Ragazzi disperati, il parere della psicologa: è un dolore che dura da anni

Marcello G.
Di Marcello G.

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Il suicidio di Gio, l’adolescente di Lavagna che si è ucciso gettandosi dalla finestra di casa durante una perquisizione della Guardia di Finanza, ha riaperto il dibattito sul disagio che molti ragazzi di oggi vivono quotidianamente e che, a volte, li porta a gesti estremi come il suicidio. La sua storia – come quella di tanti altri giovani che hanno messo fine in anticipo alla propria vita – segna il fallimento di una persona, di una famiglia, della società. Ma cosa spinge la mente di un ragazzino a farla finita? Lo abbiamo chiesto a Maura Manca, psicoterapeuta e direttrice del portale AdoleScienza.it.

Cosa scatta nella mente di un adolescente per portarlo al suicidio?

Il suicidio, anche se spesso sembra un gesto impulsivo, un comportamento non pensato, è sempre il frutto di più fattori che si sono sommati nel corso del tempo, che sono arrivati a schiacciare, a risucchiare la linfa vitale e togliere, giorno dopo giorno, certezze, sicurezze, autostima, gioia e voglia di vivere e di mettersi in gioco. Non si vedono altre soluzioni più sane e funzionali alla sopravvivenza, non si trova un’altra via d’uscita, nonostante potrebbero essercene mille altre. La testa va a senso unico.

Si vuole punire se stessi, i genitori, la società in genere?

Non è sempre un discorso legato a punire qualcuno. A volte è il frutto di un profondo dolore, di un calvario che può andare avanti da anni. Quando decidono di togliersi la vita è perché non trovano altra via d’uscita. È il grido estremo di aiuto di un figlio inascoltato che crede di riuscire di farsi finalmente vedere dal genitore che non riesce a riconoscerlo e ad accettarlo per quello che è. Quando si tratta di adolescenti, poi, difficilmente c’è un attacco alla società.

C’è una dose di incoscienza o anche nei più piccoli è reale volontà di farla finita?

Tante volte il concetto di morte è abusato dagli adolescenti: “voglio morire”, “mi ammazzo”, “voglio farla finita”, sono frasi che dicono spessissimo, la maggior parte delle volte in preda agli impulsi, alla rabbia, senza una reale consapevolezza di quello che si sta dicendo e senza la reale intenzione di farlo. Purtroppo, però, quando un adolescente ha deciso veramente di farla finita, non lo fa vedere, non lascia le mollichine come Pollicino e diventa spesso difficilissimo cogliere i segnali per cercare di arrivare prima che la sua testa dica basta. Un genitore non deve mai sottovalutare le battute di un figlio adolescente, le crisi, i cambiamenti di umore e l’appiattimento emotivo.

Queste soluzioni estreme sono frutto di una somma di delusioni o anche un singolo episodio può far scattare l’istinto suicida?

Non è una delusione amorosa, un cattivo rapporto con i genitori la “causa” del suicidio. Quella può essere la goccia che fa’ traboccare il vaso, il fatto che ha aggrava ancora di più una situazione già pesante di suo. Si parla di fattori che predispongono al suicidio, non di cause.

Come è possibile che già in tenera età si pensi che non ci sia alternativa? Anche la vita ha perso valore?

Sì, assolutamente sì, la vita ha perso tanto valore; si dà troppo poco peso agli aspetti esistenziali e agli aspetti emotivi. I giovani sono troppo spesso spogliati della loro vitalità, impauriti e spaventati dall'affrontare anche i problemi legati al quotidiano. Troppo pressati, con troppe poche risorse interne. A volte, poi, è come se ci fosse anche una sorta di effetto contagio. Tanti casi in serie, però, rischiano di normalizzare il suicidio, facendolo diventare una soluzione plausibile per risolvere i problemi; cosa completamente errata perché c'è sempre una via d'uscita, anche quando sembra non ci sia.

Tutti abbiamo avuto dei problemi in adolescenza, eppure fino a pochi anni fa i suicidi erano rarissimi? Che cosa è cambiato?

C’è un abisso tra le generazioni precedenti e la generazione digitale. Quelli di oggi sono i figli della crisi e delle crisi, delle disgregazioni familiari, dei disallineamenti educativi, di una tata digitale che li anestetizza davanti ad un schermo facendogli perdere gli aspetti più “umani” legati al rinforzo sociale, al contatto, alla socializzazione e allo scambio con l’altro. La tecnologia abusata e utilizzata senza patente, inoltre, invade le loro vite, li porta a nascondersi in un mondo virtuale, a intaccare i loro confini psichici e il senso del reale.

Cosa manca a questi ragazzi?

Manca molto spesso l'essere riconosciuti dai genitori, essere accettati dalla società, dagli amici, dalla scuola, dalla famiglia per quello che sono, anche nelle loro problematicità. Il fatto che spesso vengano riconosciuti solo in funzione del rendimento scolastico o di ciò che fanno, piuttosto di ciò che sono, è un elemento che li rende piuttosto fragili da un punto di vista emotivo e più a rischio. Spesso li fa sentire arrabbiati e crea dissapori nel rapporto genitore-figlio, fondamentale per contenerli ed impedirgli di deviare.

Che cosa possono fare i genitori per capire i propri figli?

I genitori devono essere acuti osservatori, non devono mai smettere di studiare il figlio nella sua quotidianità. Non ci si deve "fissare" solo sui problemi scolastici o sul fatto che fuma sigarette o canne o che esce con persone che a loro non vanno bene. Si deve andare oltre e capire il perché di quei comportamenti, che tipo di disagio nascondono e quanto è radicato. Non si deve mai avere paura di vedere anche quello che non si vuole.

In concreto, come ci si avvicina al loro universo? Atteggiamento morbido o pugno di ferro?

Una via di mezzo: un’autorevolezza che porti il genitore a mettere delle regole, a dire anche dei no, motivandoli e accompagnandoli con una spiegazione che aiuti i ragazzi a comprendere perché non devono fare determinate cose. Serve un atteggiamento basato sull’ascolto e non sull’intrusione nella vita del figlio, incentrato sul comprendere anche il suo punto di vista per essere efficaci nell’aiuto, senza giudizi e critiche. Ma sempre con determinazione.
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