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La Restaurazione: analfabetismo e dibattito linguistico

La dominazione napoleonica determinò una temporanea unificazione politica del Nord Italia, che costituì potenzialmente un importante fattore di unificazione linguistica.
Questa esperienza incrementò anche l’influsso del francese sull’italiano tanto da generare presto in molti letterati una reazione a salvaguardia del patrimonio della tradizione linguistica nazionale.
Quelli della Restaurazione furono gli anni della nascita di una più robusta coscienza nazionale di un attivo impegno risorgimentale, gli anni della preparazione dell’unificazione politica, l’evento che più di ogni altro avrebbe inciso sulla storia linguistica italiana.
L’unificazione linguistica apparve allora un mezzo di coesione nazionale.
Tuttavia durante questa fase il problema rimase a livello teorico. Ciò dipese dal fatto che il Risorgimento italiano non fu un momento di vita collettiva dell’intera nazione e di tutti i ceti sociali.
La separatezza tra intellettuali e masse, causa della secolare divergenza tra lingua letteraria e dialetti, si perpetuò anche in questa fase storica cruciale.

In seguito una serie di processi (scolarizzazione, unificazione amministrativa, servizio militare, stampa e diffusione nazionale, urbanizzazione, migrazione interna, emigrazione ecc.) innescati dall’unificazione politica, dal progresso tecnologico e dallo sviluppo industriale avrebbero portato ad un lento ma effettivo riavvicinamento linguistico di tutti gli italiani.
Ma all’atto dell’unificazione politica la situazione italiana appare drammatica: nel1861 oltre il 78% della popolazione totale, con punte sino al 90% nelle isole, è analfabeta e parla solo dialetti locali. Del restante 22% una parte consistente deve presumersi semianalfabeta.
Gli alfabeti sanno scrivere con varia approssimazione, nella comunicazione orale usano prevalentemente il dialetto, in situazioni formali talora anche il “toscano”, ma con grande incertezza e poca naturalezza, trattandosi di una lingua appresa sui libri e non dall’uso vivo.
De Mauro calcola che fuori Toscana e Roma solo 0,8 per mille sappia nel 1861 parlare e scrivere correttamente italiano; comprese queste due aree, si sale al 2,5%.

L’Ottocento è il secolo in cui, attraverso un complesso dibattito, la questione linguistica trova una soluzione teorica e si avvia ad una soluzione anche pratica.
I primi anni del secolo vedono, tuttavia, la riflessione linguistica ancora attestata su posizioni tradizionali.
Césari, un purista, lamentando la decadenza attuale della lingua, propone senza mezzi termini un rigido ritorno all’uso toscano trecentesco.

Polemica nei confronti dei puristi, ma vicina ad essi per la considerazione dei fatti linguistici in una prospettiva essenzialmente letteraria, è la corrente dei classicisti, che ha in Monti e Giordani i suoi maggiori esponenti.
Monti teorizza una cauta libertà di arricchimento e rinnovamento linguistico, regolata però da una forte educazione letteraria e artistica. Quello che insomma gli preme è la salvaguardia della lingua nazionale e della cultura.

I romantici italiani auspicano una letteratura attuale, nazionale e popolare, rispondente ai bisogni del presente: ne deriva che la lingua dovrà essere adatta allo scopo, dovrà essere “uno strumento espressivo rinnovato, immediato, semplice, unitario, vero”, ben diverso dalla lingua della tradizione classicistica, elitaria, aulica, accademica.
Il fatto saliente di queste teorie è però lo spostamento della questione dal piano letterario a quello socio-culturale: è il nesso lingua/nazione/società a porsi al centro della riflessione. Ma, se si individua un modello ideale rimangono i problemi del come realizzarlo.

Manzoni fornì una soluzione radicale e audace. Nella lettera a Carena “Sulla lingua italiana” (1850) egli sostiene la tesi fiorentinista: l’Italia se vuole avere una lingua vera deve adottare il fiorentino vivo. Positivo nella tesi manzoniana è il bisogno profondo di una lingua anti-accademica, che sia “strumento vivo di una società viva”. Ma il problema era, almeno in parte, mal posto e la soluzione irrealizzabile a livello generale.

Manzoni non si rendeva conto che pretendere di imporre per via di studio (tramite la scuola e un vocabolario) quello che di più apprezzava nel fiorentino, cioè il suo carattere di lingua viva, popolare, dell’uso, naturalmente radicata in un contesto sociale, territoriale e culturale, era una sorta di contraddizione nei termini.

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