In barba al profeta e a Gesù sulla croce

Marco Sbardella
Di Marco Sbardella


Queste feste Natalizie stavano portando molti di noi, indifferenti, alle orecchie del Bambino, foss’anche per ottenere una giustificazione alle nostre innumerevoli assenze.
Natale stava riuscendo a viverci, addormentando la nostra smania di vincere la vita, questa volta eravamo davvero vicini al miracolo del Bambino.
Invece come una spada di Damocle appesa sulla ragione dell’umanità, costretta perennemente a replicare se stessa, ecco che dall’altra parte del pianeta è stata recapitata nelle nostre case la notizia del dittatore Saddam Hussein appeso a una corda, e non contenti di questa comunicazione diretta e spropositata, ci sono state scagliate in dono, le immagini della sua esecuzione: il primo dono è stato un indomito Saddam pochi attimi prima di tirare gli ultimi, il secondo dono un albero di natale a mò di forca, lì, ben posizionato per gli sguardi più morbosi.
A tutto ciò si sono aggiunte le molte voci peraltro inadeguate di tanti e troppi personaggi famosi, che non hanno perso tempo a giustificare e anche definire coraggioso e pieno di dignità il Rais al cospetto della morte. Dimenticando che quel coraggio era imbottito di farmaci e droghe, e quella composta dignità una lontana parente del rispetto verso se stesso e gli altri, persino in quel momento.
Forse per i tanti protagonisti di questo scempio della pietà è tempo di arrossire dalla vergogna, mussulmani e cristiani, religioni diverse, culture distanti, si sono incontrate oltre la linea rossa, condividendo la scelta di uccidere un uomo, l’ultimo degli uomini, il peggiore, partecipando al banchetto di una nuova costituzione da poco scritta e già sporca di sangue.
Il dittatore è alla gogna, il macellaio è stato macellato, giustizia è fatta, ognuno si può sentire in pace con il Corano, con la Bibbia, con la propria coscienza.
Con il Corano che non consente perdono quando chi lo legge è abbagliato da sempre nuove conquiste, perciò è dimentico delle tante e spesso dovute sviste politiche.
Con la Bibbia che perdona sempre perché il Signore è buono e misericordioso, ma porgendo l’altra guancia consente ai nemici della pace di diventare martiri della libertà.
Con la propria coscienza che non contempla equità e giustizia, quando in palio c’è la supremazia di una parte sull’altra, con la propria coscienza che non consente di possedere memoria sui tanti tiranni osannati, su quelli salvati in corner, su quegli altri perdonati a furor di popolo, tutto in barba al Profeta relegato in solitudine, a Gesù sulla croce scarnificato.
Con la propria coscienza nelle parole spese male, come quelle che ci hanno consegnato un barbaro redento per il laccio stretto al collo.
Quanto è accaduto ieri in Irak, quanto accade oggi in quel paese, quanto accaduto intorno a quel patibolo, non autorizza nessuno a mostrare la propria arroganza e saccenza, a esibire il proprio infinito sapere per un rimedio ultimo come quello sbattuto in faccia perfino ai non belligeranti.
Questo Natale cristiano, ma pure questo giorno di festa mussulmano, occorreva viverlo attraverso le proprie origini, quelle origini che non conoscono distanze, nell’umiltà che non è mai simulazione, perché se così non fosse, persino la morte per “progetto” di un Saddam, risulterebbe peggiore dell’orgoglio manifesto in ogni vendetta.
Il Bambino è nato, il rais è morto, le lodi si alzano fino al cielo, confondono i cuori e barano con le menti, parole come giustizia e perdono rimbalzano come scorza dura su ogni possibile riconciliazione, sfuggendo a Colui che distribuisce speranze.
In questo Natale di foschie e sofferenze quel Bambino è nato senza pretesa di dover insegnare a tutti, piuttosto di farci imparare che la storia non è un concetto, un’opinione, una favola inventata, ma qualcosa da cui ripartire: ricordo il carcere di Spandau, un uomo, Rudolf Hess, in secoli trascorsi a invecchiare sui propri detriti, fino a diventare un respiro di pietà, nonostante la tragedia inenarrabile dell’olocausto.
Io ricordo bene quella sentenza,
ricordo ancora quella pena,
ricordo il valore di quell’esempio per combattere davvero la negazione della pace e della libertà.

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