L’albatro di Charles Baudelaire


A metà Ottocento Baudelaire definisce con chiarezza visionaria la situazione del poeta nella società moderna. Rimane ancora intatta la dimensione sacrale del poeta, “principe dell’azzurro”, capace di volare in alto come i grandi albatri, i nobili e giganteschi uccelli di mare che seguono le navi nei loro viaggi transoceanici.
Cambia totalmente il ruolo della società, che non è più solidale col poeta, non lo avverte più come propria voce, e anzi lo ritiene completamente inutile e lo deride: l’albatro, una volta caduto prigioniero dei mari che si prendono gioco di lui, perde la sua bellezza e la sua dignità e diventa ridicolo e goffo: proprio le sue “ali di gigante” che lo sostengono nel volo gli impediscono di camminare.
Charles Baudelaire è l’iniziatore della poesia moderna. Nella sua raccolta I fiori del male, attraverso elegantissimi versi di grande compostezza formale, l’artista moderno si propone per la prima volta in maniera diretta come il grande emarginato, incapace di trovare un ruolo nella società industriale, ma anche come colui che sa ritrovare il significato nascosto della realtà e comprendere la bellezza.
I versi de I fiori del male presentano situazioni provocatorie e scandalose, giocate su grandi antitesi: l’amore come dannazione e l’amore come esperienza sublime, la città come luogo del brutto e il desiderio di evasione attraverso il viaggio, l’artista angelico e demoniaco nello stesso tempo, i paradisi artificiali.
Nella vita privata, trascorsa soprattutto a Parigi, Baudelaire si atteggiò a dandy gentiluomo raffinato e intellettualmente spregiudicato, sdegnoso dei luoghi comuni e della folla, che agisce in base a criteri unicamente estetici, indipendentemente da ogni intento morale.
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