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Il dialetto di Roma

Il dialetto di Roma ha subìto nel corso dei secoli profonde trasformazioni, dovute in particolar modo alla natura stessa della città di Roma, metropoli universale sottoposta a continue ondate migratorie.
In tanta evoluzione, però, una costante si è conservata: quella di essere un dialetto basso, lingua della plebe, degli strati più bassi, come è connotato dallo stesso nome che, unico tra i dialetti italiani, presenta il suffisso -esco.
La prima condanna del dialetto di Roma è presente in Dante:"Dicimus igitur Romanorum non vulgare, sed potius tristiloquium, ytalorum vulgarium omnium esse turpissimum" (De vulgari eloquentia I,11). In realtà il dialetto a cui si riferiva Dante, è assai distante da quello che ufficialmente sarà il romanesco: conservava, infatti, molti caratteri meridionali, tipici del dialetto di prima fase, che verranno perduti nel romanesco di seconda fase, influenzato dalla toscanizzazione.

Alla sua nascita, il dialetto di Roma appare solo in opere teatrali, in cui veniva usato per dar voce a servi e bulli; soltanto alla fine del seicento si avrà una svolta con i poemi eroicomici di Peresio e Berneri. Nel secolo successivo la scrittura in dialetto subisce un rallentamento, forse a causa della nascita nella Capitale dell'Arcadia; contemporaneamente si sviluppano due tendenze:
* una radicalizzazione verso il basso del livello linguistico
* l'utilizzazione integrale del dialetto per farne opera alta.
La vera svolta, però, è nell'Ottocento quando la produzione parodistica viene accompagnata dalla fioritura di sonetti politici e un discreto numero di testi in prosa.
La tendenza nella produzione romanesca di rivisitare e riproporre testi illustri è ben chiara nel caso dei testi sacri, a riguardo tre autori (tra XIX e XX secolo) sono tra i più autorevoli:
* G. Caterbi Vangelo di S. Matteo
* G.G.Belli La Bibbia di Belli
* M. Dell'Arco Vangelo secondo Dell'Arco

G. Caterbi
"Persone di sufficiente levatura d'ingegno da innalzare a soggetto sì grave (qual è un Evangelio) la lingua abbietta e buffona de' romaneschi io non ne conosco", inizia così la risposta che il Belli diede al Principe Gabrielli che sotto il sostegno dello zio Luigi L. Bonaparte, gli propose di tradurre in romanesco il Vangelo di Matteo.
Questa lettera è del 15 Gennaio 1861, Belli ha 70 anni e dopo gli eventi della Repubblica Romana, non scrive più in dialetto. Il rifiuto del Belli fa cadere il compito su G. Caterbi che dal 1859 dirigeva il settimanale "Varietà illustrate".

La traduzione del Caterbi è un esempio di medietas stilistica, anche prossima all'italiano, dato ante litteram dei successivi sviluppi della letteratura romanesca.

G.G.Belli
La creazione der monno

L'anno che Gesucristo impastò er monno,
ché pe impastallo già c'era la pasta,
verde lo vòrse fa, grosso e ritonno,
all'uso d'un cocomero de tasta.

Fece un sole, una luna, e un mappamondo,
ma de le stelle poi di' una catasta:
su ucelli, bestie ammezzo, e pesci in fonno:
piantò le piante, e doppo disse:"Abbasta".

Me scordavo de dì che creò l'omo,
e coll'omo la donna, Adamo e Eva;
e je proibì de nun toccaje un pomo.

Ma appenanche a magnà l'ebbe veduti,
strillò per dio con quanta voce aveva:
"Ommini da vienì, séte futtuti".

La disposizione comica dell'espressione dialettale si concentra tutta nella pointe finale e nella parolaccia. Il valore comico-liberatorio del termine sconveniente fa scaturire la comicità. Nel testo si ha un connubio tra stilus tragicus e stilus comicus: contaminazione linguistica e contaminazione di materia che introduce la seconda chiave di lettura; si passa infatti dalla comicità alla satira, laddove Dio poco regalmente urla addirittura una parolaccia.

M. Dell'Arco
I
Quanto hai detto, Gesù,
stampata addosso l'ombra di una croce,
è scritto ner Vangelo.

Io nun so lègge: io nun vojo legge.

Più fermod'uno scojo,
l'occhi ancorati ar celo,
aspetto er lampo de la voce tua.

Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi: io vi darò sollievo. MATTEO XI, 28

VI
Cinque pagnotte -e in fila
cinquemila affamati.
T'affacci tu -e nessuno a bocca vòta.
Mezzo monno a digiuno
oggi: doppia la fame
ma nun t'affacci più.

Erano quasi cinquemila uomini... Egli prese allora i cinque pani e i due pesci e levando gli occhi al cielo li benedisse e li spezzò: indi li dette ai discepoli che li presentassero alla moltitudine. E tutti mangiarono a sazietà. LUCA IX, 14-17

Mario Dell'Arco ha compiuto il grande sforzo in direzione di una poesia pure, risalendo al Belli "metafisico e visionistico". La sua poesia tene alla meditazione esistenziale, abbandonando molti dei tratti tipici del romanesco, per giungere ad un italiano regionale. La voce dell'autore si fa più leggera dell'italiano stesso: è come una sillabazione sottovoce, in cui i pochi tratti dialettali favoriscono la fluidità del soliloquio.
Analizzando i tre livelli di dialetto dei tre autori, emerge un'involuzione del dialetto; il vero e proprio dialetto si ha solo in Belli, in Caterbi ci sono "errori di grafia", mentre in Dell'Arco una coloritura dialettale dell'italiano.

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