Girl power: le donne alla conquista dell'università

Marcello G.
Di Marcello G.

rapporto anvur università

Il girl power riesce a entrare in uno dei fortini sinora più inaccessibili per le donne: l’università. Fatevene un ragione: il vostro prossimo professore molto probabilmente sarà una donna; anche se frequentate una facoltà tecnico-scientifica. Perché il numero di professoresse e ricercatrici negli atenei italiani cresce in maniera costante. È forse questo il dato più interessante che emerge dall’ultimo Rapporto biennale Anvur sullo stato del sistema universitario e della ricerca nel nostro Paese. L’Agenzia Nazionale di Valutazione delle università ci dice, infatti, che dal 1988 a oggi la presenza femminile nella docenza di livello universitario è cresciuta e non poco: dal 26% al 37%; praticamente 1 professore su 3 è donna. Numeri che avvicinano l’Italia agli altri Paesi OCSE (dove la media è del 42%). Dal 2007 al 2015 è salita sia la quota delle donne tra gli associati (dal 33,6% al 36,5%) sia tra gli ordinari (dal 18,5% al 21,6%). La crescita è sensibile anche tra i ricercatori, dove le donne sono quasi la metà del totale (il 46,5%). Anche se bisogna ancora lavorare: da un ventennio i laureati di sesso femminile superano puntualmente i maschi; stesso discorso per i dottorati di ricerca. Eppure gli uomini che insegnano sono ancora in maggioranza. E quasi mai la scelta dipende dal livello di preparazione.

Donne e Università: un binomio spesso vincente. Guarda questo video

TORNA A CRESCERE LA MOBILITA' UNIVERSITARIA - Sul lato studenti, invece, dopo un periodo di flessione – probabilmente dovuta alla crisi economica – torna ad aumentare il numero dei ragazzi che scelgono di studiare fuori dalla propria regione d’appartenenza, specialmente per conseguire le lauree magistrali: dal 18% del 2007/2008 al 22% nel 2015/2016. A trarne beneficio soprattutto gli atenei del Nord, con il Piemonte che negli ultimi anni sta diventando la meta preferita per la mobilità universitaria, con un’incidenza di studenti provenienti da fuori che, nello stesso periodo, è salita dal 12% al 26%. A muoversi sono soprattutto i residenti nel Mezzogiorno: il 24% delle matricole del Sud, infatti, s’immatricola in un ateneo del Centro‐Nord (dieci anni fa erano il 18%).

RALLENTA IL CALO DELLE IMMATRICOLAZIONI - Sembra arrestarsi anche l’emorragia delle immatricolazioni che aveva flagellato le università dalla metà degli anni Duemila. Nell’ultimo anno si registra una prima inversione di tendenza, con un incremento dell’1,6% del numero di iscritti (del 2,4% tra i giovani con età pari o inferiore a 20 anni). Un dato che è cresciuto soprattutto grazie agli atenei del Nord (+3,2% / +4,1% sotto i 20 anni), con un confortante miglioramento però anche nel Mezzogiorno (+0,4% / +0,8% sotto i 20 anni).

STUDENTI PIU' REGOLARI CHE IN PASSATO - Migliora, parallelamente, anche la regolarità dei percorsi di studio, considerando sia quanti terminano gli studi nei tempi previsti sia quanti non s’iscrivono al secondo anno. Nell’anno 2014/2015, dopo 11 anni dall’iscrizione, risulta che il 57,8% degli studenti si è laureato, il 38,7% ha abbandonato e il 3,5% ancora iscritto. I tassi di abbandono più bassi si registrano nei corsi a ciclo unico, in particolare nelle aree di Farmacia e Medicina e chirurgia (che sono ad accesso programmato), con una percentuale di abbandono intorno al 6‐7%. Anche se bisogna se segnalare l’altissima percentuale di abbandoni tra gli studenti provenienti da un istituto professionale: dopo 3 anni di corso triennale, tra questi, abbandona l’università tra il 44% e il 48%.

LA RICERCA RIMANE UN'ECCELLENZA. NONOSTANTE TUTTO - Ottimi risultati anche dal fronte della ricerca universitaria, nonostante la progressiva diminuzione dei fondi accessibili per chi si occupa di ricerca di base e di quella umanistica, proprio quei settori in cui l’Italia ha una tradizione di eccellenza. Basti pensare che la produttività italiana nel quadriennio 2011‐2014 è pari ai livelli della Francia e superiore a quelli della Germania; Paesi in cui gli investimenti nella ricerca sono notevolmente maggiori.

IL FLAGELLO DEI TAGLI E DELLA SOTTO-ISTRUZIONE - Certamente non mancano le note dolenti. Nonostante, infatti, i tentativi di crescita l’Italia rimane tra gli ultimi Paesi in Europa per quota di popolazione in possesso di un titolo d’istruzione universitaria, anche tra la popolazione più giovane (24% contro 37% della media UE e 41% media OCSE nella popolazione 25‐34 anni). L’aumento della mobilità degli studenti, poi, si è realizzato in un contesto di tagli al diritto allo studio. Tra l’altro, alcune regioni, oltre a non investire risorse proprie hanno utilizzato i fondi destinati agli interventi a favore degli studenti capaci e meritevoli per altre finalità.

I RICERCATORI FANNO DA SUPPLENTI - Il numero dei docenti in uscita dal sistema universitario a seguito dei pensionamenti è stato solo in parte compensato dall’ingresso di ricercatori a tempo determinato, figure contrattuali nuove che danno il polso della precarietà dell’intero sistema e che, comunque, stentano ad affermarsi. Dalla fine degli anni Novanta a oggi il personale docente di ruolo è cresciuto a “campana”: è aumentato senza soluzione di continuità raggiungendo un livello massimo nel 2008 (62.538 assunti) e successivamente è sceso del 12% fino al 2015 (54.977), a seguito dei provvedimenti di blocco del turnover.

NON SI ARRESTA LA "FUGA DEI CERVELLI" - Preoccupa anche l’abbandono da parte di molti dottori di ricerca e assegnisti che non possono permettersi lunghi periodi d’insicurezza retributiva; le scarse prospettive di carriera accademica, inoltre, fanno sì che la “fuga dei cervelli” si manifesti in Italia in proporzioni di molto superiori a quelle fisiologiche, senza un corrispondente flusso di ricercatori in arrivo dalle istituzioni estere. La conseguenza più evidente del calo della quota del prodotto interno lordo (PIL) dedicata alla spesa in ricerca e sviluppo (R&S), rimasta stabile nell'ultimo quadriennio (2011‐2014) e dunque su valori molto inferiori alla media dell’Unione Europea e dei principali Paesi OCSE: con l’1.27%, l’Italia si colloca solo al 18° posto (con una quota simile alla Spagna) con valori superiori solo a Russia, Turchia, Polonia e Grecia, ma ben al disotto della media dei paesi OCSE (2,35%) e di quelli della comunità europea (2,06% per UE 15 e 1,92% per UE 28).

Commenti
Skuola | TV
Ogni ragazzo è speciale!

'Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali' questo e molto altro nella prossima puntata della Skuola Tv!

14 dicembre 2016 ore 16:30

Segui la diretta