Il fanciullino di Pascoli e il superuomo dannunziano sembrano essere due miti antitetici, che affondano le radici nello stesso terreno: sono in realtà risposte diverse, ma al contempo equivalenti e complementari, agli stessi problemi. Come già detto in precedenza, durante gli ultimi anni dell’Ottocento erano in atto diverse trasformazioni sociali ed economiche, in Italia come in Europa: civiltà industriale, con ritmi produttivi sempre più frenetici, concentrazione monopolistica, imperialismi, conflitti tra capitale e masse operaie; tutti questi elementi si ripercuotono sui ceti medi, portando alla scomparsa del ceto medio tradizionale (che non può più reggere la concorrenza con la nuova organizzazione produttiva) e alla nascita del ceto medio impiegatizio. Intanto, entra in crisi la nozione di uomo, di individuo energico, libero, capace di crearsi il suo mondo secondo al sua volontà; tale crisi investe soprattutto gli intellettuali, i quali si trovano privati del prestigio di cui godevano in passato, costretti a competere sul mercato per vendere i loro prodotti, o svolgere professioni quali l’impiegato, l’insegnante, giornalista. Da tale condizione sociale nasce dunque un senso di smarrimento di fronte alla complessità della realtà moderna, a cui Pascoli e d’Annunzio risponderanno in modo diverso.

Tramite il mito dell’infanzia Pascoli propone l’idea di un Eden innocente, lontano dalle brutture della contemporaneità, senza violenza e conflitti, in cui regnano fratellanza, amore e mitezza; un mondo in cui alla logica produttiva va a sostituirsi la contemplazione del mondo. È un mito di evasione, che esprime il rifiuto della realtà e il bisogno di regredire in una condizione fuori dal tempo, a cui si lega quello del nido familiare, all’interno del quale ci si protegge dalle forze aggressive e paurose del mondo esterno. Mito dell’infanzia e nido convivono sullo sfondo della campagna, che consente un rapporto innocente con la natura, garantendo una vita tranquilla e felice lontano dalla vita delle metropoli.
D’Annunzio si pone in maniera differente nei confronti della modernità: non fugge, ma celebra ciò che lo spaventa, cioè l’espansione industriale, la guerra, i conflitti sociali. In Pascoli, a compensare l’impotenza e la sconfitta subentrava il ripiegamento nel nido familiare, mentre con d’Annunzio, l’impotenza viene tramutata in onnipotenza, tramite atteggiamenti attivistici e aggressivi, una sensibilità eccezionale, l’affermazione dell’io oltre ogni limite. Alla base di questi atteggiamenti si notano però le stesse angosce e lo stesso senso di impotenza, in quanto nelle opere dannunziane è sempre presente l’attrazione per la morte e il disfacimento. Il superuomo è solo un tentativo di occultare tali spinte disgregatrici e nichilistiche.
Il mito del superuomo era per sua natura un mito pubblico, destinato ad agire sulla collettività: d’Annunzio per divulgarlo assunse le vesti del poeta vate, tribuno fascinatore delle folle, divo che propone il suo vivere inimitabile come modello. Anche Pascoli, contrariamente a ciò che si potrebbe pensare, per la sua chiusura intimistica e la fuga nell’Eden dell’infanzia, assunse la funzione di poeta vate: la sua poesia pura infatti, poteva essere di suprema utilità morale e sociale divulgando valori quali la non violenza, il perdono, la pace e la fratellanza, oltre ad avere un valore consolatorio verso il male del mondo. Entrambi i miti nascondono quindi due vati che, nonostante le differenze, si rivolgevano ad uno stesso pubblico, cioè le nuove masse piccolo borghesi, schiacciate dal peso dei meccanismi della civiltà moderna: nella parola del superuomo trovavano riscatto dallo squallore quotidiano, sentendosi trasportare in un mondo fatto di esperienze rare e preziose; nella parola del fanciullino invece scoprono la bellezza e la poeticità insita nella loro vita, e sono indotti ad accettarla. Pascoli comunque sapeva diventare anche tribuno e cantore delle glorie, come in “Odi e inni”, “Canzoni di re Enzio”, “Poemi italici”, “Poemi del Risorgimento”, o il discorso sulla guerra di Libia “La grande proletaria si è mossa”.

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