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Il disadattamento senile

La siyuazione dell'anziano è spesso frustrante in quanto, con la perdita di potenza biologica e la diminuzione del ruolo sociale, vine intaccato il senso di integrità personale e il concetto di autostima. Il vecchio ha spesso bisogno di aiuto di altri per compiere alcuni raggiungimenti fisici e psichici e non si sente autonomo; il pensionamento, e per molte donne l'assunzione di un ruolo secondario in famiglia rispetto alla nuora, possono rappresentare un trauma. Altri fattori, come la perdita di persone care, la disgregazione dell'unità familiare, la difficoltà di riconoscersi nei costumi e nelle espressioni delle generazioni più giovani contribuiscono, spesso, al senso di disadattamento dell'anziano. Alcuni studi hanno dimostrato che, per quanto riguarda l'intelligenza, l'anziano presenta spesso un rendimento inferiore non per un declino delle capacità intellettuali nel loro complesso ma per una diminuzione di attitudini specifiche quali la memoria a breve termine, l'attenzione percettiva, la flessibilità mentale, attitudini che contribuiscono alla soluzione rapida di taluni test mentali. Moltri altri studi, tra cui alcuni effettuati in Italia, concordano nel ridimensionare lo stereotipo dell'anziano come "meno capace" dal punto di vista intellettuale. In generale si può affermare che il disadattamento dell'anziano non deriva tanto dal declino intellettuale quanto piuttosto da fattori emotivi e connessi all'integrazione sociale, quali la cessazione delle attività lavorative e l'esclusione da un ruolo predominante della vita familiare che portano, a volte, ad uno stato di ansietà e di frustrazione.

Anziani e società
Nelle società preindustriali l'individuo può prevedere quali saranno i risultati del proprio lavoro e vederne i frutti nell'età avanzata: questo era il caso delle imprese a carattere familiare di tipo agricolo, artigianale o commerciale in cui i figli perseguivano il lavoro del padre e il vecchio continuava a vedere i propri raggiungimenti e a considerarli come qualche cosa che gli sarebbe sopravvissuto. Nella società odierna, invece, il vecchio non vede durare i propri raggiungimenti in quanto essi sono spesso superati rispetto a nuove soluzioni: per esempio, in agricoltura prevalgono nuovi metodi e gli stessi frutteti piantati anni prima possono essere distrutti per installare nuovi tipi di coltura, l'impresa artigianale si trasforma o scompare, le piccole aziende possono essere assorbite dai monopoli; l'anziano si sente perciò superato dagli avvenimenti e non può assistere, come un tempo, allo sviluppo dei propri raggiungimenti. Non stupisce quindi che la vecchiaia sia l'età in cui i suicidi sono più numerosi. Una statistica dell' OMS redatta per l'anno 1980 dimostra come in tutti i paesi europei, tra cui l'Italia, mil tasso massimo di suicidi si verifichi all'età di settant'anni per l'uomo; per la donna il tasso è nettamente inferiore e raggiunge valori massimi intorno ai sessant'anni. Mentre fino all'età di cinquantacinque anni si hanno 0.5 suicidi ogni mille abitanti, dopo i cinquantacinque anni la mesia sale alle 1.5 per mille e cioè circa tre volte superiore. Le statistiche redatte sin dai tempi di Durkheim (uno dei primi studiosi che si occupò del suicidio) dimostrano chiaramente come con l'età vi sia un progressivo aumento di suicidi dell'uomo, come nella donna il fenomeno sia meno rilevante e come nell'anziano solo (celibe o vedovo) il suicidio sia più frequente che in quello coniugato.

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