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L’editoria nell’Ottocento

Il rinnovamento dello status sociale dei letterati, appena avviato nel secolo precedente, si realizza nel corso dell’Ottocento.
Il fenomeno di maggior rilievo in proposito è il processo, ormai rapidissimo e irreversibile, di laicizzazione e “borghesizzazione del letterato ottocentesco.
Clero e aristocrazia non appaiono più ceti statisticamente significativi per un’indagine sulla composizione sociale dei letterati.
Il Terzo stato, dopo aver conquistato il potere politico, acquisisce il controllo pressoché totale della produzione culturale e letteraria e impone nuove forme di produzione e di circolazione culturale (il mercato).
Il proletariato, viceversa, escluso dalla gestione del potere politico, discriminato per fattori economici, sociali e culturali, pur costituendo il 50% della popolazione totale, rimane per tutto l’Ottocento una componente scarsamente rilevante nell’ambito della produzione letteraria.
La maggior parte dei nuovi letterati borghesi deve procurarsi da vivere lavorando.
Le possibilità che si presentano sono in sostanza 2: o svolgere un’attività qualsivoglia e attendere alle preoccupazioni letterarie nel tempo libero o cercare di vivere direttamente della propria attività di scrittori, sfruttando al massimo le possibilità offerte da mercato editoriale. Questa seconda possibilità appare consentita solo a una ristretta minoranza.
Uno degli aspetti salienti dei mutamenti socio-culturali di quest’epoca è l’incremento del pubblico, che ne corso dell’Ottocento tende a configurarsi per la prima volta nella storia come pubblico di massa, anche se la sua entità varia notevolmente da nazione a nazione e in Italia da regione a regione (scarsissima ad esempio è l’alfabetizzazione nel meridione).
Il “pubblico di mass”, specie nella prima metà del secolo e specie in Italia, è comunque un pubblico ancora ben radicato nei ceti medi.
Da notare che il movimento romantico individua programmaticamente nel ceto medio borghese il proprio interlocutore privilegiato.
Se autori e pubblico appartengono entrambi prevalentemente al ceto borghese ciò non significa peraltro che il loro rapporti su semplifichi: ‘individuazione delle attese del pubblico, meno chiare che in passato, può diventare un problema per lo scrittore. I nuovi committenti, per un altro appaiono spietati, proprio perché (a differenza dei committenti aristocratici delle epoche precedenti) non intrattengono rapporti diretti, personali, congli scrittori.
Nell’Ottocento assistiamo al compiersi rapido e irreversibile di quel processo di declino della corte e dell’accademia come luoghi prioritari di elaborazione e diffusione della cultura che già si era individuato per il secolo precedente.
Il vero fulcro della vita culturale è ormai l’editoria.
Attorno alla casa editrice con rapporti stabili o saltuari ruotano svariate figure di operatore e collaboratori: stampatori, librai (le due figure classiche della produzione e dello smercio), redattori, traduttori, compilatori e compendiatori, correttori di bozze, consulenti, direttori di collane, prefatori e curatori occasionali e, naturalmente, autori, pubblicisti, giornalisti.
Ma la figura che si va delineando, in verità ancora in modo incerto, è quella dell’editore, distinto per funzioni e competenze dallo stampatore e dal libraio.
Rispetto agli altri principali paesi europei, la situazione italiana ha connotazioni e problemi particolari.
Lo sviluppo editoriale e la stessa “professionalità” degli scrittori risentono fortemente della divisione politica della penisola, che nella sostanza impedisce la formazione di un mercato unitario e il godimento dei benefici economici derivanti, sia alle case editrici che agli autori, da una discussione su vasta scala de propri prodotti.
È il problema delle ristampe clandestine,che sarà parzialmente risolto solo con la Convenzione sul diritto di autore, a cui aderiranno a partire dal 1848 i principali stati italiani.
È questa una svolta decisiva per l‘intero mercato editoriale italiano, confermata poi dall’unificazione nazionale, che finalmente può avviarsi a colmare la distanza che lo separa da quelli europei più avanzati. Ed è la premessa indispensabile anche per la trasformazione dell’editoria da attività ancora semi-artigianale in attività in senso proprio industriale

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