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Antropologia

Uno sguardo d’insieme:

Antropologia: termine, che letterariamente significa “discorso o descrizione dell’uomo”.
Molte scienze sono interessate all’uomo e ciascuna lo prende in esame da un punto di vista diverso: la biologia studia il funzionamento del corpo umano, ecc. Il punto di vista degli antropologi, studiosi che collaborano con gli specialisti di molte altre discipline, è invece quello di chi si occupa dell’uomo in quanto elaboratore di cultura. Elaborare una cultura significa modificare le condizioni naturali della specie umano introducendo regole di vario tipo: matrimoniali, religiose, economiche, morali. Linguaggio, parentela, alimentazione, forme di vita economica e politica, mitologia, riti religiosi e tradizioni popolari sono alcuni temi prediletti dagli antropologi. Gli antropologi quindi studiano le risposte socialmente organizzate ai problemi di sopravvivenza posti dall’ambiente e cercano di cogliere il significato unitario della vita sociale dei popoli.

Per rispondere alla domanda di fondo “Chi è l’uomo?”, compie approfondite indagini nello spazio e nel tempo. Nello spazio, esplorando angoli remoti del pianeta per incontrare popoli anche molto diversi da noi, che hanno dato riposte differenti, e perciò interessanti, ai problemi di adattamento all’ambiente e alla convivenza sociale; nel tempo, alla ricerca dei nostri remoti antenati, per capire quali sono state le nostre origini e attraverso quali passaggi si è compiuto il distacco degli esseri umani dal modo di vita animale.
Vi sono diversi tipi di antropologie, ad esempio:
L’antropologia culturale: disciplina definibile come scienza della cultura, sviluppatasi soprattutto nella prima metà del Novecento negli Stati Uniti; considera la produzione di cultura il tratto distintivo degli esseri umani rispetto alle altre specie animali.
L’antropologia fisica: disciplina naturalistica che studia le caratteristiche fisiche degli esseri umani, confrontandole con quelle degli altri animali, in particolare i primati, per capirne l’evoluzione.
L’antropologia filosofica: disciplina che aspira a una sintesi dei risultati raggiunti dalle scienze umane per chiarire la peculiarità dell’uomo rispetto agli altri esseri viventi.
Quando si studia l’antropologia è opportuno distinguere alcuni termini che spesso nell’uso comune vengono considerati sinonimi oppure usati con scarsa consapevolezza del loro diverso significato.
• Etnografia: disciplina che descrive gli usi e i costumi delle popolazioni. Si tratta di un lavoro svolto sul campo, cioè nel luogo fisico oggetto della descrizione, dove l’etnografo è impegnato a raccogliere dati e informazioni sui vari aspetti della vita quotidiana del popolo che vive in quel determinato contesto ambientale: vita familiare, strategie di sopravvivenza, riti e cerimonie, tipi di abitazioni, ecc. Il lavoro etnografico può essere svolto ovunque siano documentabili usi, costumi e tradizioni interessanti, ereditati dal passato oppure di nuova creazione, in luoghi lontani o vicini.
• Etnologia: disciplina che sintetizza i risultati della ricerca etnografica con il metodo dell’analisi comparativa. L’etnologia è un primo lavoro di sintesi: operando sul materiale etnografico, rappresentato da un’ampia raccolta di comportamenti e usanze, l’etnologo mette ordine al caos della vastità del materiale con il metodo dell’analisi comparativa. Per fare un esempio, la descrizione di una seduta sciamanica appartiene alla ricerca etnografica; un volume sulla religione sciamanica nel continente asiatico, che mette a confronto varie pratiche religiose di questo tipo e propone un’interpretazione del loro significato e della loro funzione sociale, che va ben oltre gli intenti descrittivi si definisce etnologia.

Il significato di cultura:
Nel significato del linguaggio comune, il complesso delle conoscenze che contribuiscono alla formazione della personalità; nel significato antropologico, l’insieme delle pratiche materiali e delle conoscenze che caratterizzano una società o un gruppo sociale.
Il concetto antropologico di cultura, formulato nella seconda metà del XIX secolo, si distingue quello classico-umanistico, che risale all’antichità: nella concezione greca la cultura è paidéia, ovvero formazione dell’individuo in tutte le sue componenti, mentre nella visione latina e cultura animi, letteralmente coltivazione dell’animo, espressione che indica una trasformazione ( lunga, continua, faticosa, appartata e impegnata nello studio di temi universali ed eterni) dell’anima analoga a quella che l’agricoltura compie nel terreno attraverso la coltivazione.

Nasce così la figura dell’intellettuale che preferisce la compagnia di se stesso e dei suoi libri a quella degli uomini, con le sue numerose incarnazioni storiche, dal monaco medioevale al poeta romantico.
Un momento di passaggio dalla concezione umanistica della cultura a quella antropologica è rappresentato dallo storicismo tedesco, in cui rientrano personalità molto diverse che i filosofi Herder ( 1744-1803) e Hegel ( 1770-1831), lo storico Burckhardt (1818-1897), di cui ricordiamo il celebre saggio La civiltà del Rinascimento in Italia (1860): per questi autori, la cultura coincide con la totalità dell’esperienza storica e pertanto comprende tutti i prodotti dell’ingegno umano: arte, religione, letteratura, filosofia, diritto, ma anche miti, leggende e tradizioni popolari.
Edward Tylor (1832-1917), uno dei padri dell’antropologia culturale, in un’opera del 1871, Primitive Culture, afferma che: “la cultura è quell’insieme complesso che comprende il sapere, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e ogni altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società”.
Quando si parla di cultura bisogna parlare d’inculturazione (trasmissione verticale) ed acculturazione (trasmissione orizzontale), vediamo questi due termini nello specifico:
Inculturazione: trasmissione, da una generazione all’altra, di conoscenze e abitudini diffuse in una particolare cultura, reso possibile in primo luogo dall’educazione familiare e dall’istruzione scolastica, attraverso la quale ogni uomo diventa a tutti gli effetti membro di una società. A tale proposito osserviamo che c’è una differenza importante tra le società tradizionali e le società modernizzate: infatti, mentre nelle prime prevale la continuità e i modelli culturali si trasmettono invariati nel tempo, nelle società modernizzate il rapporto tradizione/innovazione si capovolge. Le nuove generazioni possiedono mediamente maggiori conoscenze e competenze rispetto alle persone più anziane, per effetto della scolarizzazione diffusa e del progresso tecnologico, di cui i giovani assimilano rapidamente le acquisizioni.
Acculturazione: mutamento culturale conseguente all’incontro tra persone di culture diverse. La trasmissione orizzontale si verifica, invece, attraverso contatti con altre culture: si parla in questo caso di diffusione culturale. Essa può avvenire anche tra società distanti migliaia di chilometri ed è un processo così comune e frequente che l’antropologo americano Marvin Harris (1927-2001) ha potuto affermare che la maggior parte delle caratteristiche riscontrate in ogni società ha avuto origine in un’altra. Si possono portare molti esempi di diffusione culturale: l’adozione della lingua inglese nel continente americano, la presenza in ogni parte del mondo delle religioni monoteiste nate in Medio oriente, l’importazione in Europa di piante che sono alla base del nostro regime alimentare, come il riso, la patata, tutte provenienti da civiltà extraeuropee, oppure, sul piano politico e ideologico, la diffusione della democrazia parlamentare nel mondo contemporaneo.
L’etnocentrismo: termine coniato nel 1906 dal sociologo e antropologo americano Sumner (1840-1910) che indica l’atteggiamento di chi considera la propria cultura superiore alle altre per modi, stili, abitudini e tradizioni. Tale posizione è diffusa in tutte le etnie e tra i più diversi popoli e rappresenta un ostacolo ai rapporti reciproci. Ogni popolo, infatti, tende a giudicare i valori morali, religiosi e sociali di una comunità in base ai propri perché considerati migliori, e a ritenersi unico. Nella maggior parte delle etnie, soprattutto presso i popoli illetterati, si autodefinisce “popolo degli uomini”, escludendo automaticamente gli altri gruppi diversi dal proprio. Così ad esempio i Cheyenne chiamavano se stessi “gli uomini”, mentre i Dakota erano da loro chiamati “volpi” (Sioux).
Il relativismo culturale: concezione secondo cui tutte le culture hanno una loro validità e non ha senso valutarle secondo parametri esterni, che sono quelli prodotti da una cultura che si reputa migliore delle altre.
Il particolarismo culturale: punto di vista antropologico secondo cui ogni cultura deve essere studiata in relazione allo specifico ambiente in cui si sviluppa; il particolarismo è la premessa del relativismo culturale.
L’atteggiamento antropologico: atteggiamento di chi, confrontandosi con esperienze sociali diverse dalle proprie, è indotto a prendere le distanze dalla cultura a cui appartiene e a considerarla con spirito critico.
L’eurocentrismo: tendenza a interpretare ogni cosa secondo il punto di vista della cultura europea, ritenuta superiore alle altre.
L’evoluzionismo: concezione filosofica diffusasi nella seconda metà dell’Ottocento, secondo la quale tutta la realtà, naturale e sociale, è in perenne movimento da uno stato originario indefinito verso forme più complesse di organizzazione

L’evoluzionismo:
L’antropologia culturale scientifica si fa cominciare nella seconda metà del XIX secolo con le ricerche degli evoluzionisti. Questi antropologi sono i primi a condurre studi sistematici sul campo. La teoria delle diversità culturali. L’antropologia evoluzionista considera le diversità culturale espressione di fasi successive dell’evoluzione culturale umana. Il presupposto di fondo è che l’umanità nella sua storia progredisce da sistemi di vita più elementari e rozzi ad altri più complessi e raffinati. Tutti i popoli seguono lo stesso cammino evolutivo, ma con tempi diversi, per cui allo stato attuale ce ne sono di più avanzati e di più arretrati. Le moderne civiltà occidentali rappresentano il punto più alto dell’evoluzione socio-culturale umana. Gli altri popoli si trovano in stadi anteriori al cammino evolutivo: i loro modi di vivere sono sopravvivenze di forme culturali arcaiche.
L’evoluzionismo è un movimento di pensiero che va ben oltre i confini dell’antropologia culturale. Le tesi evoluzionistiche erano state sviluppate già da tempo in filosofia, sociologia, nelle ideologie politiche. Anche la teoria biologica dell’evoluzione precede di qualche anno l’evoluzionismo antropologico. Gli antropologi evoluzionisti riprendono idee presenti nel clima intellettuale del tempo e le trasferiscono alla ricerca antropologica. In antropologia culturale l’evoluzionismo ha dominato la scena fino ai primi del Novecento. Si è imposto perché forniva un potente schema interpretativo che, oltre a spiegare le diversità culturali, consentiva di mettere assieme resoconti etnografici su popoli lontani e conoscenze storiche e archeologiche. In quegli anni ha avuto anche una funzione ideologica: è servito a legittimare il dominio coloniale europeo. Se i popoli colonizzati erano rimasti indietro, gli europei dominandoli acceleravano la loro crescita, li dotavano di uno Stato, leggi, istituzioni, mezzi di comunicazione e in generale di tutto ciò che a loro ancora mancava.

L’evoluzionismo di Morgan:
Le opere principali dello studioso statunitense Lewis Morgan (1818-1881) sono “Sistema si consanguineità e di affinità nella famiglia umana” (1871) e “La società antica” (1877). Il libro sulle ricerche di consanguineità nacque da ricerche sul campo presso i nativi nord americani (gli Irochesi), e per questa sua fatica Morgan è considerato l’iniziatore dell’antropologia della parentela (specializzazione che studia con metodo comparativo l’organizzazione dei sistemi di parentela nelle diverse culture).
Ne “La società antica”, invece, Morgan tracciò uno schema evolutivo delle società umane: l’umanità si evolve e progredisce attraverso 3 tappe obbligate:
• 1. la fase di vita selvaggia, in cui i popoli vivono di caccia e raccolta;
• 2. la barbarie, che inizia con l’introduzione di agricoltura e allevamento e delle tecniche di irrigazione;
La civiltà, contraddistinta da una tecnologia fondata sulla scrittura e sull’uso delle macchine.
Via via che l’umanità evolve si cambiano anche l’organizzazione sociale e politica. Si passa da forme di organizzazione basati sui rapporti di parentela ad altre politico-territoriali, che fanno capo ad un’autorità riconosciuta. I matrimoni e le famiglie diventano sempre più simili alle nostre e sia arriva alla monogamia e alla famiglia nucleare. Compare anche la proprietà. Morgan pensava che allo stato selvaggio ci fosse una promiscuità primitiva, in cui non si distinguevano i rapporti di coppia, né si aveva una chiara distinzione tra i rapporti di parentela. Credeva anche nell’esistenza di un comunismo primitivo, in cui nessuno vantava il diritto di proprietà su nulla. Marx ed Engels, dopo aver letto la Società antica di Morgan, pensarono di aver trovato una conferma scientifica alla loro idea che l’umanità originariamente avesse sperimentato il comunismo, cosa che li conformata nella speranza che si potesse produrre un nuovo comunismo. La classificazione di Morgan è interessante perché attribuisce importanza agli elementi della cultura materiale (produzione economica, tecnologie, lavoro), ma è totalmente superata: alla luce delle scoperte storiche e archeologiche oggi non è possibile sostenere che vi sia un unico percorso di civiltà uguale in tutti i popoli e in un certo senso inevitabile.
Oggi l’antropologia preferisce chiedersi quale tipo di adattamento all’ambiente presentino i vari popoli; da questo punto di vista cacciatori-raccoglitori come i Kung del deserto del Kalahari o gli Inuit ci appaiono ammirevoli per il perfetto adattamento a condizioni di vita estreme come quelle offerte dall’altopiano desertico del Kalahari o del Circolo polare artico.

L’evoluzionismo di Taylor e Frazer:
Gli inglesi Edward Tylor (1832-1917) e James George Frazer (1854-1941) condividono l’idea che l’umanità evolva da uno stadio primitivo a uno civile e che le differenze siano dovute al fatto che i vari popoli si collocano in fasi diverse del processo evolutivo. Diversamente da Morgan però pensano che l’elemento decisivo dell’evoluzione sia la crescita della ragione, della conoscenza, delle credenze e in generale della produzione simbolica. Per loro gli stadi si distinguono badando alla religione e alle altre forme di sapere. Considerato il padre della definizione antropologica di cultura, Tylor si occupò anche di storia delle religioni, a cui applicò lo schema evoluzionistico, individuando la prima forma di religione nell’animismo, cioè la convinzione che dappertutto, nei viventi come nelle cose, ci siano esseri immateriali- anima e crede alla sopravvivenza della stessa dopo la morte. Con gli stati di trance, i sogni, le visioni i popoli animisti entrano in contatto con gli spiriti.
Politeismo (credenza in più dei) e monoteismo (credenza in un solo dio) sono forme di religione più complesse ed evolute, nelle quali tuttavia rimane qualcosa della religiosità primitiva: ad esempio, la concezione cristiana dell’anima è legata al concetto di sopravvivenza dopo la morte fisica presente nelle religioni animistiche: si tratta dunque di una forma arcaica di spiritualità che si è trascinata fino a stadi successivi della civiltà.
Frazer, autore de “Il Ramo d’oro”. Studio sulla magia e la religione (pubblicato nel 1915 in 12 volumi, poi ridotti in un volume unico nel 1922, un’enciclopedica rassegna di miti, credenze, usanze, cerimonie rituali delle antiche religioni) propone una stadiazione simile, ma distingue tra diverse forme di animismo (come la credenza del mana, una forza soprannaturale che si annida nelle cose, o il feticismo, il culto degli oggetti o animali) e considera quale punto di arrivo la visione razionale e scientifica. Da buon evoluzionista, egli interpretò magia e religione come sistemi prescientifici di conoscenza e dominio delle forze naturali, provvisti di una loro coerenza interna importanti come istituzioni sociali ma inefficaci rispetto al loro scopo, cioè la comprensione del mondo naturale. Secondo Frazer, soltanto la scienza moderna dell’epoca industriale ha la capacità di spiegare esattamente la realtà e controllarla a vantaggio dell’uomo.

Alcune considerazioni critiche:
Gli evoluzionisti hanno avuto il merito di avviare l’antropologia scientifica. Le ricerche di Morgan sugli Irochesi, diversamente dagli studi della prima metà dell’Ottocento, hanno impronta chiaramente scientifica. Anche Tylor nei suoi viaggi in Messico e in altre regioni tropicali raccolse informazioni in modo sistematico. Frazer è stato essenzialmente un erudito eun antropologo da tavolino, ma le sue opere, per la loro robustezza, vastità e forza letterari hanno contribuito a fare dell’antropologia una disciplina riconosciuta. Va riconosciuto agli evoluzionisti anche il merito di aver introdotto una questione fondamentale, che non può essere liquidata con superficialità: le culture umane evolvono secondo un qualche disegno o qualche logica causale? Ancora oggi questa questione è centrale in antropologia. Nella seconda metà del Novecento il neoevoluzionismo riprenderà la questione di fondo dell’evoluzione culturale e cercherà di fornire risposte meno ingenue. Tra le conclusioni cui sono arrivati gli evoluzionisti con le loro ricerche ci sono vari errori, convinzioni smentite dalle ricerche successive. Ad esempio, oggi sappiamo che l’idea di Morgan che in origine ci fossero promiscuità e comunismo è infondata. Per esempio, presso i Kung, popolo di cacciatori-raccoglitori, ci sono la proprietà, il matrimonio monogamico e la famiglia nucleare. Un altro errore commesso da Morgan è credere che il potere politico centrale compaia solo quando scompaia l’organizzazione sociale basata sui rapporti di parentela. In realtà le due forme di organizzazione tendono a coesistere. Conosciamo popoli africani che hanno monarchie all’interno di società organizzate per clan, cioè sulla base della discendenza. Morgan sbagliava anche nelle sue analisi della parentela che lo hanno portato a credere alla promiscuità primitiva. Era convinto che i popoli allo stato selvaggio per indicare i rapporti di parentela adoperassero terminologie classificatorie, cioè termini che non precisano il rapporto, ma lo indicano genericamente. Ad esempio, “padre” verrebbe usato per chiamare il padre, ma anche il fratello del padre o chiunque abbia a che fare nella parentela col padre. Le terminologie descrittive, cioè che precisano i rapporti di parentela, in modo che la posizione di ognuno sia identificabile, comparirebbero solo con l’evoluzione successiva. Per lui il passaggio dalle terminologie classificatorie alle descrittive era il segno di evoluzione della parentela da una promiscuità iniziale a una chiara distinzione delle relazioni. Oggi sappiamo che si sbagliava, perché tutti i popoli hanno terminologie miste: noi, come tutti gli altri, usiamo ora termini descrittivi, ora termini classificatori. E’ discutibile l’idea di Tylor e Frazer di fondare la separazione degli stadi sulla distinzione tra animismo, politeismo e monoteismo. Esistono culture al tempo stesso animiste e politeiste o animiste e monoteiste o politeiste e monoteiste. Del resto lo stesso Tylor considera l’animismo una credenza universale all’origine di ogni religione. La fragilità maggiore dell’evoluzionismo sta nell’idea che l’umanità tutta segua lo stesso cammino evolutivo e che le diversità culturali rispecchino il grado di arretratezza o di avanzamento. L’idea è infondata. Non tiene conto dei diversi cammini che i popoli seguono. E’ anche chiaramente etnocentrica, in quanto pone gli Occidentali sul gradino più elevato e giudica le altre culture a partire dalla nostra. Non meraviglia che nel Novecento ci sia stata una vivace reazione contro l’evoluzionismo ottocentesco.

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