Giuseppe Verdi
Viene considerato uno dei più grandi compositori italiani. Capace di assimilare e rielaborare tutta la tradizione vocale che storicamente lo precede, con lui l’opera lirica italiana raggiunge i più elevati risultati espressivi.
Giuseppe Verdi (10 ottobre 1813, Roncole di Busseto, Parma - 27 gennaio 1901, Milano) nasce in un paesino sperduto della campagna parmigiana, afoso d’estate e nebbioso d’inverno. Il piccolo Giuseppe rivela per la prima volta la sua passione per la musica quando, servendo messa, ascolta rapito la musica prodotta dall’organo. Quella per i suoni non è una semplice attrazione adolescenziale bensì una travolgente passione. Ma nel paese non ci sono grandi possibilità: alla fine il padre (un solido oste) compra al ragazzo una vecchia spinetta scordata. Con quello strumento fa passi da gigante. Antonio Barezzi, presidente della Società Filarmonica di Busseto, ascolta il giovane all’organo e, colpito dal talento del ragazzo, lo prende sotto la sua protezione convincendo i genitori a iscriverlo al ginnasio, con annessa scuola di musica. Qui i progressi di Verdi sono stupefacenti, tanto che a quindici anni ottiene il suo primo successo. Dovendosi rappresentare a Busseto Il Barbiere di Siviglia di Rossini, gli orchestrali chiedono a Verdi un’ouverture nuova. Il giovane la compone e ne dirige le prove. L’accoglienza del pubblico è strepitosa.

In seguito vive a casa Barezzi, ospite del suo mentore, e dà lezioni di musica alla figlia, di cui si innamora perdutamente. Barezzi, convinto che il talento naturale del giovane debba perfezionarsi con lo studio, riesce a procurare al suo protetto una borsa di studio per il Conservatorio di Milano. Nell’estate 1832 Verdi si reca nel capoluogo, ma lo attende una cocente delusione: all’esame di ammissione al Conservatorio i pedanti componenti della commissione lo bocciano. Verdi vorrebbe mollare tutto, ma la fiducia di Barezzi e l’amore di Margherita lo convincono a restare a Milano, prende lezioni da un maestro privato e frequenta assiduamente la Scala, scoprendo così il suo amore per il teatro.
Nel frattempo gli viene assegnato il posto di maestro di musica a Busseto. Ora ha un lavoro e, il 4 maggio 1836, può sposare Margherita, dalla quale ha, in breve tempo, due figli. Verdi è contentissimo, ma non gli basta: ormai il suo amore è il teatro, vuole sfondare a Milano.
Gli anni dal 1838 al 1842 sono i più duri della sua vita: stabilitosi a Milano, mentre lotta per affermarsi, riuscendo a far rappresentare l’opera Oberto Conte di S. Bonifacio con discreto successo, gli muoiono nel giro di un anno e mezzo prima i figli e poi la moglie. Il secondo lavoro, un’opera buffa che deve completare subito dopo la morte della moglie, è un fiasco.
In questi mesi compare la seconda donna della sua vita, Giuseppina Strepponi (che sposa nel 1859), il soprano più acclamato del momento. È a lei che Verdi si rivolge per ottenere un incarico, ed è lei che riesce a procurargli da Merelli (impresario della Scala e suo amante) il contratto per una nuova opera, il Nabucco. Il 9 marzo 1842, alla fine della prima, la Scala esplode in un uragano di applausi. Non è estraneo al successo il contenuto patriottico dell’opera, infatti, il coro Va’ pensiero diventa nel giro di poche settimane una sorta di inno nazionale.
Negli anni seguenti, il nome di Verdi si lega in modo indissolubile al clima risorgimentale. Le opere scritte dopo Nabucco hanno quasi tutte uno sfondo patriottico: I Lombardi alla prima Crociata (nuovo successo alla Scala), Ernani (rappresentato al Teatro La Fenice di Venezia e, in seguito, in tutta Italia e perfino a Vienna), Attila.
Sono quelli che Verdi, più tardi, definirà i suoi “anni di galera”. La popolarità cresce di opera in opera, il successo è consolidato ma, come la fama, anche gli impegni si fanno incalzanti: tutti lo vogliono e Verdi deve scrivere a ritmo frenetico, senza il tempo di curare i lavori come vorrebbe, cedendo sovente al gusto del pubblico, al facile effetto.
La tensione lavorativa manifestata dal compositore è in parte imputabile al fatto che, all’epoca, l’opera è uno spettacolo popolare, non esiste “repertorio”, ad ogni stagione si attende l’opera nuova di un compositore. Se non si incontra il gusto del pubblico, se la nuova opera non è all’altezza delle aspettative, il successo sfuma inesorabilmente.
Anche Verdi è afferrato dall’ingranaggio, alternando cose buone ad altre che lui stesso giudicherà “francamente brutte”. È costretto a lavorare su libretti che non gli piacciono, salvo in un caso. Nell’autunno del 1846, infatti, gli viene proposto il Macbeth e Verdi, che ama Shakespeare da sempre, stende lui stesso il libretto in prosa e dà indicazioni dettagliate per la stesura in versi. Cerca una forma musicale nuova, non la solita successione di arie, ma qualcosa che possa tradurre la tragedia in musica attraverso tutta l’opera. Si occupa personalmente anche dell’allestimento scenico e litiga con i cantanti, che all’opera chiedono soprattutto l’opportunità di esibire il proprio canto, mentre Verdi, invece, vuole che la voce sia lo strumento per dar vita a un vero personaggio drammatico.
La rappresentazione al Teatro La Pergola di Firenze è un successo, ma non mancano le riserve avanzate da alcuni critici sulle “stranezze” dell’opera.
La fama di Verdi comincia a varcare i confini nazionali e viene invitato, primo italiano, a comporre un’opera (I Masnadieri) per un teatro di Londra e una (Jerusalem) per Parigi. Il successo è tiepido, ma nella capitale francese ritrova Giuseppina Strepponi. È l’inizio di un amore che durerà per tutta la vita.
Il 1848 è un anno cruciale, la “primavera dei popoli”. Verdi partecipa a modo suo, mettendo in musica La battaglia di Legnano, storia romanzata della lotta dei Comuni italiani contro il Barbarossa. Viene rappresentata con strepitoso successo il 27 gennaio 1849 al Teatro Argentina di Roma, proprio in quella Repubblica Romana che è (con Venezia) l’ultimo bastione di resistenza agli Austriaci. È la sua ultima opera di carattere patriottico.
Verdi ormai può permettersi di scegliere quali commissioni di opere accettare. Gli “anni di galera”, i sette anni di lavoro indefesso trascorsi dal Nabucco, non solo lo hanno consacrato come il maggior compositore italiano del momento, ma gli hanno anche permesso di conquistarsi quella tranquillità economica grazie alla quale non è più schiavo degli impresari e delle loro scadenze. Può riprendere quel lavoro di rinnovamento stilistico dell’opera lirica già anticipato nel Macbeth. Abbandona le masse e gli effetti epici e si concentra sugli individui, i loro caratteri, le loro tragedie.
La prima opera della nuova fase del maestro di Busseto è Luisa Miller, tratta da un dramma di Schiller. Va in scena nel dicembre 1849 al Teatro San Carlo di Napoli e, inizialmente, sconcerta gli ascoltatori, sorpresi dalla quasi sussurrata malinconia e dalla raccolta tristezza dominanti l’opera. Caratteristiche lontane dai toni cui Verdi ha abituato i propri estimatori.
Gradualmente, però, l’opera conquista i favori del pubblico.
È solo l’inizio. Nel giro di due anni, fra il 1851 e il 1853, vengono alla luce le opere a cui resterà legata la fama più duratura, i capolavori della maturità: Rigoletto (La Maledizione), Il Trovatore e La Traviata. Neppure queste, all’inizio, hanno vita facile. La Maledizione, commissionato dal Teatro La Fenice di Venezia, incorre nei rigori della censura austriaca: è giudicata, infatti, inammissibile una storia in cui un re compare come un impenitente libertino, il protagonista è un laido buffone e il titolo stesso “La Maledizione” suona offensivo. La reazione di Verdi è furibonda, seguono controproposte, trattative e alla fine si raggiunge il compromesso: il donnaiolo impenitente non sarà più un re, ma il Duca di Mantova. Verdi riesce a mantenere il protagonista, il gobbo buffone e vittima del destino, Rigoletto, che darà anche il titolo all’opera.
La rappresentazione dell’11 marzo 1851 è un trionfo. È l’opera nuova, in cui la musica non è più il pretesto per l’esibizione della voce, il canto esprime un dramma umano, mentre l’orchestra collabora, dialoga, amplifica.
Nel gennaio 1853, a Roma, è la volta de Il Trovatore. Stavolta sono tutti d’accordo: l’antico impeto ritmico, la forza primigenia di Verdi c’è tutta, piegata però alla necessità di esprimere personaggi e sentimenti veri.
Proprio l’accusa di eccessivo realismo viene mossa dai custodi della tradizione, che si scatenano contro La Traviata, il dramma della “novità”, l’apice della creatività e dell’audacia del compositore. Verdi, infatti, mette in scena non una storia del passato, ma una vicenda attuale, in cui gli attori vestono gli stessi abiti degli spettatori. Il tentativo è troppo audace anche per l’impresario della Fenice, che ottiene di spostare l’azione all’epoca di Luigi XV. Nonostante la reazione furente dell’autore, La Traviata sarà rappresentata in abiti ottocenteschi solo nel ‘900 e la contemporaneità sognata da Verdi non sarà mai esaudita.
Le prove sono accompagnate da un clima di sfiducia, i cantanti per primi non sono convinti di ciò che fanno, ci si aspetta un fiasco. E fiasco sarà, ma solo alla prima del 6 marzo 1853. Quando l’opera viene ripresa, l’anno seguente, il successo è clamoroso. E La Traviata segue Il Trovatore e Rigoletto in giro per l’Europa, e oltre: il successo di Verdi ha ormai dimensioni mondiali.
Si affacciano così impegni anche all’estero. Nel giugno 1855 Verdi conquista Parigi con I Vespri Siciliani. Non è un capolavoro, ma il compositore ha dovuto tener conto del gusto francese per il “grand-opéra”, con le sue scene di massa e le sue fastose messe in scena.
Di ritorno in Italia, lavora a una nuova opera e sono nuovamente guai con la censura: il libretto, tratto dal dramma di Eugène Scribe “Gustavo III re di Svezia” narra di un regicidio e, in un periodo in cui Orsini ha appena attentato alla vita di Napoleone III e lo stesso re di Napoli è scampato, l’anno precedente, a un attacco è, perlomeno, sconveniente. Alla fine Gustavo re di Svezia diviene il conte Riccardo (governatore di Boston) e l’opera Un ballo in maschera. Alla prima, il 17 febbraio del 1859, al Teatro Apollo di Roma, l’entusiasmo è alle stelle.
Ancora una volta, le vicende politiche si intrecciano con la vita del compositore. È la vigilia della seconda guerra d’indipendenza, e il coro “Viva Verdi!” intonato dal pubblico assume un significato patriottico. Diventa, infatti, “Viva V.E.R.D.I.!”, vale a dire “Viva Vittorio Emanuele Re D’Italia”, ed echeggia in tutte le piazze, compare scritto su tutti i muri d’Italia.
Nei due anni seguenti, Verdi partecipa appassionatamente alle vicende che portano all’unificazione italiana trascurando addirittura di scrivere musica. Nel 1861, cedendo alle pressioni di Cavour, viene eletto deputato al nuovo Parlamento del Regno d’Italia.
Passato il tempo degli entusiasmi, morto il suo idolo Cavour, il maestro di Busseto capisce di non essere adatto alle estenuanti chiacchiere della politica. Si dimette, accetta una proposta avanzata dallo zar di tutte le Russie e scrive un’opera per il Teatro Imperiale di San Pietroburgo: il melodramma in 4 atti La forza del destino, rappresentato il 10 novembre 1862.
Il successo internazionale si espande a macchia d’olio e Verdi è riconosciuto in tutta Europa come l’antitesi al nuovo genio della musica tedesca Richard Wagner. Gli viene commissionata una nuova opera a Parigi, su libretto tratto da una tragedia di Schiller: l’11 marzo 1867 è il giorno della rappresentazione dell’opera in 5 atti Don Carlos, che, in seguito, avrà grande successo anche a Londra.
Il compositore può ora riposarsi e dedicarsi unicamente a programmare la ripresa delle sue opere contese da tutti i teatri.
Ma giunge improvvisa la proposta stimolante di un’opera per l’inaugurazione del Canale di Suez. Il soggetto lo attira a tal punto da indurlo a prendersi cura di tutti gli aspetti del lavoro, dal libretto alla messa in scena, all’attendibilità storica dei particolari. Quando, la vigilia del Natale 1871, al Cairo va in scena Aida è l’apoteosi. La messa in scena è grandiosa, la musica spazia dalla solennità guerresca della marcia trionfale ai pianissimo più impalpabili del notturno sul Nilo e del finale. La critica, dal canto suo, è unanime nell’elogiare il risultato ottenuto.
Aida è anche l’opera con cui Verdi torna alla Scala di Milano, abbandonata 25 anni prima per i soliti furibondi litigi causati da divergenze su una messa in scena. Le rappresentazioni di Aida nei teatri italiani sono veri trionfi: a Napoli il compositore viene addirittura portato a spalla dal teatro all’albergo.
Il maestro di Busseto ha raggiunto l’apice della carriera e sembra ormai poter vivere solo di rendita.
Invece regala al pubblico ancora tre capolavori.
Il primo non è un’opera ma una Messa da Requiem. Il 22 maggio 1873 muore a Milano Alessandro Manzoni. Verdi, estimatore devotissimo dello scrittore comunica al suo editore Ricordi l’intenzione di “proporre cosa a onorarne la memoria”.
Riprende dei brani composti a suo tempo per la morte di Rossini, allorché aveva proposto (senza successo) la composizione di un Requiem a più mani da parte dei maggiori compositori italiani. Si occupa, come sempre quando un progetto lo attira, di ogni minimo aspetto e particolare.
Il 22 maggio 1874, a un anno esatto di distanza dalla morte di Manzoni, il Requiem risuona sotto le volte della chiesa di San Marco, a Milano. Ancora una volta l’arte manifestata dal compositore lascia stupefatti: nessuno prima di lui ha affrontato in musica la morte in modo altrettanto drammatico. Qualcuno lo accusa di aver scritto un’opera sulla morte e non musica liturgica. In realtà Verdi ha affrontato la questione da par suo: il suo Requiem è l’opera di un uomo che guarda con fierezza in faccia la morte, trasportando in questo confronto tutta la sua storia, la sua esperienza e il suo temperamento.
Dopo la composizione del Requiem, si ritira nella sua villa di Sant’Agata, a Busseto, e si occupa solo di lavori campestri. Ma Ricordi non demorde. Memore della passione del maestro per Shakespeare, fa balenare l’ipotesi di un’opera su Otello. Verdi si schermisce, ricusa, temporeggia, ma è visibilmente attratto dalla sfida.
È il 1881, ha sessantotto anni, si sente vecchio. Solo nel 1884 riprende in mano la penna. Lavora per più di due anni, continuando a risistemare, correggere, limare. Il 5 febbraio 1887 Otello è in cartellone alla Scala. La strade intorno al Teatro sono bloccate da una folla enorme in attesa, qualche critico ironizza sull’età avanzata del maestro e sulla sua inevitabile “arretratezza”. Quando cala il sipario dell’ultimo dei 4 atti, è il delirio. Ancora una volta l’anziano maestro ha superato se stesso, scrivendo un’opera in cui la malvagità, il dolore e l’innocenza umane sono scandagliate ed espresse in modo sconvolgente.
Molti critici sono convinti che Otello sia il canto del cigno di Verdi. Lui stesso si considera ormai solo “il contadino di Sant’Agata”. Ma Arrigo Boito (il librettista di Otello) e Shakespeare sono ancora in agguato. Il sindaco di Milano, durante i festeggiamenti per l’Otello, accenna all’idea di un’opera buffa. Boito propone al compositore Falstaff. L’idea attecchisce: dopo mezzo secolo di tragedie, chiudere con una risata.
Verdi si rimette al lavoro. Quando Falstaff va in scena, il 9 febbraio 1893, il compositore ha quasi ottant’anni eppure l’opera ha la freschezza e la leggerezza di un sorriso. È diversa da qualsiasi altra: non c’è praticamente un’aria chiusa, è tutto un intreccio di voci e di strumenti che si inseguono, si incalzano l’un l’altro nel sospingere il povero sir John Falstaff verso la burla finale. È anche un’opera malinconica, autunnale, una riflessione sul tempo che passa, ma si chiude pur sempre in letizia, col coro finale a ricordare che “tutto nel mondo è burla”, la realtà “vera” sta da un’altra parte.
Una realtà che ormai il compositore è pronto ad affrontare. Nel novembre 1897 muore la moglie Giuseppina. Nel 1898 vengono eseguite le ultime composizioni del maestro: sono quattro pezzi sacri: un Te Deum, uno Stabat Mater, un’Ave Maria e le Laudi alla Vergine Maria (quest’ultimo sui versi del Canto XXXIII del Paradiso della Divina Commedia).
Nel gennaio 1901 Verdi è a Milano. Si sente male. Una folla silenziosa attende sotto le finestre dell’albergo. Il Comune fa cospargere di paglia la strada affinché il rumore delle ruote delle carrozze non lo disturbi.
Il giorno 27 dello stesso mese Giuseppe Verdi muore. Tre giorni dopo, all’alba, il funerale “senza canti e suoni”, come aveva chiesto: solo una folla enorme, silenziosa.
Il mese seguente la salma del compositore e quella di Giuseppina Strepponi vengono traslate nella casa di riposo da lui fondata. Le cronache dell’epoca parlano di una presenza di trecentomila persone. Novecento coristi accompagnano il corteo cantando il Va’ pensiero del Nabucco.

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