No alla pena di morte: intervista a Nessuno Tocchi Caino!

Francesca Dominici
Di Francesca Dominici

Condanna a morte: una pratica discutibile, che purtroppo in alcuni posti del mondo riguarda anche i minori: ragazzi come voi che vengono uccisi per reati commessi quando erano poco più che bambini. Questa forma di giustizia, se di tale si può parlare, è ancora più crudele se applicata ai minorenni. Noi di Skuola.net non vogliamo e non possiamo rimanere indifferenti di fronte a questi fenomeni, e abbiamo intervistato per voi il Segretario dell'associazione Nessuno Tocchi Caino.

Ci ha profondamente colpito la recente notizia dell'impiccagione di un ragazzo iraniano 19 enne, condannato per un reato commesso quando era minorenne. Ci potrebbe spiegare se si tratta di un caso isolato oppure di un fenomeno di vaste proporzioni?
Purtroppo l'ipotesi che si tratti di un caso isolato è assolutamente da escludere. Nei primi nove mesi del 2008, almeno 7 minori sono stati giustiziati in Iran per crimini che avrebbero commesso quando erano ancora minorenni. L'Iran sembra essere l'unico paese al mondo in cui risulta sia stata praticata nel 2008 la pena di morte nei confronti di persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato. Nel 2007, erano stati giustiziati in Iran almeno altri 7 minorenni.

Cosa ne pensa lei di questa pratica, che a nostro avviso è ancora più crudele della pena di morte comminata agli adulti?
Mentre sulla pena di morte nei confronti degli adulti non esiste nel diritto internazionale una esclusione esplicita, nei confronti dei minori tale pratica è in aperto contrasto con quanto stabilito dal Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del Fanciullo. Quest'ultima, che tra i patti internazionali è quello che ha registrato il maggior numero di ratifiche, all'articolo 37 (a) stabilisce: 'Né la pena capitale né l'imprigionamento a vita senza possibilità di rilascio devono essere decretati per reati commessi da persone di età inferiore a diciotto anni.' Questo dal punto di vista giuridico.
Dal punto di vista antropologico e culturale, il 'no' alla pena di morte nei confronti dei minori è ancora più significativo se si considera che la "persona della pena" può divenire, nella sua espiazione, una "persona diversa da quella del delitto", non estranea o innocente rispetto al delitto, ma diversa da quella del delitto. Secondo me, la giustizia è davvero giusta se sa cogliere questa diversità, l'"innocenza" riconquistata nella vita concreta, nel vissuto di una persona che dopo il delitto è cambiata, divenendo altra. La pena di morte o il "fine pena mai" di un ergastolo che non è altro che una pena fino alla morte, invece cristallizzano, pietrificano una persona nell'atto criminale, dicendo di quella persona: tu non cambierai mai. Il che è ancora più improbabile nel caso di un ragazzo di 16 o 17 anni.

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Sappiamo che di fronte a certi reati contro categorie deboli (pedofilia, omicidi di donne e giovani, ecc.), alcuni anche tra i giovani pensano sia giusta la pena di morte. Cosa direbbe loro?
La mia risposta sta nel nome stesso della nostra associazione: Nessuno tocchi Caino. Il che non vuol dire dimenticare Abele, e la tragedia e il dolore irreparabili di tutti coloro a cui il delitto ha tolto il bene più caro: la vita di un figlio, di un padre, di un amico... Nessuno tocchi Caino vuol dire solo tentare di nutrire un senso della giustizia che abbia il coraggio civile di interrompere l'assurda catena dell'odio e della vendetta.
Detto questo, riconosco che molti fautori della pena di morte sono animati da profonde convinzioni anche morali e da un senso di giustizia che non possiamo criminalizzare. Ma aggiungo che bisogna distinguere tra il comportamento privato del cittadino minacciato nella sua sicurezza e animato da sentimenti di giustizia e perfino di vendetta per un grave torto subito, da un lato, ed il comportamento dello Stato che non può degradarsi allo stesso livello del crimine che vuole combattere né esercitare la vendetta per conto terzi. Penso anzi che quanto più efferato è il delitto tanto più lo Stato debba distinguersi e porre una distanza nel modo di fare giustizia dal comportamento dell'autore del delitto e anche dalle tentazioni della giustizia 'fai da te'.

Sappiamo che la sua associazione è molto impegnata nella lotta contro la pena di morte. Quali sono le iniziative più importanti alle quali state lavorando?

Dopo il voto del 18 dicembre 2007 alle Nazioni Unite, con il quale l'Assemblea Generale ha approvato la moratoria contro la pena di morte, è come se avessimo chiuso un contratto e, come avviene nei contratti, le difficoltà iniziano dopo la firma, quando si tratta di dargli applicazione. Le vere difficoltà cominciano adesso. Gli sforzi vanno incrementati per evitare che questa vittoria sia consumata e logorata, per arrivare, attraverso le moratorie, all'abolizione definitiva della pena capitale.
Si tratta di diffondere nel mondo la risoluzione approvata al palazzo di Vetro, continuare a monitorare la situazione Paese per Paese, organizzare eventi politici, parlamentari e pubblici in Paesi mantenitori perché sia accolta l'indicazione dell'ONU. Il Partito Radicale e l'associazione della quale sono segretario, Nessuno tocchi Caino, sono già impegnati in progetti per l'attuazione della moratoria su diversi fronti caldi: l'Africa, dove vi è il numero più alto di Paesi abolizionisti di fatto e dove negli ultimi due anni sono stati fatti passi significativi verso l'abolizione; le Repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale; il Sud est asiatico.
Proprio in questi giorni, nella Assemblea Generale in corso a New York, una nuova risoluzione pro moratoria è stata votata e approvata dalla Terza Commissione e approderà in Assemblea plenaria a metà dicembre. Mi sembra che i lavori procedano nella direzione che noi abbiamo contribuito a tracciare.

Una domanda personale: perché ha scelto di dedicare la sua vita a questa battaglia? Cosa l'ha spinta? E cosa suggerirebbe ad un giovane appassionato dagli stessi ideali?
Le ragione principale del mio attuale impegno politico sta nella scelta che ho fatto 25 anni fa della nonviolenza come metodo di lotta politica. La prima fase della mia vita politica era stata caratterizzata dalla violenza, scelta che ho vissuto come un passaggio necessario, coerente con le mie convinzioni di allora. Anche l'esperienza del carcere è stata importante, perché mi ha aiutato a riflettere e a mutare il senso della mia militanza politica che oggi non sono pochi a stimare come un modo concreto e utile socialmente, non solo di riparare agli errori commessi, ma anche volto a impedire che altri li commettano di nuovo.

Senza quella esperienza personale ' l'esperienza è innanzitutto un fatto interiore ' forse non avrei fatto la scelta successiva della nonviolenza e, in particolare, quella per la moratoria sulla pena di morte, perché lo Stato cessi di essere Caino, responsabile e testimone di quella perversione secondo cui la vita si difende infliggendo la morte.
Non ho suggerimenti e tantomeno lezioni da dare a nessuno. Posso solo testimoniare ' ed è la testimonianza di un 'testimone oculare' ' sul fatto che non è vero che il fine giustifica i mezzi, ma è vero semmai il contrario: cioè, che i mezzi prefigurano i fini e possono pregiudicarli fino ad uccidere anche le idee e le intenzioni più nobili.

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