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Funzioni della comunicazione

Una volta chiarito che il linguaggio è solo uno dei sistemi di comunicazione disponibili all’uomo, ci si può chiedere: come agiscono i vari sistemi comunicativi? L’interesse in questo caso è rivolto ad analizzare non più “cosa è”, ma “a cosa serve” la comunicazione  scambio di informazioni tra gli interlocutori su un sog-getto o “referente”. Di solito si assume come referente un fatto del mondo esterno, un avvenimento su cui un soggetto emittente desidera fornire delle informazioni a chi lo ascolta.

Problema del “significato” = problema della semantica del linguaggio. Il termine “semantica” indica le rela-zioni fra forme linguistiche e il mondo extralinguistico in cui sono applicate. Perché si abbia uno scambio comunicativo “riuscito”a livello referenziale e si evitino fraintendimenti, è importante allora che gli interlo-cutori condividano una stessa struttura semantica.

Un messaggio verbale non è mai una trasmissione neutrale di informazioni sul mondo circostante, è sempre anche una comunicazione tra chi parla e i suoi interlocutori. Le informazioni che vengono scambiate riguardano aspetti relativi ai partecipanti all’interazione e alle relazioni esistenti tra loro. Tali informazioni si possono raggruppare in tre classi principali: identità sociale e personale; stati emotivi temporanei e atteggiamenti abituali; relazioni sociali.

Esiste un aspetto della comunicazione che si può chiamare genericamente strumentale o di controllo del comportamento, finalizzato cioè al conseguimento di un dato obiettivo. Per realizzare la regolazione dei comportamento altrui, noi abbiamo a disposizione molte possibilità a livello linguistico, dalle forme più di-rette espresse come “comandi” e “ordini” a modalità indirette (uso di verbi modali quali “occorre”, “biso-gnerebbe”). Ovviamente la scelta di tali espressioni dipende da vari fattori, legati al contesto e ai parteci-panti, per cui certe forme sono ritenute più appropriate di altre. C’è inoltre da sottolineare che le modalità comunicative di cui disponiamo sono soggette a gradi diversi di controllo volontario. D’altra parte sappiamo che il controllo del tono di voce e del volto è più difficile da raggiungere che non il controllo del contenuto verbale.
In questo ambito gli studi più famosi e sistematici sono quelli relativi alla funzione regolatrice del linguaggio sul funzionamento del pensiero e sul suo sviluppo nei bambini. Nel primo periodo dello sviluppo infantile, fino a tre anni circa, è il linguaggio dell’adulto che interviene a dirigere i comportamento del bambino (meccanismo di regolazione esterno). Dai 3 ai 4-6 anni, il bambino utilizza un linguaggio da lui prodotto spontaneamente ad alta voce. In una fase successiva il linguaggio egocentrico viene interiorizzato, divenendo linguaggio interno o pensiero verbale; contemporaneamente si sviluppa un tipo di linguaggio più idoneo alla comunicazione interpersonale.

Perché avvenga lo scambio di informazioni, di qualsiasi tipo esse siano, occorre vivamente che l’interazione tra i partecipanti sia iniziata e mantenuta. Da un certo punti di vista, il problema centrale per qualsiasi discorso (e teoria) sulla comunicazione è quello dell’analisi delle regole che governano (o sottostanno a) ogni scambio interattivo. Perché sia abbia una comunicazione occorre infatti che gli interlocutori condividano delle regole per l’uso dei simboli, oltre che per una serie di elementi quali scambiarsi i ruoli di parlante e ascoltatore, salutarsi, concentrarsi e così via. In questo ambito giocano un ruolo predominante gli elementi non verbali, in quanto permettono la segmentazione del flusso del discorso in un’unità organizzate gerarchicamente e favoriscono la sincronizzazione degli interventi dei partecipanti. È possibile ricavare un quadro dettagliato di come agiscono posture, gesti, sguardi e altri tratti del comportamento nella conversazione faccia a faccia. Gli sguardi durante l’interazione hanno anche una funzione più specifica di controllo, nel senso di fornire al parlante un feedback su come il suo messaggio è stato ricevuto e capito. Alla luce delle informazioni ricevute è possibile per il parlante regolare il proprio comportamento continuando nell’interazione iniziata o modificandola.


Ogni comunicazione ha due aspetti, uno relativo al “contenuto” del messaggio, alla notizia trasmessa, l’altro riguardante il modo in cui tale messaggio deve essere assunto e quindi la “relazione” che esiste tra i comunicati. L’aspetto relazionale costituisce la comunicazione sulla comunicazione, è cioè la metacomuni-cazione. Questa si realizza sia con espressioni verbali, sia in modo non verbale. Meta comunicare quindi comporta due operazioni distinte, anche se spesso connesse:
 rendersi conto che il proprio sistema di codifica linguistica può essere diverso da quello di altri
 evidenziare gli aspetti relazionali propri dello scambio comunicativo

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