Da lunedì via ai test di ingresso per le università


Abbiamo già parlato di recente sul problema delle facoltà a numero chiuso e sui rispettivi test di ingresso. Nonostante sia ormai una consuetudine diffusa, le polemiche, anche in seno alla stessa classe politica, non mancano. Ma ormai non c'è più tempo di intervenire, e quindi da lunedì gli studenti che vorranno entrare nella facoltà dei loro sogni, dovranno confrontarsi con quesiti di varia natura, a partire dalla fisica quantistica sub atomica fino ad arrivare ad una sorta di morra cinese, scovando l'intruso tra forbici, carriola, piede di porco, pinzette e spillo da balia.

Comunque si comincia con medicina, veterinaria, odontoiatria e architettura, le facoltà "limitate" per legge. Ma anche per i tanti futuri universitari che hanno scelto corsi per cui i singoli atenei hanno posto un tetto massimo. Giustificando, di solito, la decisione con la mancanza di spazi e docenti, nonché con la necessità di garantire a tutti gli iscritti laboratori e tirocini.

Dato che le regole stabilite dalla legge 264 dell'agosto 1999 sono piuttosto elastiche, molte facoltà hanno infatti stabilito l'accesso programmato per alcuni dei loro corsi. Da psicologia a scienze della comunicazione, da economia a ingegneria. Una tendenza a "chiudere" che il ministro dell'Università e della ricerca, Fabio Mussi, ha chiesto di frenare. L'ultima volta l'ha fatto a marzo, quando ha scritto ai rettori chiedendo di diminuire il numero dei corsi "blindati". Anche perché, ha ricordato Mussi, ogni limitazione che non rientra nei casi indicati dalla 264 è, sostanzialmente, uno strappo al diritto allo studio sancito dall'articolo 34 della Costituzione.

Tra il 2004 e il 2006, infatti, le lauree triennali ad accesso programmato (escludendo medicina, veterinaria, odontoiatria e architettura) sono passate da 352 a 578. Per l'anno accademico che sta per iniziare, secondo il portavoce del ministro Mussi, dovrebbero essere diminuiti a fronte di un aumento del numero delle pre-iscrizioni. Un segnale positivo perché, come ha sottolineato più volte lo stesso Mussi, l'Italia ha bisogno di più laureati, essendo per ora sotto la media europea. Dunque, se c'è una forte richiesta di formazione universitaria va ascoltata, lavorando perché le università siano in grado di accogliere più studenti garantendo comunque un buon livello d'istruzione. E perché questo accada, bisogna investire.

Se gli atenei non daranno ascolto alla richiesta di Mussi, continuando a introdurre corsi a numero chiuso, è possibile che il ministero decida di intervenire per dettare nuove regole, con l'obiettivo di togliere i test d'ammissione (tranne che per le quattro facoltà stabilite per legge).

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Nel frattempo un primo passo per regolamentare i quiz è stato fatto: a luglio, in tandem con il ministro dell'Istruzione Giuseppe Fioroni, è stato approvato un decreto legislativo che stabilisce il "peso" del voto di maturità nel punteggio dei test. Dall'anno prossimo, in tutte le università il voto del diploma e la media degli ultimi anni di superiori varranno fino a 25 punti sui 105 totali. Un tentativo di limitare il peso dei quizzoni, giudicati uno strumento di valutazione non molto attendibile, pieni come sono di domandine di logica da Settimana Enigmistica, nozioni in cui spesso conta una buona dose di fortuna e test psico-attitudinali fantasiosi.

Ma anche il voto di maturità, legato ai criteri molto variabili dei singoli istituti superiori, fa arricciare il naso agli studenti. Che chiedono l'abolizione del numero chiuso: l'Udu, Unione degli universitari, da due anni organizza ricorsi collettivi al Tar proprio basandosi sul mancato diritto allo studio. Quattro, contro le Università di Parma e di Roma Sapienza, sono stati vinti (anche se quest'anno a Psicologia a Parma è stato reintrodotto il test), così come uno per odontoiatria legato a un vizio formale nel bando. Il ricorso più grosso, con 1400 adesioni (ogni studente paga 10 euro per partecipare), è ancora pendente al Tar del Lazio. E per il 2007/2008 probabilmente arriveranno altri ricorsi, sia privati che collettivi. Che spesso vengono vinti dagli studenti, tranne quelli per le quattro facoltà regolate per legge: i questi casi, avverte l'Udu, imbarcarsi in una azione legale può essere una truffa tesa da avvocati senza scrupoli).

"Non hai il diritto di essere promosso all'università, ma hai il diritto di provarci", spiega Valerio Angelini dell'Udu. Saranno infatti i risultati degli esami a "selezionare" chi può andare avanti e chi no. E per questo in molte facoltà è necessario ritrovare rigore e criteri severi, non viziati da un sovraffollamento a cui non si rimedia con il numero chiuso bensì con gli investimenti. Perché, forse, sapere che l'intruso è il piede di porco non farà della futura matricola un buon architetto.

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