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Il Romanticismo: la lirica

Come su tutti gli altri generi letterari, anche sulla lirica a partire dagli inizi dell’Ottocento il romanticismo incide profondamente dando luogo ad un processo di rinnovamento progressivo le cui ultime conseguenze saranno vistosamente visibili a fine secolo ed oltre.

In sintesi si può affermare che ha inizio una lenta ma costante destrutturazione del linguaggio poetico, cioè un progressivo abbandono di quelle norme e di quelle modalità – di ascendenza razionalistico-classica – che avevano caratterizzato per secoli la produzione lirica: sono quindi sempre più frequenti le strofe chiuse, viene perseguita con sempre maggior consapevolezza l’adozione d un linguaggio che trascende il livello referenziale e mira invece, attraverso rapporti analogici e fonici, a realizzare una particolare intensità, una suggestiva molteplicità di significati. Ha inizio quindi un’evoluzione di medio o lungo periodo che, nelle varie aree nazionali, avrà ovviamente sviluppi differenziati.

In una rapida rassegna della produzione lirica ottocentesca bisogna tener conto della tradizionale distinzione tra classicisti e romantici, precisando però che per alcuni degli esponenti più alti della lirica del tempo nette demarcazioni e “catalogazioni” non sono criticamente accettabili:
Holderlin, Foscolo, Keats fanno largo posto ad atteggiamenti, suggestioni, materiale dell’antichità classica (della grecità in particolare), ma evocano questa civiltà con un complesso atteggiamento nel quale c’è posto per la celebrazione ma anche per la struggente consapevolezza che quella stagione dello spirito umano ormai è un paradiso perduto, è irripetibile, e la rievocazione è solo parziale risarcimento della mediocrità del presente, è soprattutto coscienza della perdita, della privazione. Atteggiamenti del genere legittimo la definizione di “classicismo romantico”.
Diverso è il caso di poeti – come Monti, Pindemonte e altri minori – che invece vivono la lezione classica come decorazione letteraria, come inesauribile repertorio per travestire e mitizzare il presente.
Temi e atteggiamenti tipicamente romantici dominano invece nella produzione tedesca con Novalis, in quella francese con Lamartie, in quella inglese con Wordsworth, Coleridge e soprattutto Shelley; Goethe, poi, che sfugge ad ogni possibile “catalogazione” per la ricchezza e la varietà della produzione, spicca nella sua unicità.
Nell’area italiana – a parte l’originalità della mediazione leopardiana – certi canoni romantici (l’apertura a un pubblico più vasto, l’esigenza di contemporaneità) portano a una produzione patriottico-risorgimentale (Berchet, Mameli, Mercantini, Prati, Giusti) o marcatamente sentimentale (Grossi, Prati); nel caso di Tommaseo – che ha una sua fisionomia particolare . sono prevalenti i motivi mistico-religiosi.

Ma ad esigenze e canoni romantici (l’attenzione al vero, la scoperta nel popolo) è anche da riportare la produzione in dialetto di Porta e Belli; quest’ultimo certamente, per una valutazione critica sempre più concorde, uno dei poeti più significativi dell’Ottocento italiano.

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