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Ippolito Nievo (Padova 1831 – Mar Tirreno 1861): l’età del Risorgimento

Biografia: nato da famiglia nobile, trascorse lunghi periodi dell’infanzia e dell’adolescenza in quella zona di campagna veneto-friulana in cui saranno ambientate molte delle sue pagine di narrativa. Nel 1850 si iscrisse alla facoltà di legge all’Università di Pavia, dedicandosi nel contempo al giornalismo e alla letteratura. Laureatosi nel 1855, non intraprese la professioni giuridica, ma intensificò l’attività di pubblicista e di scrittore. Nel 1859, sull’onda dell’entusiasmo per il pensiero di Mazzini, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza. L’anno seguente si imbarcò con Garibaldi per prendere parte all’impresa dei Mille. Dopo l’occupazione di Palermo, gli venne affidata la viceintendenza generale della spedizione. Morì per un naufragio del piroscafo che lo stava portando a Napoli.

Le opere. Il Varmo (1855-56): è la storia di due bambini, Pierino, un orfano raccolto dal mugnaio Simone e sua moglie Polonia, e Tina, la figlia dei due. La narrazione si basa su due temi cari a Nievo: la fanciullezza, con i suoi svaghi e coi preannunci dell’età adulta, e il Friuli, con le sue belle campagne ma anche con le difficili condizioni dei suoi contadini. Il titolo si riferisce al nome del fiume della bassa friulana che confluisce nel Tagliamento. La lingua è eterogenea: venetismi, friulanismi e lombardismi convivono con arcaismi, aulicismi e toscanismi.

Far passarini sul Varmo: il brano narra dei giochi dei due bambini, degli scherzi che fanno ai viandanti, delle loro spensierate giornate in campagna. In particolare viene descritto con i toni delicati e poetici dell’idillio il “bel luogo”, un posto appartato lungo la riva del fiume, dove Tina e Pierino entrano in piena armonia con la natura (“dove la calma naturale parea contemperare il chiasso e il tumulto dei sollazzi fanciulleschi”). Viene anche sottolineata l’indole dominante e quasi tirannica della bambina al confronto del remissivo e docile amico. Lo svago preferito dei due è fare passarini, ovvero far rimbalzare le pietre piane sull’acqua del fiume.
“I contadini li nominavano la Favitta e lo Sgricciolo, i quali sono per l’appunto due uccelletti saltinfrasca che sembrano beffarsi di chi li insegue lasciandosi quasi toccare e poi sfuggendo e cinguettando via tutti vispi e saltellanti per entro a’ roveti o a’ cespugli”.
“Il loro gioco era alle volte di graffiar nel sabbione alcuni rigagni pei quali l’acqua penetrava entro terra…e talora vi costruivano alla spiccia un molinello di canne. Anco il fabbricar barchette con istecchi e frasconi, e lo spingerle nel rio dopo avervi imprigionata una cavalletta infelice era un lor consueto passatempo. Ma poi quando vedevano che il lieve naviglio si sommergeva, facevano a gara nel salvare quella vittima innocente”.

Il barone di Nicastro (1857): il libro, spiccatamente umoristico, racconta le avventure del barone sardo Camillo di Nicastro, il quale, dopo aver dedicato buona parte della sua vita allo studio, trova un manoscritto di un suo avo in cui viene negato il valore della virtù. Il nobile studioso allora decide di partire per un lungo viaggio intorno al mondo, nel tentativo di smentire lo scritto e dimostrare la reale esistenza della virtù. Dal testo avito, lo strambo personaggio ricava la convinzione che la perfezione sia racchiusa nel numero tre, mentre il numero due sarebbe portatore di pessimi influssi. Il lungo pellegrinaggio non porta però ad esiti positivi: ogni volta che il barone pensa di aver incontrato ciò che cerca, ecco che una duplicità, un dualismo, un’antitesi gli negano la validità della scoperta. Al barone ormai vecchio non resta che far mestamente ritorno al suo castello, dove muore lasciando un figlio che nascerà dopo la sua scomparsa e che sarà probabilmente destinato a riprendere il “pellegrinaggio filosofico” del padre.

Due dame presunte: partiti dalla Sardegna in nave, il barone e il servitore Floriano arrivano a Genova, dove insieme ad altri passeggeri, sono messi in quarantena al lazzaretto cittadino. Qui fanno la conoscenza di due ambigue signore già loro compagne di viaggio. Le due si spacciano per dame vedove e prive d’ogni avere. L’ingenuo barone decide di prestare loro soccorso. Si noti l’ironia, la comicità e il sarcasmo nieviani.

“Esse viaggiavano principalmente per piacere, pei piaceri più o meno puri di sé e degli altri. Del resto, innamorate a prima vista della storica figura di sua eccellenza, e conoscitrici della natura umana e delle sue bizzarrie, s’erano ingegnate mirabilmente per adescarlo alla loro conversazione. …Il barone muto muto mosse tre passi verso le due dame…’Le sono due! – mulinava – Peggio che peggio!...Non ci aveva pensato!...Tuttavia se io mi ci metto diventiamo tre!...Di meglio in meglio!...La mia virtù è a cavallo di un buon numero!’.
“In nome del vero onore, a lei signor barone, io chiedo ospitalità e soccorso. Io pianto le tende nella sua stanza, alla sua fede commetto me, il decoro, l’onor mio. Il barone, trafelato, non ci trovò di che ridire, perché i voleri di una dama sì virtuosa, la sensibilità della sua indole, e la dolce tirannia dell’amore non sopportavano spilorcerie”.
“Le donne si dileguarono presto con un tenente di cavalleria e un capitano di mare. La sera stessa il barone giaceva in un tiepido letto al n. 33 dell’albergo dei Tre Re al civico n.3333; nel quale albergo incappò egli venturosamente dopo averne scartati altri dieci che portavano il tristo numero due. ‘Oh me misero! Oh me sfortunato!’ – gemeva l’illustre infermo barone. ‘Si riconforti caro padrone – mormorò Floriano – Le disgrazie talora raggiungono anche le virtù’. ‘No caro messere – rispose il filosofo – non credere che io perda la fede nella virtù, perché male me ne incolse una volta!”.

Le confessioni d’un Italiano (1857-58): il libro porta il titolo di Confessioni, in quanto si immagina scritto in prima persona da un ultraottantenne che ripercorre le tappe della sua lunga vita, dal 1775 al 1855 quindi, periodo che porta all’unificazione italiana. Il racconto è quindi una biografia intrecciata con la storia italiana.
Carlo Altoviti, rimasto orfano, viene allevato al castello di Fratta (presso Portogruaro, Venezia), i cui signori sono i suoi zii. Passa l’infanzia e l’adolescenza in un mondo arcaico, feudale, contornato dai paesaggi campestri cari a Nievo. Fin da piccolo Carlino è attratto dalla cuginetta Pisana, vispa, bella, maliziosa donnetta. L’attrazione puerile diviene presto una passione ambigua che la capricciosa fanciulla ora accetta e ora respinge, fino a sposarsi quasi per dispetto con un vecchio e ricco nobile veneziano.
Carlino va allora a Padova per gli studi universitari, e si lega alle attività politiche dei liberali. L’arrivo di Napoleone ne accende le speranze libertarie, presto spente dal trattato di Campoformio che consegna Venezia all’Austria (1797). Carlino quindi fugge a Milano, a Firenze e infine Roma, partecipando alle prime rivoluzioni italiane, e successivamente si arruola a difesa della Repubblica Partenopea. Imprigionato dalle forze reazionarie, è salvato dall’intervento della divorziata Pisana, partecipa alla difesa di Genova e diviene intendente della Repubblica Cisalpina a Bologna.
Tornato a Venezia con la formazione del Regno Italico (1805), Carlino si sposa con la buona Aquilina, da cui ha dei figli. Nei moti meridionali del 1820 è con il generale dell’esercito costituzionale Pepe, ma viene nuovamente catturato e imprigionato a Ponza, dove perde la vista. La sua pena viene commutata in un esilio a Londra. Qui è raggiunto dalla Pisana, che per aiutare l’amico malato si riduce a mendicare. Carlo riacquisterà grazie alle cure la vista, ma Pisana morirà di stenti. Tornato in patria, Carlo assiste alla decadenza del castello d’infanzia, ormai ridotto a rovina.

Il castello di Fratta e l’antro delle streghe: magistralmente storico-politico è l’attacco: “Io nacqui Veneziano nel 1775 e morirò per la grazia di Dio Italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo”.
Subito dopo descrive il castello di Fratta, la sua planimetria irregolare e la cucina, un “laboratorio di streghe”.
“Gli angoli erano combinati con ardita fantasia…Il castello, che aveva una moltitudine di fumaiuoli, stava a meraviglia tra profondissimi fossati dove pascevano le pecore quando non vi cantavano le rane…La cucina di Fratta era un vasto locale, d’un indefinito numero di lati diversi in grandezza, il quale s’alzava verso il cielo come una cupola e spronfondava dentro terra più d’una voragine: nero era di una fuliggine secolare, sulla quale splendevano come tanti occhioni diabolici i fondi delle cazzeruole appese ai loro chiodi; ingombro per tutti i sensi da enormi credenze, da armadi colossali, da tavole sterminate; e solcato in ogni ora del giorno e della notte da una quantità incognita di gatti bigi e neri, che gli davano figura di un laboratorio di streghe”.

L’incontro notturno di Carlino e Pisana: per castigo Carlino è mandato a dormire, anziché nella solita stanza dei bambini con la Pisana e la balia Faustina, da solo, in un angusto stanzino sito nei pressi della camera del servitore Martino. Non fa in tempo a disperarsi per la triste situazione, che subito viene rincuorato da un’improvvisa e insperata visita dell’amica. Il rapporto fra i due, come già quello di Favetta e Scricciolo nel Varmo, rivela una dinamica servo-padrona, grazie anche alla capacità di introspezione psicologica dell’autore.
“Martino prese su un lume e mi condusse al mio nuovo domicilio…Io lo lasciava fare, come appunto se fossi un morto…sentii grattare pian piano all’uscio, e, cosa naturalissima in un ragazzo, la disperazione cesse pel momento il luogo alla paura…L’uscio s’aperse allora e la Pisana, mezzo ignuda nella sua camicia, a piedi nudi, e tutta tremante di freddo, saltò d’improvviso sul mio letto…’Ti vengo a trovare e ti bacio, perché ti voglio bene’…ella accarezzandomi la fronte aggiunse: ‘Sei tutto insanguinato!’…’lascia fare a me per guarirti…’…E mi mise la bocca sulla ferita baciandomela e succiandomela…’Addio Carlino; io ti saluto, prima che ritorni la Faustina’…’Voglio farti lume io!’…’No, no; son venuta allo scuro e tornerò giù come sono venuta’…’E se poi ti succedesse di inciampare o perderti per i corridoi?’…’Sei matto? Non son mica nata ieri! Addio, Carlino, e ringraziami perché sono stata buona di venirti a trovare…prima di andar via voglio proprio che tu mi castighi, e che mi strappi ben bene i capelli per le cattiverie che ho commesse contro di te’…’Non fare così, Pisana, che ti guasterai tutta’…’Io non sapeva che fare, avevo le mie dita nelle sue ciocche…ella dimenò il capo con tanto impeto e così improvvisamente che una ciocca mi rimase divelta fra le dita’…’Vedi? (aggiunse allora tutta contenta) Così voglio essere castigata quando lo voglio’…’Quei capelli che m’erano rimasti testimoniavano piuttosto della mia servitù che del suo buon cuore verso di me’.

La sommossa di Portogruaro: la vicenda, pur essendo cronologicamente fittizia (un moto insurrezionale scoppiò nella cittadina veneta solo nel 1848), si colloca in un quadro storico ben definito: quello della campagna napoleonica in Italia del 1796-97, culminata nella formazione della Repubblica Cisalpina e nel trattato di Campoformio.
La notizia dell’imminente arrivo delle truppe francesi scatena il panico al castello di Fratta: quasi tutti gli occupanti fuggono e solo Carlino, con pochi servitori, rimane. Recatosi a Portogruaro in cerca d’aiuti, il giovane s’imbatte in una sommossa fomentata dagli sviluppi del conflitto e dal forte malcontento popolare per la diffusa condizione di indigenza. La turbolenta giornata ha un esito infausto per la folla dei rivoltosi, e Nievo attraverso Carlino, non manca di criticare il carattere approssimativo e contraddittorio dell’iniziativa popolare.
“A Portogruaro era a dir poco un parapiglia del diavolo; sfaccendati che gridavano; contadini a frotte che minacciavano; preti che persuadevano…Fra quel contadiname riottoso, v’avea taluno della giurisdizione di Fratta che mi conosceva per la mia imparzialità, e pel mio amore della giustizia. Costoro cedettero certo che io m’intromettessi ad accomodare tutto per lo meglio, e si misero a gridare: ‘Egli è il nostro Cancelliere! Egli è il signor Carlino! Viva!’.
“Ero assediato da una folla silenziosa, irrequieta, e sitibonda di mie parole…’Cittadini – dissi – cosa chiedete voi?’…’Vogliamo la libertà! Viva la libertà! Pane, pane! Polenta, polenta!’…’Cittadini, il pane della libertà è il più salubre di tutti; ognuno ha il diritto d’averlo perché cosa mai resta all’uomo senza pane e senza libertà?’…’Viva! Viva! Benissimo! Polenta, polenta!’…’Cittadini, voi volete la libertà; per conseguenza l’avrete. Quanto al pane e alla polenta, c’è la Provvidenza che pensa a tutto: raccomandiamoci a lei!’…’Ai granai, ai granai! Si chiami Monsignor Vescovo!’”.
“Fratelli – cominciò un prete – Mons. Vescovo chiede quali desideri vi menano a romoreggiare sotto le sue finestre!”.
“Successe un silenzio di sbalordimento, perché nessuno e neppure io sapeva meglio degli altri il perché fossimo venuti. Ma alfine una voce proruppe: ‘Vogliamo vedere Monsignor Vescovo!’…il Vescovo si fece strada con dolce violenza fra i renitenti, e seguito da chi approvava, si presentò sul poggiuolo. Il suo volto calmo e sereno, la dignità di cui era vestito, la santità che traluceva da tutto, il suo aspetto commosse la folla, e mutò quasi in vergogna i sentimenti di odio e di sfrenatezza. ‘Figliuoli miei, cosa volete dal padre vostro spirituale?’…Un silenzio seguì a tale dimanda…quando una voce unanime scoppiò da mille bocche che parvero una sola: ‘La benedizione, la benedizione!’.
“Tutti si inginocchiarono e la benedizione scese sopra di noi. Allora, prima che il Vescovo potesse soggiungere qualche parola di pace, la folla diè volta urlando che si doveva andare dal Vice-capitano dinanzi alla Podesteria…’Cos’è questa novità, figliuoli miei – disse il Vice-capitano – Oggi è giorno di lavoro…’…Un evviva alla libertà dei pazzi indemoniati soffocò a questo punto la voce dell’arringatore. ‘La libertà ve la siete presa, mi pare…Godetevela, figliuoli miei’…’Viva i Francesi! Vogliamo la libertà! Ci costituiremo! Nominiamo un Avogadore!...Ecco l’Avogadore del popolo! Viva il signor Carlino! Abbasso il Vice-capitano!’.
“Il Vice-capitano, ogni qual volta facesse atto di ritirarsi, subito mille facce da galera gli si voltavano contro minacciando di appiccar fuoco al Capitanato s’egli non obbediva al nuovo Avogadore. ‘Sissignori, si ritirino loro, mandino al di sopra il signor Avogadore…e ce la intenderemo fra noi’”.
“Signor Carlino, le faccio osservare che questa sovranità nessuno l’ha ancora data al popolo di Portogruaro, e che questo popolo nulla ha fatto per conquistarla. Io sono l’officiale della Serenissima Signoria, e non posso permettere…”.
“Eh via! Cosa non hanno permesso gli officiali della Serenissima a Verona a Brescia a Padova e dappertutto dove hanno voluto entrare i Francesi!”.
“Fuoco di paglia, signor mio! Si finge alle volte di concedere per riprendere meglio poi…e in quanto al popolo, esso non vorrà fare il matto finchè terremo lei per ostaggio. Lei non è Avogadore per nulla! Son io il Vice-capitano”.
“Improvvisamente uno scalpito di cavalli attrasse l’attenzione dei miei carcerieri…Rimasero come tante statue di sale: quei cavalleggieri francesi si misero a picchiare colle lance nella porta del Capitanato…Io gridai dall’alto che si sarebbe aperto sul momento; e le mie parole furono accolte da un raddoppio di grida e d’entusiasmo nella folla. Dentro fuggivano tutti all’impazzata qua e là per le stanze. Il sergente francese cercava il Sopraintendente ai granai e il Vice-capitano. Saliti che fummo io ed il Sergente, li stanammo in soffitta. Il sergente allora chiese una sovvenzione di 5000 ducati e che i granai rimanessero aperti in servizio della libertà e dell’esercito francese. Il Vice-capitano disse: ‘Ufficiale pregiatissimo, il popolo come dice lei, è libero…I granai e la cassa si sa dove sono… noi abdichiamo!’”.
“Il sergente volse le spalle a quei disgraziati, mi prese a braccetto e mi condusse giù per le scale. Andammo all’ufficio della cassa. Gli orzi i frumenti le farine furono poi insaccate e caricate in brevissimo tempo; al popolo fu concesso lo spolverio delle farine che usciva dalle finestre, e nullameno esso gridava sempre: ‘Vivano i Francesi! Viva la libertà’”.
Il sergente mi proclamò benemerito della libertà, salvatore della patria e figliuolo adottivo del popolo francese. Indi i carri e i cavalleggieri scomparvero colla valigia in un nembo di polvere, ed io rimasi allibito sorpreso scornato fra un popolo poco contento e meno ancora satollo. Tutti gridavano ancora: ‘Viva i Francesi! Viva la libertà’, solamente si erano dimenticati del loro Avogadore, e questo mi procurò il vantaggio di potermela svignare appena imbrunì”.

Frammento sulla rivoluzione nazionale (1859-60): il testo, seppur lacunoso, rappresenta il culmine delle riflessioni poetico-sociali di Nievo. Il tema centrale è il coinvolgimento delle masse contadine nel movimento indipendentistico italiano, che, privato del loro apporto, rimarrebbe solo una “rivoluzione politica” (un cambio dell’apparato governativo-amministrativo) invece di una vera “rivoluzione nazionale”. Secondo la convinzione espressa dall’autore che “val di meglio ed è più sicuro un passo fatto concordemente da tutti, che molti da pochi”, si esamina anche il ruolo del clero in questo processo. Nievo sostiene la necessità di appoggiare il “clero minuto”, contro il potere dispotico del “clero prelatizio”. Attraverso il basso clero, infatti, sarà agevolata l’opera di convincimento delle plebi campagnole.
Sul piano operativo, Nievo avanza due proposte per migliorare la condizione economica e politica dei contadini: la riduzione dell’imposta fondiaria e la possibilità per le popolazioni agricole, che la legge elettorale esclude dal diritto di voto, di avere pubblici rappresentanti, “di partecipare all’amministrazione comunale, alla legislatura del paese”.

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