Vocali di Arthur Rimbaud


Arthur Rimbaud scrive nel 1871, giovanissimo, una poesia destinata a diventare famosa. È la prima volta che suoni, colori, immagini vengono associati con tanta anarchica libertà dall’autore. Egli si presenta come un veggente, un mago, uno sciamano che sarà, un giorno, in grado di cogliere i veri e profondi legami fra le cose e di renderli noti a tutti attraverso la sua poesia, anzi, che in realtà compie già questa operazione, attraverso questo sonetto. Le libere associazioni mentali che collegano le vocali ai loro colori e a immagini misteriose e violente sono completamente frutto dell’inconscio del poeta sedicenne, e non hanno più alcun legame con i topoi della tradizione letteraria né con l’immaginario dell’uomo comune.
In Vocali è molto evidente anche una tecnica della poesia moderna nota col nome di “sinestesia”. In essa percezioni legate ai diversi sensi (vista, udito, olfatto, tatto, gusto) vengono mescolate fra di loro: per esempio, quando Rimbaud dice che la “a” è nera mescola un suono e un colore.
Jean Arthur Rimbaud, insieme a Charles Baudelaire, il fondatore della poesia moderna. La sua vicenda come poeta è breve e intensissima. In sostanza inizia a scrivere poesie a quindici anni e smette a diciannove; in seguito abbandonerà l’Europa e condurrà il resto della sua breve vista in modo misterioso e avventuroso in Oriente e in Africa, svolgendo attività di commerciante e di esploratore e abbandonando totalmente la ricerca poetica. Nei pochi anni nei quali scrive rivoluziona completamente la lirica occidentale; le sue poesie sono tutte raccolte in Poesie, Ultimi versi, Illuminazioni, Poemi in prosa. Oltre a questo Rimbaud ha trascritto la sua esperienza esistenziale e artistica in un breve testo misto di prosa e posia, visionario e trasgressivo, intitolato Una stagione all’inferno.
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