Giuseppe Tartini

Viene considerato uno dei maggiori esponenti della Scuola violinistica veneziana. Destinato dai genitori alla carriera ecclesiastica, Giuseppe Tartini (8 aprile 1692, Pirano d’Istria - 26 febbraio 1770, Padova) riceve in un collegio religioso i primi elementi di educazione musicale. Nel 1708 è a Padova per studiare diritto presso l’Università locale, ma si dedica soprattutto all’arte della scherma.
Nel 1710, morto il padre, abbandona definitivamente il mai accettato cammino ecclesiastico e si sposa. Inseguito dalla madre e dal vescovo, è costretto a rifugiarsi in un convento di Assisi, dove rimane tre anni e dove si dedica appassionatamente, in solitudine, allo studio del violino (e, forse, della composizione). Alla morte del frate che lo ha ospitato, Tartini deve pensare a guadagnarsi da vivere: nel 1714 trova impiego come violinista nell’orchestra dell’Opera di Ancona. Nel frattempo a Padova gli animi si sono calmati e Tartini può farvi ritorno e ricongiungersi alla moglie.
Nel 1716, a Venezia, conosce Antonio Veracini e rimane talmente impressionato dalla sua tecnica violinistica che decide di riprendere gli studi per perfezionarsi. Negli anni successivi suona in diverse orchestre, fra le Marche e il Veneto, conquistandosi fama di eccellente violinista, finché nel 1721 è assunto come “primo violino e capo di concerto” alla Basilica di S. Antonio a Padova.
Nel 1723 si reca a Praga, dove resta per tre anni, circondato dalla stima e dall’ammirazione degli ambienti musicali e aristocratici della città. Nel 1726 rientra a Padova e, nel 1728, fonda una scuola di violino la cui fama attira studenti da tutt’Europa. Nonostante i ripetuti inviti che riceve da molti paesi, Tartini non si muove più dalla città.
Nello stesso anno appare la prima raccolta di 12 Concerti per violino, op.1, e nel 1734 pubblica la prima raccolta di Sonate.
Concerti e sonate si rifanno al modello di Arcangelo Corelli, all’epoca ammirato in tutta Europa, ma il trattamento del violino è fin dall’inizio del tutto personale e si basa sui due principi che Tartini stesso espone nel Trattato di Musica secondo la vera scienza dell’armonia (pubblicato nel 1754): l’imitazione della natura e l’espressione degli “affetti”. E siccome lo strumento più naturale (e più adatto ad esprimere gli “affetti” è la voce umana, così la scrittura strumentale deve mirare a riprodurre, per quanto possibile, la cantabilità della voce. Di qui la netta prevalenza, nelle sue opere, della melodia su ogni altro aspetto e la subordinazione a questo fine di tutti gli elementi virtuosistici (di cui pure la sua scrittura è ricchissima). Ma il virtuosismo non è mai fine a se stesso, non serve per mostrare l’abilità dell’esecutore, bensì per sottolineare l’ “affetto”, che rimane lo scopo della musica.
A questi principi si rifà tutta la sua vastissima produzione: oltre 130 concerti e non meno di 170 sonate, fra cui spiccano le due famosissime, intitolate Il trillo del diavolo e Didone abbandonata, nelle quali l’audacia veramente diabolica della tecnica si sposa con un’espressività, un pathos quasi romantici.

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