Puccini Giacomo

È l’ultimo grande compositore del melodramma italiano. Proveniente da una nota famiglia di musicisti, Giacomo Puccini (22 dicembre 1858, Lucca - 29 novembre 1924, Bruxelles, Belgio) viene avviato agli studi musicali nonostante le difficoltà economiche dovute alla morte del padre Michele, avvenuta quando Giacomo ha solo 6 anni. Terminati gli studi, inizia a lavorare come organista, ma la sua passione è il teatro: quando a Pisa viene messa in scena Aida, si fa tutta la strada a piedi per assistere alla rappresentazione.
Nel 1880 è a Milano per studiare composizione con Amilcare Ponchielli e frequenta assiduamente l’ambiente del melodramma, conquistando, in particolare, la stima di Giulio Ricordi, il maggior editore musicale italiano. Il 13 maggio 1884, al Teatro Dal Verme di Milano, va in scena la sua prima opera Le Villi, con esito modesto. Ma Ricordi è convinto delle doti del ragazzo (in cui vede l’erede di Verdi) e continua a offrirgli lavori, finché il 1 febbraio 1893, al Teatro Regio di Torino, va in scena il dramma lirico in 4 atti Manon Lescaut. È la prima opera matura di Puccini e il suo primo grande successo. Il compositore lucchese vi dispiega pienamente il suo talento melodico, non circoscritto al solo canto: la melodia, infatti, circola in continuazione fra voci e strumenti e all’orchestra è affidato il compito di riprendere, rilanciare, amplificare costantemente la linea vocale. Manon Lescaut è la prima opera scritta in collaborazione anche di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, coppia di librettisti che firmerà tutti i grandi successi di Puccini. L’apporto dei due non è secondario, perché Puccini compone a partire dall’idea melodica, non dal testo, e Illica e Giacosa posseggono l’abilità di scrivere, riscrivere e modificare seguendo le indicazioni del compositore. Dalla collaborazione dei tre nascono, negli anni successivi, altri 3 capolavori: La bohème (1896), Tosca (1900) e Madama Butterfly (1904). In queste opere, il compositore porta al massimo sviluppo il principio compositivo della derivazione delle melodie da nuclei generatori, idee madri da cui il materiale tematico si sviluppa mediante un intreccio di varianti che si articola nel dialogo tra voci e strumenti, ottenendo gli esiti di maggior fissità tragica in Tosca e aggiungendo un tocco di colore esotico in Madama Butterfly. Questo linguaggio è sostanzialmente chiuso in se stesso, inevitabilmente destinato a ripetersi, mentre il nuovo secolo, al contrario, è nemico di ogni ripetitività e richiede la “novità” ad ogni costo. E dopo Madama Butterfly, a dispetto del successo ormai mondiale, la creatività di Puccini entra in crisi e la morte di Giacosa (avvenuta nel 1906) complica ulteriormente la situazione. Nel 1907, durante un viaggio a New York, assiste alla rappresentazione di un’opera teatrale da cui trae il soggetto per il suo lavoro successivo intitolato La fanciulla del West, accolto il 10 dicembre 1910 al Metropolitan con grande successo. In quest’opera in 3 atti, la scrittura orchestrale particolarmente frammentata sembra far tesoro delle esperienze di Richard Strauss e di Achille-Claude Debussy, anche se numerosi critici evidenziano come ormai il compositore non faccia che ripetere, abilmente ma stancamente, se stesso. Dopo le tre opere brevi composte durante la guerra e riunite nel Trittico del 1918 (Il tabarro, Suor Angelica, Gianni Schicchi), si rimette al lavoro, nel 1920, su quella che risulta essere la sua ultima opera, Turandot. Il lavoro procede con fatica, Puccini ne studia accuratamente l’orchestrazione, cercando di tener conto delle esperienze della musica contemporanea, in particolare ancora una volta dell’impressionismo di Debussy. Non è soddisfatto del libretto, in particolare del finale, che pretende sia rivisto più volte.
L’ultima scena è ancora allo stato di abbozzo, quando la morte (dovuta ad un collasso in seguito ad un’operazione) lo coglie in una clinica di Bruxelles. Turandot va in scena al Teatro alla Scala di Milano il 25 aprile 1926 diretta dalla magica bacchetta di Arturo Toscanini, il quale omette l’ultima scena, completata (nel 1925) da Franco Alfano. Quando cala il sipario, è proprio la fine dell’ultimo atto della grande ma ormai irrimediabilmente conclusa stagione del melodramma italiano.

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