidandosi a categorie, formatesi da esperienze, che ci permettono di scomporre la realtà in schemi: questi sono stereotipi che rispecchiano solo una semplificazione della realtà. Infatti l’applicare schemi mentali alla realtà non basta a percepirne la complessità, ma è necessaria anche un’osservazione di essa che ce ne faccia capire i fattori (come ribadisce Alexis Carrel premio Nobel per la Medicina nel 1912).
La memoria è una costruzione della mente che può essere alterata da diversi fattori tra cui i suggerimenti di altre persone (influenza sociale) e gli stereotipi sociali.

Interazione e comunicazione:
Uno dei problemi della psicologia sociale è comprendere come e perché gli individui interagiscono tra di loro. Secondo Arson nell’attrazione sarebbero soprattutto le caratteristiche esteriori ad avere il ruolo maggiore soprattutto quando le persone non si conoscono bene. Ad una persona bella vengono facilmente attribuite altre caratteristiche positive, fin dall’infanzia quando i bambini assimilano per esempio, grazie a semplificazioni, stereotipi, generalizzazioni e anche alle fiabe, la bruttezza alla cattiveria. Col passare degli anni si colgono più facilmente altri attributi come la somiglianza fisica e psichica, la complementarità ecc.. la conoscenza dell’altro si basa, oltre che su schemi e aspettative iniziali, sulla comunicazione (sulla nostra capacità di trasmettere i sentimenti ecc..) che passa sia dal linguaggio che da forme non verbali come lo sguardo, la mimica, i gesti, le posture, la posizione attraverso i quali si possono esprimere numerosi stati psichici. L’empatia è la capacità di leggere i sentimenti degli altri, immedesimarsi nelle emozioni altrui (la massima empatia è raggiunta nella fusione simbiotica tra bambino e madre che sono una cosa sola fino al parto). Anche i contatti corporei soggiacciono a regole non codificate ma operanti che, col passare degli anni diventano sempre più codificate anche se molto differenti tra culture e popoli. Hall è il fondatore della prossemica, che studia sia i messaggi non verbali che i rapporti fisici che intercorrono tra le persone. Inoltre un’importante forma di comunicazione non verbale risiede nell’abbigliamento che indicano o meno l’appartenenza a un gruppo.

L’attrazione nei confronti degli altri corrisponde a un atteggiamento positivo riguardo a un’altra persona e al desiderio di esserle più vicini. Questa simpatia (provare stesse passioni, predisposizione a) porta a relazioni interpersonali differenti nelle quali però le gratificazioni devono superare i costi. Siamo attratti generalmente dalle persone che mostrano interesse per noi. Uno degli aspetti che favorisce l’attrazione è la prossimità fisica
che non è però sufficiente a favorire l’interazione, in mancanza di altri motivi. La prossimità può anche esasperare la persona quando si è troppo dissonanti favorendo addirittura aggressività e intolleranza. Siamo attratti anche da chi condivide i nostri atteggiamenti, opinioni, valori che sono all’origine di molti gruppi.

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