Dewey

Dewey parte hegeliano e orienta in direzione nuova alcuni spunti dell’hegelismo, staccandosi da Hegel poiché non condivide con lui il concetto della trascendenza dell’essere, che egli concepisce come naturale: neorealismo. Hegel aveva concepito il principio e l’origine di tutte le cose come originario e separato per la sua perfezione assoluta da tutti i fenomeni naturali, che nonostante fossero stati interpretati come manifestazioni dell’essere del principio ugualmente rimanevano fuori da esso in quanto creati. Hegel non ci parla di una trascendenza che distingue nettamente le creature dal loro principio, poiché l’essere totale universale è una sintesi di natura e spirito e le creature sono un vero spirito che le sostanzializza anch’esse attività. Secondo Dewey nonostante Hegel avesse realizzato l’unificazione dell’essere naturale col suo principio, ha interpretato la natura delle cose fisiche attraverso lo spirito e fa muovere la natura delle cose fisiche con un meccanismo logico, insito nella sostanza dello spirito stesso: la dialettica triadica. Hegel ha continuato come il vecchio razionalismo a distinguere lo spirito e la materia, il mondo naturale fisico e una sostanza spirituale, che seppure immanente, le cose create naturali, come la loro forma essenziale (realtà in atto) egli ha sottratto alla natura la capacità di autogenerarsi, perché lo spirito che la fa essere non ha niente a che vedere con la struttura della realtà della natura, o mondo fisico. Per Dewey il mondo fisico non è originato da principi immateriali, e non si svolge, sviluppa e diviene per meccanismi logici ideali, ma contiene dentro di sé i suoi principi ed essi sono energia fisica che è uguale all’attività o che rende dinamico e attivo ogni aspetto del reale-naturale. Questa energia originaria è sempre presente nel mondo fisico, è sempre attiva ed eterna nella sua originarietà creatrice e nel comportamento di tutti i fenomeni da essa derivati. Dewey oltre a non ammettere come Hegel un principio spirituale del mondo, non riconosce neanche l’aspetto provvidenziale e previdenziale della realtà del principio, il quale non è per Dewey una ragione piena di idee e strutturata da meccanismi logici con i quali pensa, crea e governa l’universo tutto. Per Dewey il vero immanentismo e la vera unificazione dell’essere, la vera conciliazione e sintesi tra l’essere divino e la natura è il superamento della coscienza infelice, il distacco e l’aspirazione al divino da parte dell’uomo, si possono risolvere solo pensando la natura come principio essa stessa di ogni fenomeno che si manifesta dentro essa. La natura come principio è originariamente il pullulare dinamico, attivo, interattivo, di frammenti, atomi di energia i quali da più parti operando in concomitanza d’azione producono e generano i fenomeni visibili della natura. I principi del mondo sono i frammenti attivi interattivi, piccole unità di attività indivisibile, di energia. Essi non hanno un ordine, una posizione precisa, ma sono caratterizzati soprattutto dal dinamismo e dalla capacità di interagire e relazionarsi con gli altri frammenti per produrre qualcosa di nuovo, e la generazione di questo qualcosa non è programmata perché qualsiasi punto di energia da qualsiasi parte e in qualsiasi parte può relazionarsi casualmente, fortuitamente e perciò genera senza necessità (determinismo, relazione necessaria causa ed effetto. Ciò significa che il movimento delle energie primordiali non ha né scopi né direzione precisa perché tale energia è priva di condizioni prevedibili che possano far pensare ad un mondo necessario e progettato fin dal principio. Questi atomi di energia sono indifferenziati totalmente e non sono né idee e neanche causa che hanno una loro identità così che da essi provengono deterministicamente le cose, i frammenti attivi interattivi sono totalmente privi di caratteristiche, pura energia essi sono, la quale però entrando a contatto l’uno con l’altro danno origine a qualcosa. L’ontologismo di Dewey è una concezione irrazionalistica, volontaristica, vitalistica, immanentistica e anche manistica, poiché anche se Dewey pensa e pone all’origine del mondo una molteplicità infinita di frammenti di energia, sempre la natura e la sostanza di tali frammenti non cambia e riconosce come sostanza dell’universo un’unica sostanza fisica-naturale: l’energia che struttura tutti i frammenti (per cui manismo) un’unica realtà genera il mondo che egli chiama la natura fisica, dinamica dei frammenti attivi di energia. L’essere di Dewey è oltre che unico, irrazionale, cieco, privo di intelletto originariamente e per questo motivo non può progettare il mondo quando lo crea, il quale scaturisce dall’attività spontanea, fortuita dei frammenti che si incontrano per caso senza un programma stabilito, dall’impulso spontanea (volontarismo) degli stessi frammenti attivi che essendo dinamici si muovono producendo e generando. I frammenti attivi e originari sono attività creatrice di vita, la quale non si fossilizza in oggetti determinati e immobili, una volta creata e resa evidente nei fenomeni naturali, ma continua essa stessa l’attività dei principi, poiché anch’essa è frammento di energia, attività interattiva, produttiva di altri fenomeni e la natura non deve essere concepita staticamente, rappresentativamente, come una varietà di oggetti determinati da proprietà e caratteristiche che la mente umana può rispecchiare, ma come un dinamico e continuo impulso a generare nuova vita. Nulla di ciò che è stato creato nella natura rimane fermo, ma le sostanze generate interagiscono ulteriormente tra di loro e generano fenomeni umani che costituiscono la salute della natura, la sua continuità, continuazione, il suo permanere e perpetuarsi come una realtà infinita che avanza crescendo su se stessa, senza progetto, come il fiume che avanzando scava il suo letto senza averne progettato la forma e il corso. L’essere è n flusso continuo, unitario, inestinguibile, infinito, inesauribile, che costantemente da più parti, senza seguire un’unica direzione si sviluppa e si accresce di energia attiva, interattiva con la sua stessa originaria energia attiva e creativa. L’essere attivo in principio genera continuamente nuova attività più potente, accresciuta dalla relazione. L’essere crea in continuità e concomitanza d’azione portandosi avanti tutto intero nella vita. Ad un certo punto della creazione la natura genera l’intelletto umano e l’essere viene potenziato da esso poiché diventa attività consapevole autoaccrescentesi. L’intelletto non è nell’essere originario poiché l’essere avanza primariamente in modo imprevedibile senza progettare, senza razionalità poiché non la possiede e l’intelletto si genera ad un dato momento della crescita dell’essere in questo flusso continuo che muove da un impulso cieco, irrazionale e che per esigenze e bisogni particolari produce l’intelligenza umana la quale non ha la stessa natura di tutti i frammenti di energia attiva con cui l’essere totale si definisce infatti anche l’intelletto umano è frammento attivo interattivo e si caratterizza per la sua capacità di relazionarsi e interagire con gli stimoli provenienti dall’ambiente della natura eterna con la quale però i unifica durante l’attività interattiva con essa nelle forme che si generano attraverso questa interazione.
L’intelletto umano coglie le connessione, compie associazioni consapevoli tra gli stimoli esterni e gli effetti che essi producono sull’uomo e sull’ambiente e trasforma, modifica questi effetti a favore della vita e della sua sopravvivenza utilizzando l’attività del mondo esterno per soddisfare i propri bisogni, ma poiché l’attività dei fenomeni esterni è stata modificata dall’azione intelligente umana l’uomo non sta di fronte ad una natura che utilizza, ma vive immerso dentro di essa, fuso con essa negli oggetti a cui ha dato forma. Come Hegel, anche Dewey pensa che l’uomo è natura spiritualizzata e spirito naturalizzato, ma mentre Hegel realizzava questa sintesi e questa coincidenza tra natura e spirito sul piano astratto della conoscenza concettuale umana che raccoglieva dentro di sé l’essere del principio riconducendo, con un atto di coscienza attraverso il sapere totale espresso dal concetto, la natura creata da Dio senza la materia e eliminando dalla natura la sua fisicità perché la introduceva nell’essere comprendendola solo come spirito, senza ideali, Dewey invece realizza la sintesi di natura e spirito attraverso il concetti fisico di energia definita come attività interattiva, infatti l’intelligenza umana è anch’essa considerata da Dewey frammento attivo interattivo (influenza di Darwin nella concezione della funzione del pensiero come attività del cervello) con l’attività interattiva delle cose naturali per creare forme utilizzando la natura come materiale costruttivo e la natura modificata dall’attività umana e da essa determinata nelle qualità che hanno, come i fenomeni naturali che l’uomo utilizza per costruirli, l’energia attiva interattiva così che nessuna forma né naturale né umana si possa dire che si differenzi per sostanzialità, per come è strutturata nella sua essenza, nella sua inseità, continua a stimolare l’intelligenza umana la quale modifica ulteriormente gli oggetti formati o le situazioni formate, già costruite con quei caratteri, per produrre nuovi oggetti con nuove determinazioni e così all’infinito. Tutta la realtà naturale compresa quella creata dall’attività dell’intelligenza umana è caratterizzata dalla problematicità (problematicismo) che consiste nel non mostrare mai in alcun oggetto della creazione, sia spontaneo naturale sia creato dall’intelligenza umana, un aspetto definitivo e concluso una volta per tutte. Nella realtà niente è compiuto definitivamente ma tutto è problematico perché è attività che genera nuova azione umana verso il cambiamento e la trasformazione: l’uomo dinnanzi a qualsiasi forma naturale è creativo e osserva le cose in visione prospettica, con l’intenzione di produrre cambiamenti e modificare queste forme e farle passare da una procedente determinazione a una nuova determinazione più potenziata perché ogni oggetto creato, essendo attività stimolatrice di altre attività, si presta a porsi come problema o elemento problematico e si trasforma da oggetto certo determinato a oggetto certo indeterminato che stimola l’uomo creando problemi da risolvere. La vita è l’essere stesso originario, naturale (umanizzato, ovvero un prodotto umano che nasce continuamente all’infinito, attraverso successive modificazioni creatrici umane sulla natura.) nei prodotti umani, nelle forme che l’uomo ha dato ai prodotti materiali, i quali essendo utensili e mezzi di soddisfacimento dei bisogni umani (ma l’uomo non è qualcosa di eterno alla realtà lui li chiama vita).
L’essere, prodotto l’intelletto con l’uomo naturale, biologico, fisico, che tra le sue strutture organiche si manifesta rispetto alle altre creature della filogenesi, matura la capacità speciale di compiere durante l’interazione con gli altri frammenti attivi interattivi della natura con cui si incontra, da cui è stimolato, associazioni. L’uomo a differenza di tutti gli altri fenomeni, oggetti naturali che sono stati prodotti dai frammenti originari può comprendere gli effetti su di sé della qualità dell’energia che lo stimola e associa la causa agli effetti e comprende che le cose producono qualcosa, generano qualcosa, ed egli che lo comprende può sfruttare questo qualcosa a suo vantaggio rielaborando l’energia produttiva delle cose su di sé e a consapevolezza che ne è scaturita gli permette di creare nuova attività produttiva con la quale è in grado di modificare le cose stesse da cui è stato stimolato facendo loro assumere nuove forme che sono vita per l’uomo, natura modificata dall’intelligenza umana, natura umanizzata e utile alla sopravvivenza dell’uomo. Interagendo con i fenomeni, le situazioni e gli oggetti naturali, l’uomo sviluppa conoscenza strumentale alla sua vita perché egli produce e crea nuovi oggetti con cui soddisfa i propri bisogni di sopravvivenza: nutrizione, riparo, difesa,…
L’essere originario che è il principio e fondamento di ogni manifestazione naturale creata, originariamente irrazionale, imprevedibile, privo di logos, di idee per programmare la realtà che genera, diventa con l’uomo principio intelligente capace di progettare la nuova realtà che l’uomo sa accrescere producendo la vita e l’essere si trasforma nella vita attraverso l’azione umana. ”Vitalismo” si chiama la teoria di Dewey, proprio perché intorno al concetto di vita Dewey fa ruotare tutte le creature unificandole insieme e producendo una teoria manistica del reale che può essere concepito con il concetto di vita (come Hegel ma da un altro punto di vista fisico non trascendentale) come sintesi, unità di reale e razionale, senza però agganciare la razionalità ad una realtà o ad un principio distinto dalla natura fisica (energia creatrice). L’uomo quando è emerso dalla natura e ha cominciato a modificarla a fini propri, biologici, per meglio soddisfare i suoi bisogni, si è organizzato con gli altri uomini, dando origine alla società degli uomini, o alla realtà di uomini associati, producendo una struttura etica, morale, costituita dagli uomini associati per finalità comuni, la comunità degli uomini associati, la società ha compreso che ci sono fini superiori a quelli individuali e che ognuno operando sulla natura per se stesso ha approntato beni per tutti. Gli uomini associati per produrre il bene sociale non devono necessariamente essere costretti da forme dittatoriali e totalitari do governo o da leggi e istituzioni rigide che annullano la libertà dell’individuo imponendogli i propri compiti e costringendolo in modo tale che anche la strutturazione del lavoro sociale, suddiviso in mestieri, attività, sia un compito imposto, un’attività eteronoma, regolata dall’esterno, imposta come nelle industrie dove si realizza l’alienazione dell’operaio, il quale non può progettare da se stesso ciò che deve produrre, ma deve eseguire i modelli, le tecniche degli imprenditori che sono i dirigenti del processo economico nella società, i capi, la classe dominante (come dirà Marx), ma ogni uomo dentro la società deve poter lavorare per propria iniziativa e deve essere egli libero di scegliere i materiali e chi dare forma, e seguire da solo la direzione del corso della realtà che si arricchisce, si rinnova e non si produce solamente come nel lavoro imposto. Per Dewey natura e conoscenza costituiscono insieme unitamente lo stesso essere e la realtà è insieme materiali, situazioni fisiche e intelligenza umana operatrice e modificatrice, che guarda e si rapporta con le cose all’interno della natura in un primo atteggiamento prospettico, pronto a cogliere nel reale naturale osservato, gli elementi attivi, produttivi dell’uomo con cui portare avanti, far avanzare, progredire il reale mediante la creazione di nuovi oggetti e situazioni, ed è così che la realtà si svolge, diviene arricchendosi del nuovo ma senza mai lasciare indietro qualcosa di sé come qualcosa di morto. Il reale è caratterizzato dalla continuità nel suo procedere, e unità perché si porta avanti tutto, in quanto le forme nuove create, sintesi sempre di umanità e natura, non sono altro che l’arricchimento, lo sviluppo di quelle precedenti e ogni uomo da se stesso, con la propria capacità e libertà d’azione muove con la sua intelligenza e esperienza dentro la natura per indeterminarla, arricchirla e ricrearla in modo più efficace per i bisogni umani propri e degli altri. Tutti gli uomini sono nella realtà naturale libera energia creatrice, frammenti attivi interattivi, la cui psiche non è altro che amore e desiderio di agire, di fare qualcosa alle cose e per creare e produrre il nuovo e la spiritualità della natura umana consiste in questa attività creativa che muove dall’impulso irrazionale che è desiderio, amore, di operare e di fare, un desiderio che non si fossilizza al primo prodotto, ma che insegue costantemente il nuovo ed è spinto a rideterminare la realtà precedentemente creata considerando il dato attuale come dato noto per scoprire l’ignoto, l’uomo interagendo con la realtà naturale costruisce la sua esperienza delle cose, il proprio sapere che è un sapere strumentale e sviluppa sapere fare che si trasforma in comportamenti abitudinari, schemi operativi in cui si è esercitato e che sono scontati per lui, ma i quali sono l’attività passata ricapitolata nel presente, il quale ancora ulteriormente stimola il soggetto per la problematicità del suo essere e sta di fronte al soggetto come uno stimolo che va reinterpretato perché l’uomo possa costruire ancora qualcosa e così il passato, il presente e il futuro costituiscono un unico essere che si determina e si ricostruisce proiettato sempre in avanti costantemente. Niente è mai realizzato in modo definitivo e compiuto di ciò che si fa e si crea, poiché funge nell’essere da materia problematica e modificabile dell’attività umana all’infinito per cui l’essere è sempre indeterminato e si svolge passato dalla determinazione all’indeterminazione e dall’indeterminazione alla determinazione, l’essere è suscettibile di cambiamento e si muove costantemente per l’azione della molteplicità degli uomini sociali creativi in proprio e inseriti nella natura per accrescerla di vita da più parti con un’azione libera e isolata, la determinano secondo le loro originali tendenze a fare. La psiche umana non è un insieme di facoltà, non è l’anima immateriale razionale, con le idee innate, che conosce la realtà situata all’esterno di se stessa come un oggetto che viene rispecchiato dalle facoltà che la riproducono dentro la mente e permettono all’uomo di acquistarne coscienza e contemplarla, ma è la natura fisica stessa dell’uomo concepita come energia produttiva o esplicitamente come desiderio, impulso, amore a fare e a creare e alla nascita gli impulsi attivi e creativi non sono ancora determinati e gli uomini quando nascono non hanno dentro di sé già specificata le tendenze attive e produttive, ma queste si determinano in rapporto alle stimolazioni ambientali in cui si è inseriti e si nasce: la famiglia, la società adulta, la scuola. La mente umana è attività che si determina con l’esperienza nel momento in cui l’individuo viene stimolato e posto a contatto con la qualità degli oggetti esterni, in quel momento comincia a concretizzare la propria azione creatrice e ad entrare in simbiosi con la natura immergendosi in essa come una sua funzione attiva e generativa e solo quando opera con le cose e produce qualcosa di nuovo non riprodotto, non assimilato dal gruppo egli diventa veramente uomo, soggetto conoscitore e creatore. L’individuo si differenzia ed emerge solo con l’azione produttiva dell’uomo. L’ambiente in cui si nasce stimola in un certo modo gli individui umani i quali vengono in un certo senso condizionati dalle particolarità di questi stimoli e si possono determinare in modi anche contrari alla loro crescenza. La scuola deve cercare di orientare verso la crescenza l’energia attiva degli individui permettendo loro di orientare liberamente la loro attività liberandoli dai condizionamenti dei primi incontri esperienziali. L’essere in partenza originariamente è energia attiva inconsapevole, impulso che governa la natura che si sviluppa e avanza informe e privo di progetti ideali, ma dalla natura emerge l’uomo, anch’egli considerato come frammento attivo e deduttivo di eventi e fenomeni naturali, il quale svolge la funzione di rendere la realtà originaria e incosciente, irrazionale, consapevole di se stessa e oltre a renderla cosciente la governa e la dirige e la cura secondo i progetti, che non hanno però la loro origine in un apparato mentale precostituito perché le idee con le quali l’uomo crea con la sua intelligenza i fatti naturali e storici o sociali, hanno origine dalle situazioni oggettive naturali e sociali in cui l’uomo è inserito e vive. L’essere, per Dewey, non è diviso in un oggetto e un soggetto che stanno di fronte separati e diversi per sostanza e perfezione e l’uomo non conosce la realtà come se fosse un oggetto esterno a sé, che osserva con i sensi e riproduce dentro la sua mente mediante le facoltà dell’immaginazione, dell’intelletto e della ragione. La conoscenza non è un uscire fuori da se stessi per impadronirsi della consapevolezza della situazione e dell’origine delle cose naturali producendo con le proprie facoltà mentali sensazioni, immagini, idee e concetti ma la conoscenza è essa stessa la realtà in atto, la realtà che agisce e si sviluppa arricchendosi di nuove forme attraverso l’attività interattiva dell’intelletto umano che utilizza i materiali naturali per creare nuove forme di vita (oggetti utili alla sopravvivenza dell’uomo e al soddisfacimento dei suoi bisogni) facendo passare dall’indeterminatezza all’indeterminazione gli oggetti e le situazioni entro cui è immerso, inserito e vive già. L’essere con l’uomo diventa consapevole perché l’uomo comprende l’attività degli stimoli esterni su di sé e compie associazioni intelligenti tra gli oggetti che producono le cose e la propria attività che si inserisce dentro le cose ristrutturandole per creare forme più complesse naturali e più potenti perché l’uomo trasformando continuamente la natura crea mezzi per sé ovvero oggetti con cui soddisfare i suoi bisogni in condizioni più soddisfacenti e migliori condizioni di vita. L’azione dell’uomo sulla natura è progressiva perché egli interagendo con la natura già determinata la potenzia e la arricchisce di forme nuove che costituiscono per l’uomo migliori condizioni di sopravvivenza. Nella logica come teoria dell’indagine, Dewey affronta il problema del metodo della conoscenza del reale e tale metodo, che si chiama teoria dell’indagine, si distacca nettamente dalla logica razionalistica e da quella empiristica proprio perché dovendo l’uomo conoscere un oggetto caratterizzato dalle sue qualità sostanziali e superficiali, il quale poi vive trasferito nella mente umana e lì conservato per essere contemplato e rispecchiato, ma essendo la conoscenza una risorsa per sopravvivere a migliori condizioni di vita nel soddisfacimento dei propri bisogni biologici ed esistenziali, essa acquista un carattere strumentale (strumentalismo si chiama la teoria gnoseologica di Dewey). Secondo Dewey non ci sono realtà esterne all’uomo né di natura fisica, come pensavano gli empiristi che distinguevano la realtà naturale della mente umana e concedevano a quest’ultima la possibilità di conoscere la natura attraverso l’osservazione empirica o il metodo induttivo (Bacone e Locke), né di natura trascendente o metafisica, come pensavano i razionalisti i quali relegavano la sostanza delle cose naturali o del loro principio in un mondo estraneo al mondo fisico sensibile, fenomenico e manifesto concretamente alla sensazione e ritenevano che la conoscenza di questo mondo e dei principi astratti, materiali, spirituali potesse essere conosciuto attraverso la logica formale astratta o l’attività del solo intelletto che senza l’aiuto di informazioni sensibili si collega con la sua intuizione, con le proprie idee e producendo concetti e categorie con il mondo delle sostanze prime o dell’essere vero, oggetto perfettissimo collegandosi con il quale l’uomo si riscatta anche moralmente perché, conoscendo i principi può venire attraverso questo tipo di conoscenza situazioni di perfezione smaterializzandosi, staccando il suo rapporto con la natura delle cose fisiche del mondo finito, sensibile e imperfetto. Per Dewey la conoscenza non si realizza stando di fronte e in opposizione ad un oggetto né trascendente né corporeo e la natura fisica in cui l’uomo è immerso è costruito dalla sua stessa sostanzialità perché come tutto ciò che la natura possiede l’uomo è la stessa attività interattiva produttiva di eventi e di oggetti e di fenomeni e conoscenza significa per Dewey agire, interagire e creare, significa essere così che la conoscenza e l’essere sono la stessa realtà e non stanno l’una di fronte all’altra distinti, separati e opposti. La natura, che è un aspetto della realtà, una prospettiva da cui guardare la realtà, è costituita da frammenti attivi e interattivi che non hanno però la potenza della capacità interattiva umana perché anche se gli oggetti e i fenomeni naturali producono relazioni e si associano generando qualcosa (come quando ad esempio il vento soffiando muove e sposta la sabbia, ma la sabbia non si muoverà più fino a quando un altro colpo di vento non muterà il suo stato e non ha compreso nulla di quello che è avvenuto) non comprendono ciò che avviene e che producono e sono determinati nella loro attività delle loro qualità che agiscono in essi inconsapevolmente e dalle qualità di altri oggetti li modificano dall’esterno senza che essi si rendano conto, mentre l’attività umana è autonoma, capace di agire dopo aver sviluppato sapere e pensiero logico razionale e gli effetti che l’uomo genera con la sua intelligenza attiva e interattiva, modificatrice degli stimoli diversi esterni con cui viene a contatto, sono prodotti consapevolmente, poiché l’uomo pur subendo l’attività delle qualità delle cose su di sé non rimane fermo, come la sabbia, ma utilizza le qualità delle cose che sperimenta su di sé per creare cose nuove, nuova energia attiva e produttiva infatti dall’esperienza del fuoco o del calore l’uomo ha dato origine a una varietà di oggetti nuovi che non esistevano nella natura prima che l’uomo potesse interagire con la qualità dell’attività. L’uomo davanti (teoria della logica) alle situazioni osserva con atteggiamento prospettico, con l’intenzione di rilevarle nella situazione in cui si trova elementi suscettibili di modificazione o che permettano all’azione umana di inserirsi nella situazione in modo da agire dentro di essa per apportarvi cambiamenti. Dunque il primo momento dell’attività conosciuta umana è costituita dall’osservazione prospettica e da un atteggiamento cognitivo che non è un presupposto razionale (l’uomo non ha idee innate per inquadrare la realtà ma si lascia sorprendere da essa senza però soccombere e partire ma per operare in essa) ma un’intenzione, un desiderio di fare e questo fare si sviluppa gradatamente in 5 momenti dell’attività umana in cui consiste conoscenza, concetto, immagine..
1 dinnanzi ad una situazione problematica l’uomo si lascia suggestionare. Dinnanzi a una difficoltà presente in una situazione in cui si trova (ci troviamo nei boschi e in campagne e stiamo percorrendo un sentiero che non conosciamo il quale si apre con un fosso o una voragine davanti a noi), l’uomo rimane suggestionato e osserva per provare n suggerimento un elemento con cui possa agire per modificare questa situazione e se non lo trova questo elemento nell’immediatezza dell’osservazione della situazione presente. Egli elabora con la sua intelligenza il problema ovvero è consapevole di trovarsi davanti a una difficoltà che va risolta e produce qualche idea, qualche ipotesi da cui sviluppa ragionamenti con cui costruisce i mezzi giusti per intervenire nella situazione.
2 L’osservazione della difficoltà stimola e attiva il pensiero umano che fino a quel momento era a riposo e privo di quell’ipotesi, idea che emerge inserita in quella situazione.
3 Dopo aver pensato, ipotizzato, l’uomo della situazione la sperimenta, lamette in pratica, prova con essa e con i mezzi di risolvere il problema del fosso e solo se questo viene saltato l’uomo ricava dalla situazione un feed-back, la prova della verità della sua ipotesi, delle sue idee con cui ha prodotto l’ipotesi e in questo modo il pensiero stimolato dalla situazione viene nuovamente controllato nella sua verità da essa. Pragmatismo si chiama l’attività logica del pensiero di Dewey, perché non ci sono né idee innate, né concetti intuiti in astratto dal pensiero umano e mai esso lavora da solo fuori dalle situazioni che si vivono e dai problemi di esso ma da queste viene stimolato e attivato e da queste viene confermato e verificato. Le idee nascono dentro la vita e sono verificate dalle situazioni della vita.
Nel rapporto tra teoria e pratica Dewey non isola o separa l’azione da pensiero, ma misura, investe il pensiero nell’azione e si distacca dal teoreticismo dei razionalisti, i quali, disprezzando l’attività, il fare manuale, concepivano il sapere e la conoscenza come un bagaglio di nozioni astratte che si possono acquistare attraverso il solo e libero esercizio dell’intelletto e la cultura razionalistica si chiama per l’appunto cultura liberale, perché per conquistarla l’uomo non doveva essere impegnato in alcuna attività pratica. Le tecniche manuali per produrre oggetti utili al soddisfacimento dei bisogni non erano considerate vero sapere, poiché il fine della conoscenza per i razionalisti era quello di vivere uno stato di perfezione e questo poteva essere raggiunto solo allontanandosi dalle cose materiali e collegandosi con l’intuizione intellettiva e i ragionamenti formali col mondo vero delle idee ontologicamente separate e distinte dalla realtà del mondo fisico. Il sapiente per i greci della filosofia classica doveva estraniarsi dai bisogni fisici della società e di se stesso ed elevarsi al di sopra del materiale diventare filosofo. La figura dell’intellettuale, del sapiente è una figura che non ha un impegno particolare nella realtà storica e nella vita concreta, ma è un individuo diverso e migliore perché capace di raggiungere col proprio intelletto le vette del sapere conoscendo solo lui i principi del mondo (teoreticismo).
La scuola tradizionale, verbalistica, nozionistica, intellettualistica, astratta, mnemonica, del sapere conservato nella mente e acquisito per categorie: gli intellettuali e i manuali e si divideva essa stessa in due diversi orientamenti nei suoi programmi, ponendosi come scuola professionale per i lavoratori e come scuola umanistica per gli intellettuali che avrebbero svolto funzioni di direzione politica nella società, ricalcava e perpetuava il concetto razionalistico dell’educazione liberale degli antichi e mantenendosi in questo stato fino ai nostri giorni ha continuato a mantenere gli uomini divisi e a suscitare il disprezzo per le classi dei lavoratori. In democrazia e scuola Dewey propone una riforma scolastica in cui si ristrutturino tutti gli elementi dell’educazione a partire dall’ambiente, dagli spazi frequentati dagli alunni per continuare con i metodi, le finalità e anche con i contenuti di partenza, ponendo al centro l’educando e le sue potenzialità individuali e sociali. Secondo Dewey la vecchia scuola contribuisce a mantenere la distinzione delle classi nella società e quello che è peggio la divisione degli uomini in oppressi ed oppressori, governanti e governati, sia nel’ambito politico che in quello del lavoro, infatti le classi inferiori non possono partecipare attivamente in proprio alla direzione politico-economica della propria civiltà e della propria storia nel momento attuale. La scuola rimanendo divisa nei due orientamenti umanistico e professionale continua a mantenere gli uomini divisi nella società perché non permette un’educazione integrale degli individui, essa infatti prepara o la mano o la mente, tenendo separati la mano e la mente, perché i lavoratori che avranno imparato le tecniche manuali non conosceranno il significato etico e sociale oltre che intellettivo del loro lavoro mentre i governanti che sono in crisi di nozioni umanistiche non sanno capire il significato del lavoro dentro la società e il fine sociale del lavoro stesso come principio di progresso e pur governando essi la società non sanno come dirigerla e dove orientarla, la divisione tra lavoro intellettualistico e umanistico che comporta la divisione delle classi nella società, distinzione avallata dalla vecchia scuola impedisce agli uomini di vivere nella loro società con giustizia, uguaglianza e libertà e tutti sono schiavi dentro la società divisa perché i manovali non sanno neanche perché lavorano e sono guidati dall’esterno, da ordini e idee di altri per eseguire il prodotto nell’industria e non adoperano autonomamente il loro intelletto per produrre e sono privati della loro soggettività, della loro intelligenza, della capacità di programmare la loro attività che ha il carattere dell’eteronomia perché determinate dagli altri che comandano come fare e cosa fare perché l’industria ha i suoi meccanismi già pronti per produrre e l’operaio nell’industria non deve pensare nulla di nuovo ma deve solo integrarsi coi meccanismi del montaggio industriale. D’altra parte anche le classi al potere più forti non possono investire se stessi integralmente perché si servono del loro corpo solo per trascinarsi dietro con la loro mente staccata dal corpo e sono privi dell’esperienza manuale e non sanno produrre e creare nulla col loro sapere astratto, inutile ad intervenire nella realtà per creare la vita.
Dewey propone una via per risolvere il problema della divisione del lavoro, della scuola, della distinzione delle classi sociali, della divisione tra gi uomini e questa via è proprio l’educazione attiva, nuova dell’attivismo, del pragmatismo. Questa scuola unifica la mano e la mente e prepara uomini capaci di lavorare consapevolmente ed infatti questa scuola deve essere denominata scuola dell’umanesimo del lavoro, scuola del saper-fare, non c’è un’attività pratica che non comporti l’attività teoretica perché ogni forma di fare è guidata da conoscenza e l’uomo quando agisce e produce qualcosa non procede a tentoni, ma segue un piano, un programma mentale e usa della conoscenza, inoltre il sapere e la conoscenza non possono continuare ad essere considerati come qualità che distinguono gli uomini di una classe da quelli di un’altra, ma devono costituire i mezzi giusti per risolvere i problemi e devono acquistare un carattere strumentale, essere utili alla società per produrre vita, beni di sopravvivenza e soddisfare al meglio i bisogni di tutti dentro la società con uguaglianza ed equità nel loro consumo.
La società e gli individui dentro la società, i bisogni della società e quelli di ogni individuo dentro di essa devono essere al centro dello sviluppo della ricerca del sapere, la conoscenza deve acquistare un fine sociale e solo così essa può avere significato a creare valori morali di uguaglianza, di equità, di giustizia sociale e libertà per gli uomini. La conoscenza deve creare una società di uomini attivi, produttivi, creativi, capaci di modificare gli oggetti già esistenti per crearne di nuovi in modo tale che la società si arricchisca di nuovi beni e gli uomini possono realizzare migliori condizioni di esistenza. Ogni uomo dentro la società, preparato dalla scuola del saper fare (scuola attiva), deve partecipare ai programmi di sviluppo sociale col suo essere attivo individuale, capace da solo di guardare in visione prospettica la realtà che gli sta davanti o l’ambito nel quale egli è impegnato e opera e sapere produrre il nuovo, apportare cambiamenti utili a soddisfare i bisogni di tutti oltre che i propri. La scuola deve creare individui che sanno opporsi nei confronti del sapere passato come uomini attivi, originali e creativi, che hanno sviluppato a scuola l’intenzione verso la crescita e che non siano passivi e ripetitivi, riproduttivi del vecchio saper fare, ma costruttori del nuovo utilizzando il vecchio e facendolo progredire ulteriormente sviluppato (come esempio possiamo guardare le tecniche per intervenire nella medicina che si sono modificate nei secoli perfezionandosi nella capacità di curare e guarire, pensiamo agli interventi alle parti dell’organismo, dal bisturi al laser). Dewey è contrario sia alle forme politiche dell’individualismo di cui sono un esempio il capitalismo sfrenato e il liberismo economico sia a quelle del collettivismo politico, le cui forme le troviamo nel comunismo totalitarista di Stalin e nel nazismo soprattutto perché queste forme ideologiche sociali adottano una visione unilaterale dell’uomo e mirano l’una a lasciare eccessiva libertà all’individuo nelle sue capacità di produrre e arricchirsi, mentre l’altra forma tende ad assorbire l’individuo dentro la società togliendogli ogni esigenza, interesse, bisogno personale, inoltre il comunismo di Stalin affermatosi come forma di totalitarismo economico, pianificando l’attività produttiva degli individui e assorbendo il lavoro nello stato toglie agli individui la libertà di pensare cosa produrre e in che direzione ed il lavoro viene imposto all’individuo così che è risucchiato interamente all’interno di progetti di esigenze che negano i suoi, i propri. Il liberismo ugualmente al comunismo ha prodotto la schiavitù degli operai alienandoli nel lavoro, che anche qui si presenta come lavoro imposto dai capitalisti, i quali soli sono liberi di agire dirigendo con i loro capitali il lavoro nella società. Dewey abbraccia il sogno di una democrazia sociale in cui vengono garantiti:
1 la libertà degli individui, deve essere padrone di se stesso e delle sue potenzialità che solo egli avrà diritto di orientare e di esercitare negli ambiti lavorativi e nei settori a lui più congegnali;
2 la giustizia sociale che consiste nel riconoscimento ad ogni uomo della sua umanità senza distinzione nella partecipazione del governo della società senza distinzione di classi dentro la società;
3 l’equità è un concetto economico, tutti devono possedere il giusto per sopravvivere nella convinzione che eliminato il concetto della divisione del valore del lavoro (all’interno del quale il lavoro intellettuale, dirigenziale,governativo espresso nella forme della direzione sociale, viene considerato come superiore rispetto a quello normale, con a conseguente distinzione degli uomini a discapito dell’equità infatti percepiscono redditi più elevati gli intellettuali rispetto ai manovali nella società e agli uomini manovali non viene garantita la possibilità di soddisfare gli stessi bisogni nella società) mediante un’educazione nuova che unifichi l’intellettuale e manovale in un’unica persona capace di saper fare, di lavorare insieme unitamente col suo corpo e con la sua mente, ogni uomo possa essere assimilato, reso uguale all’altro perché ugualmente attivo.
Per Dewey il lavoro concettualmente è la stessa attività, dunque agendo sia nella forma del pensiero, che nella forma della mano, gli uomini ugualmente lavorano e sono attivi nella società, dunque non c’è motivo per produrre la divisione delle classi, del lavoro intellettuale e manuale con la conseguente gerarchizzazione degli uomini in categorie inferiori da disprezzare e superiori. Per Dewey la soluzione del problema della divisione degli uomini nella società non può essere risolta a livelli astratto con un discorso sull’unità del lavoro, bisogna invece agire con la nuova educazione che governerà i nuovi individui uguali. Infatti la scuola nuova dell’umanesimo del lavoro sviluppando negli individui facoltà fisiche e mentali, creerà dei nuovi soggetti che non partiranno per inserirsi dentro la società con il lavoro da porzioni diseguali e non ci saranno più da parte gli operai e dall’altra i dirigenti, ma individui che lavorano tutti attivi e produttivi anche se in ambiti diversi, ma tutti con l qualifica dell’essere attivo in proprio, un uomo che liberamente opera con l’intenzione di realizzare fini sociali e che non opera solo con la mano ma con la conoscenza insieme. Un uomo che opera con il saper fare. Dewey attribuisce alla scuola e all’educazione la responsabilità del regolamento politico-sociale e la scuola diventa il principio, il fondamento della politica, principio dello sviluppo sociale.
Per Dewey gli uomini senza la società esistono in situazione di rischio per quanto riguarda la loro sopravvivenza e l’istituzione dello stato della comunità e della società degli uomini organizzati insieme per realizzare fini comuni è una forma avanzata di processo civile a cui gli uomini hanno dato vita perché insieme gli uomini possono soddisfare meglio i loro bisogni e sopravvivere e la società garantisce la vita di tutti dunque la società è buona per l’individuo come concetto. Essa tende a riprodursi e a progredire e per questo motivo organizza strutture come quella educativa per socializzare i nuovi individui, integrarli con il saper fare passato trasmettendolo ad essi sotto forma di abitudine (= sapere passato ricapitolato nel presente, trasmissione del vecchio ai nuovi). I nuovi nati delle nuove generazioni per sopravvivere hanno bisogno della società e assimilando il saper fare già disponibili approntato dal gruppo in precedenza, possono risolvere i problemi della sopravvivenza, ma in modo ripetitivo e fino a quando non diventano essi stessi creatori di nuovo sapere saranno passivi e assorbiti dalla società, dipendenti da essa perché bisognosi di tutto e per cui li possiamo definire in questa prospettiva solo come esseri sociali, della società, ma la scuola stimolando le potenzialità e il desiderio a fare, a creare dei nuovi individui educandoli con metodi attivistici saprà sviluppare “l’essere individuale”. L’individuo per Dewey deve poter essere un essere sociale, ma anche un essere individuale, un individuo che sa cogliere dalla società ciò che lo aiuta primariamente a sopravvivere le prime abitudini, per poi creare in proprio con la sua individuale attività, nuovo fare che abbia ricadute formali per la sua vita e per la società.
Essere sociale per essere individuale e essere individuale per essere sociale.
Secondo Dewey l’individuo nasce già inserito in una società (non vive isolato) con la quale si integra assumendone i saper fare prodotti dal gruppo, ne assimila le strutture conoscitive (sapere strumentale), risolutive di problemi assumendo le abitudini sociali, i modi di essere costruiti dalla specie per intervenire adeguatamente nella realtà naturale e sociale e risolvere i suoi problemi di sopravvivenza (e per questo aspetto l’individuo è un essere sociale, un prodotto della società in cui nasce perché la società gli fornisce e gli trasmette le abitudini proprie per sopravvivere)(vita = natura umanizzata, i prodotti che sono mezzi di sopravvivenza), ma l’educazione, la scuola sfruttando le potenzialità degli individui nuovi che consistono in un desiderio a fare, in una tendenza, in una tendenza, in una disponibilità che è l’amore per l’azione (per Dewey la soggettività umana alla nascita non è una psiche, una coscienza, la mente piena di facoltà, ma è una tendenza indeterminata che ancora non ha evidenziato il suo orientamento che Dewey chiama desiderio, amore, impulso a fare, il quale acquista le sue caratteristiche solo dopo l’esperienza con gli stimoli dell’ambiente esterno in cui nasce inserito. Quella famiglia, quella società in cui gli uomini lavorano e vivono), cercherà di creare il soggetto libero, l’individuo indipendente e singolare che si distinguerà dalla società evidenziandosi come essere attivo in proprio, un individuo capace di utilizzare il vecchio per creare il nuovo modificandolo, in un individuo creatore di progresso e nuova vita rispetto a quello che la società gli ha elargito in modo tale che l’essere sociale originario inserito e integrato diventi un essere individuale.
1essere sociale per essere individuale)
L’essere individuale attivo in proprio, capace di produrre il nuovo, stimolato unicamente dai suoi interessi autonomamente, senza imposizioni, programmi e ordini esterni che si impongono alla sua azione, guidato solo dalla sua volontà, dalla sua intelligenza, dalle sue percezioni della realtà che sa guardare con visione prospettica, con la disposizione a produrre modificazione agli oggetti che gli stanno davanti concependole come situazioni indeterminate suscettibile di nuovi arricchimenti e determinazioni (l’essere attivo improprio). L’individuo, producendo il nuovo avrà prodotto vita sociale, mezzi di sopravvivenza utili a tutti i membri della società a cui appartiene, e oltre ad essere soddisfatto individualmente per potersi affermare come soggetto autonomo e libero, capace di guidare il processo produttivo scegliendo egli stesso i modi della sua attività produrrà cose per soddisfare i propri bisogni e quelli degli altri, facendo progredire la società. L’essere individuale produce effetti favorevoli alla vita della società e ritorna ed essere sociale questa volta però con tutta la sua singolarità, soggettività, individualità, rimanendo se stesso da un contributo alla società portandola avanti perché produce un nuovo che ha un valore sociale.

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