Ominide 50 punti

Schlegel, August Wilhelm.

August Wilhelm Schlegel nacque ad Hannover nel 1767, morì a Bonn nel 1845.

Dal corso di letteratura drammatica.
In questo testo l’autore tratta il tema della melanconia, il desiderio di qualcuno/qualcosa che non si ha, uno stato di mancanza per qualcosa che si è già provato/posseduto ma che ora non si ha più. Nella prima parte confronta il periodo classico con quello contemporaneo (che verrà poi chiamato Romanticismo). Si avvertiva già al tempo infatti una spaccatura, una differenza della mentalità e tendenze di quel periodo rispetto al passato. I Greci erano felici, non sentivano un senso di vuoto, di mancanza, in quanto potevano raggiungere i loro obiettivi, il loro appagamento semplicemente contando sulle proprie forze. L’uomo romantico invece vuole tornare a quella beatitudine, provata durante la vita nel paradiso terrestre, che ha perso a causa del suo errore. In questo modo Schlegel descrive il desiderio di felicità, che è il fine dell’uomo, che cerca di andare sempre oltre ai propri limiti per raggiungerla. Ma l’uomo non può raggiungere questa felicità: anche una volta soddisfatto un desiderio, se ne creano sempre di nuovi. Inoltre l’uomo cerca la felicità, che è un desiderio infinito, nelle cose finite quindi non può essere mai soddisfatto. Ogni piacere della vita dell’uomo, ogni cosa terrena, è quindi un’illusione, che non riempie mai questo vuoto che sentiamo e non ci può rendere quindi felici. Questa visione della vita viene attribuita al cristianesimo, che considera la vita terrena una fase, un periodo di sofferenza, che l’uomo deve scontare prima di arrivare alla vita e alla felicità eterna. Mentre glia antichi vivevano spinti dal godimento, dal piacere, l’uomo moderno è spinto dal desiderio: il romantico si trova quindi sospeso a metà tra il passato (melanconia) e il futuro (pensando alla raggiungimento della felicità e a ciò che lascerà ai posteri).

L’uomo romantico si dirige verso l’infinito, cerca di andare oltre la realtà per essere soddisfatto. Ma non riesce a raggiungere la felicità e pertanto questa idea di mancanza è visibile anche nelle sue opere, che non possono essere perfette, a differenza di quelle greche, perché ritraggono una realtà imperfetta, incompleta.

Vi un’opposizione tra:
· Mondo classico, in particolare quello greco, caratterizzato dalla pienezza ed armonia, che deriva però da un limite, la religione pagana, che prometteva solo beni temporali, l’idea dell’immortalità era vaga, in secondo piano rispetto alla vita terrena

· Visione moderna, romantica, caratterizzata da una lacerazione, un senso di mancanza prodotto dal cristianesimo, che ha introdotto il peccato ,l’opposizione tra umano e divino, corpo e anima, finito ed infinito.
Il Romanticismo tedesco era infatti caratterizzato da un animo inquieto, dall’ansia d’infinito, da una tensione, mai appagata, che si ritrova anche nella poesia: senso di incompiuto, imperfezione, lontana dalla perfezione classica.

Mary Shelley

Nacque a Londra nel 1797; il padre filosofo e la madre, che morì dandola alla luce, autrice di opere femministe. La sua infanzia fu infelice, la sua vita fu segnata dalla depressione. Era una ragazza intelligente e coraggiosa. A 16 anni fuggì con Shelley, scrittore amico del padre, e lo sposò nel 1816. lo seguì in Italia, dove condusse una vita disordinata e sconvolta da vari lutti. Quando il marito morì in mare, si trovò vedova a 25 anni e, senza risorse, incominciò a scrivere opere letterarie. Morì nel 1851.

La sua opera più famosa è Frankenstein, scritto nel 1816 a Ginevra e pubblicato nel 1817. E’ un romanzo del terrore, gotico (genere di successo in Inghilterra nel ‘700).
Frankenstein è un giovane scienziato di Ginevra che approfondisce la ricerca scientifica per creare la vita (in quel periodo vi è un grande impulso nelle scienze, in seguito alla riv. Industriale. Mary Shelley, partendo dalla realtà del suo tempo immagina ciò che potrebbe accadere, prevedendo una amara conclusione: la scienza si sta spingendo oltre il limite, ma non si può più tornare indietro. Allo stesso modo Frankenstein è atterrito dalla creatura cha creato, ma deve affrontare le sue responsabilità).

Costruisce così, con pezzi di cadaveri, una creatura umana. Il mostro fugge e si macchia di orribili delitti, uccidendo il fratello di Frankenstein (la voglia di superare i limiti porta conseguenze orribili).
Durante un’escursione sul monte bianco Frankenstein incontra il mostro che si era rifugiato li per sfuggire alla società e racconta la sua storia al suo creatore. La creatura era inizialmente buona, ma gli uomini non lo avevano accettato a causa della sua bruttezza (tema dell’apparenza: la società non accetta la creatura per ciò che è).
La creatura, infelice, si macchia di orribili delitti (la società peggiora gli uomini: la creatura, inizialmente buona, a contatto con glia altri uomini che lo rifiutano, diventa cattiva).
La creatura desidera addirittura di vendicarsi del suo creatore, che non si era curato di lui (l’uomo distrugge la natura, Riv. Industriale, ma la natura si ribella).
La creatura chiede allo scienziato di creare una compagna per lui (tema della solitudine, il desiderio di trovare affetto, che rimane però inappagato).
Frankenstein promette, ma poi, inorridito dal pensiero di creare una progenie di mostri, non mantiene la sua promessa (dopo la voglia di superare i limiti e l’esaltazione, ora a mente lucida, Frankenstein sia accorge di essere stato un pazzo).
Il mostro si vendica uccidendo il più caro amico e la futura moglie di Frankenstein. Lo scienziato lo cerca, sino all’Antartide. Ma qui, dopo avere raccontato la sua storia al capitano di una nave, sfinito, muore. Il mostro, vendicato, esterna sulla bara del suo creatore la sua disperazione e infene se ne va, in cerca dell’autodistruzione.

La scienza è positiva, ma dipende da come viene applicata, perché può rivelarsi dannosa. Bisogna quindi valutare fino a dove spingere la ricerca scientifica. Frankenstein voleva sostituire Dio, aspirava a creare la vita, per essere ricordato e pensava così di raggiungere la felicità. Ma una volta raggiunto l’obiettivo, passata l’esaltazione causata dalle passioni e dalla smania di appagare il suo desiderio, si accorge di essersi spinto oltre i limiti. Egli credeva di aver fatto un’azione buona, per sconfiggere la morte, ma in realtà mirava solo ad appagare la sua voglia di esplorare, a raggiungere la felicita, senza curasi del destino della creatura. Crea così un’infelice, che non aveva chiesto di essere creato e viene respinto sin dalla nascita.

All’inizio del testo vi è già un’anticipazione: anche se non sappiamo nulla della storia, Frankestein ci avverte di imparare dal suo esempio; il racconto è quindi un monito per la scienza. Egli infatti aveva cercato di sostituirsi a Dio, per raggiungere la felicità, ma in realtà si era rovinato la vita. La scienza deve avere dei limiti.
Frankenstein ha il potere di dare la vita e, esaltato, come spinto da un impulso, dalle passioni, perde i contatti con la realtà, perde la ragione. La mancanza di razionalità, il turbinio di passioni (a differenza dell’Illuminismo), il successo che lo acceca, spingono Frankenstein a continuare la sua ricerca. Frankenstein inizia a farneticare, vede solo il positivo del suo potere, mira a creare degli individui perfetti e felici, che lo lodassero come loro creatore (presunzione dell’uomo che si vuole sostituire a Dio). Egli crede di poter sconfiggere la morte e, coinvolto totalmente nella sua impresa, si isola, perché non vuole dividere la sua scoperta con nessuno (e al tempo stesso è cosciente che sta facendo qualcosa di sbagliato). Quando era immerso nella sua ricerca, la sua personalità era come divisa: si accorgeva che stava sbagliando eppure continuava la sua folle impresa.

Invece, nel momento in cui racconta il suo esperimento è più distaccato e razionale, si rende conto di ciò che ha fatto. A posteriori, giudica il suo lavoro e comprende che era vittima delle sue stesse passioni, non poteva fare a meno di continuare, era come dipendente, uno schiavo della scienza.
Nel ricordo della notte in cui diede la vita a l mostro compaiono molti aspetti gotici, ad anticipazione delle conseguenze terribili del suo lavoro (notte di novembre, pioggia..), la catastrofe di aver creato una creatura che sarà condannata ad essere infelice. Frankenstein aveva lavorato per 2 anni per infondere la vita, ma quando la creatura aprì gli occhi è inorridito, scappa (l’attesa è meglio della realizzazione del desiderio che può non appagare le nostre aspettative, deluderci.). la creatura, che avrebbe bisogno di essere accolta, è rifiutata: il mostro nasce con la speranza di poter essere accettato, cerca una risposta a ciò che sta accadendo, ma incontra lo sguardo atterrito di Frankenstein. Mary Shelley sottolinea l’importanza dello scambio di sguardi tra la creatura e lo scienziato: gli occhi infatti sono lo specchio dell’anima, il primo contatto del nuovo nato con il suo creatore. Frankenstein, di fronte alla creatura, prova paura e terrore, vorrebbe dimenticare, cancellare ciò che ha fatto.
Il romanzo della Shelley è ricco di significati: l’autrice è capace di approfondire l’animo dei personaggi.il tema centrale del romanzo è la scienza trasgressiva, che si spinge oltre i limiti della conoscenza umana. Lo scienziato, che trascinato dal suo orgoglio scientifico, sfida Dio, si identifica con:
· Lucifero, la colpa satanica, che porta inevitabilmente sventura e maledizione
· Prometeo, che sfidò gli dei creando gli uomini dalla creta.
Questa visione negativa della scienza:
· deriva dallo sgomento, sofferenza causato dal “mostro” dell’industria, che distruggeva il mondo del passato, partorito alle scoperte scientifiche del tempo
· rappresenta l’altra faccia, negativa, del progresso, al di là dell’entusiasmo e del benessere
Il mostro di Frankenstein può essere quindi considerato la metafora:
· della Riv. Industriale, che sfugge di mano all’uomo e si ritorce contro di lui, finendo per distruggerlo
· della classe operaia creata dall’industrializzazione, che viene percepita con paura dalla classe dominante, in quanto minaccia l’assetto vigente
· delle illusioni della Riv. Francese, che avevano portato al terrore giacobino
· della concretizzazione del male e degli impulsi di morte verso i suoi cari, presente nell’animo di Frankenstein a livello inconscio. Lo scienziato si sente infatti responsabile della morte dei suoi cari. La creatura rappresenta quindi il suo doppio (come ne “Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr Hide”)
· della situazione della donna nella società del tempo.

Struttura narrativa:la vicenda è per gran parte narrata da Frankenstein stesso al capitano della nave che lo raccoglie nell’Artico, ma anche dal mostro che narra allo scienziato la storia della sua impossibilità di entrare nella società, la delusione e il passaggio dalla bontà ad essere un assassino. Si hanno così i due punti di vista e il lettore può comprendere e partecipare alle sventure del mostro.

Goethe e il Faust.

Goethe lavorò al Faust dal 1775 al 1831. L’opera, in cui il protaginista stringe un pacco col diavolo, fu ripresa più volte dalla letteratura:
· nel “Libro popolare” del 1587 appare per la prima volta il personaggio di Faust, ispirato a Georg Faust, scienziato del 500. Faust, che vuole accedere ai segreti della natura, è un personaggio negativo, superbo, che vuole sfidare Dio.
· Nel 1592, C. Marlowe, drammaturgo elisabettiano, scrisse La tragica storia della vita e della morte del dottor Faustus, in cui Faust raggiunge una conoscenza illimitata del mondo per averne il possesso. Viene evidenziata la grandezza dell’uomo, deviata però verso il male.
· Nel 700, dal razionalista Lessino, che ne esalta la sete di sapere, da un punto di vista illuminista e ne prospetta la salvezza finale.
· Da Muller e Maximilian Klinger, (Sturmer), che vedono in Faust l’individuo che vuole realizzarsi su tutti i piani ed è destinato alla sconfitta.
Anche nel dramma teatrale (Tragedia) di Goethe, Faust sarebbe dovuto essere un dannato, ma alla fine Faust si salva. La salvezza del protagonista è anticipata nel prologo “in Teatro” e “in Cielo”, in cui Dio autorizza Mefistotele a tentare Faust, sicuro che si salverà comunque.
La prima parte dell’opera si apre nello studio di Faust che, stanco della vuota scienza, a cui ha dedicato tutta la sua vita, vorrebbe accedere ai segreti della natura. Evoca lo spirito della terra, che però lo rifiuta e vorrebbe suicidarsi. Lo salvano però i canti e le campane pasquali. Esce per trovare un contatto col mondo e al ritorno lo segue un cane, che si trasformerà poi in Mefistotele. Il diavolo scommette di dare a Faust, anche per un attimo, il piacere, in cambio della sua anima. Mefistotele gli farà conoscere vari ambienti, fino a quando Faust conosce un’ingenua e umile fanciulla, Margherita, la seduce e ne uccide il fratello in duello. La donna viene condannata a morte per aver ucciso il figlio, nato dalla sua colpa, ma una voce dal cielo preannuncia la sua salvezza, prevedendo anche la salvezza finale di Faust. La prima parte si conclude quindi con l’impossibilità di Faust di conciliare amore e la sua ricerca, la tensione che non lo appaga mai, volendo continuamente superare i limiti.

La seconda parte si divide in 5 atti,
· Faust, dopo essersi immerso nella natura, che lo purifica dal rimorso, entra nella corte dell’imperatore
· Discende dalle “Madri”, le forme ideali delle cose
· Dall’unione con Elena di Troia (fusione tra classicità e spirito germanico), nasce Euforione, simbolo della poesia romantica.
· Vince un “anti-imperatore” e l’imperatore gli concede una terra sterile, che cerca di strappare al mare con dighe. Insoddisfatto, vuole anche le terre dei suoi vicini, Filemone e Bauci, ma i due vecchi periscono in un incendio. Faust porta con sé il senso di colpa.
· Faust muore. I diavoli vengono sconfitti dagli angeli e l’anima di Faust viene accolta da Margherita.
Gli angeli redimono Faust, che si è sempre affaticato nella ricerca, nel tendere ad una meta, senza godere dell’obbiettivo raggiunto.

Il testo si apre con Mefistotele che propone a Faust un patto e gli promette di scacciare le sue inquietudine, la melanconia e l’irritazione, di fargli conoscere veramente cosa significhi vivere a fondo. Ma Faust risponde che è consapevole che niente potrà mai dare un senso alla sua vita, è condannato ad un’esistenza di dolore. Egli infatti è troppo vecchio per accontentarsi delle semplici cose della vita (a differenza dei bambini che devono ancora scoprire il mondo e si meravigliano di fronte ad ogni cosa), ma è troppo giovane per rinunciare ai desideri; quindi, arrivato all’età adulta, è cosciente che il mondo non gli può dare la felicità, i suoi desideri non possono essere appagati.
La rinuncia, rinunciare ai desideri, sembrerebbe l’unico modo per raggiungere la felicità: il desiderio diventa quindi una trappola, ma è proprio della natura dell’uomo il desiderio della felicità. Faust prova dunque sgomento, per una vita che non appagherà mai i suoi desideri, consapevole che ogni volta che si sveglierà dovrà affrontare un giorno inquieto, a causa dell’impossibilità di raggiungere la felicità. Anche l’attesa della gioia è rovinata da questo sgomento. Alla sera prova invece ansia, a causa degli incubi, provocati dal suo cuore pieno di passioni. Il “Demone” che abita dentro di lui crea il tumulto delle passioni, è padrone delle sue forze non gli permette di volgerle all’azione: le passioni ostacolano la volontà dell’uomo. La vita è quindi odiata da Faust, che sa che non potrà mai essere felice, ed invoca la morte. La morte però è gradita solo se essa arriva nel momento in cui l’uomo è un eroe, all’apice del piacere. Faust accetta la morte nel momento in cui prova l’esaltazione, la felicità, perché dopo questo momento si ritornerebbe inevitabilmente nella mediocrità (scontro tra il desiderio dell’uomo di una felicità infinita e la finitezza della felicità).
Faust tuttavia sa che questa felicità non potrà mai giungere e maledice perciò tutte le cose, che potrebbero sembrare valori e virtù, in quanto nella sua visione sono solo illusioni che ci spingono a continuare a vivere, illudendoci di poter provare il piacere in questa vita (che Faust paragona ad una “tragica spelonca”, ad una caverna orridaà Platone, mito della caverna). Mefistotele gli propone la felicità durante la vita terrena, ma dovrà pagare il suo pegno nell’aldilà. Ma a Faust nnon importa della vita ultraterrena, ma di quella attuale, durante la quale la sua anima desidera, vuole l’infinito, la felicità; in questa vita la sua anima non può essere appagata. Faust accetta il patto perché è convinto che comunque le sue richieste siano impossibili da avverare.: i suoi desideri infatti sono il contrario della realtà, impossibili e irrealizzabili. Egli non crede che potrà mai essere appagato e felice. Faust non chiede a Mefistotele solo il piacere, i godimenti limitati di cui appagarsi, ma egli ricerca l’infinito in cui si fondono i contrari, gli estremi, il piacere e il dolore, il bene e il male, anche se alla fine sa che ciò sarà la sua fine (tipico tema romantico è la ricerca dell’infinito, ad es Frankenstein vuole diventare come Dio).
Al termine del testo vi è un soliloquio di Mefistotele che, parlando di Faust, lo deride, in quanto a causa della sua aspirazione all’infinito, è caduto in suo potere. Faust, invece di accontentarsi e godere delle gioie della vita, si vuole spingere oltre. Le sue passioni lo hanno portato ad andare oltre i limiti umani, senza alcun freno. Mefistotele vuole trascinare Faust in una vita bestiale, in quanto Faust è condannato a desiderare continuamente cose nuove, senza mai essere appagato (il cibo-felicità-, offerto alla sua insaziabilità rimarrà sospeso davanti alle sue labbra aride). Egli supplicherà ristoro invano e sarà condannato a dannarsi.

Faust è insoddisfatto della propria vita, perché non può realizzare i suoi desideri. Egli scommette la propria anima perché è convinto che neppure il diavolo possa soddisfarli. Faust infatti aspira all’impossibile, alla totalità, a congiungersi con l’infinito, vivendo bene e male, piacere e dolore, fino a superare i limiti, in una tensione continua, ma sempre inappagata. Tuttavia “solo mediante l’attività l’uomo si afferma”. Il patto col diavolo non esprime più la paura per la scienza (secondo la visione medievale e dell’800, la scienza era vista come demoniaca e negativaà Frankenstein che, con la sua ricerca scientifica, supera i limiti umani e crea un mostro, un assassino), bensì la celebrazione dell’attività incessante, che non si ferma mai, di fronte a nessun risultato, è l’esaltazione dello spirito moderno e della forte trasformatrice/trasgressiva (industria ed esplorazione).

Registrati via email