Niccolò Piccinni

Figlio di un musicista, Niccolò Vito Piccinni (16 gennaio 1728, Bari - 7 maggio 1800, Passy, Parigi) riceve i primi elementi di formazione musicale dal padre, per poi entrare nel Conservatorio Sant’Onofrio di Napoli. Nel 1754 viene rappresentata, con notevole successo, la sua prima opera Le donne dispettose e nel giro di pochi anni si afferma come uno dei migliori compositori di opere buffe della città, tanto che nel 1758 tenta il gran salto e si trasferisce a Roma.
Proprio a Roma, nel 1760, va in scena la Cecchina ossia la buona figliola, l’opera che afferma il nome di Piccinni in tutta Europa. Il libretto, opera di Carlo Goldoni, deriva a sua volta dal romanzo Pamela (di Samuel Richardson), pubblicato in Inghilterra vent’anni prima e uno dei maggiori successi letterari dell’epoca. Il successo del romanzo è da attribuire al fatto che, forse per la prima volta, viene superata la distinzione fra genere letterario “elevato” e “comico”: nel raccontare la storia di un aristocratico che finisce per sposare una popolana, i personaggi più umili non vengono mostrati solo come “maschere” buffe, bensì persone capaci di sentimenti e affetti (tradizionalmente riservati solo ai personaggi nobili o mitologici). Il libretto di Goldoni modifica il finale perché ritiene inverosimile, nell’Italia del tempo, il matrimonio di un nobile e di una ragazza del popolo, per cui alla fine la fanciulla si scopre di nobili natali. Nell’opera rimane comunque un elemento di novità dato dal superamento del carattere puramente farsesco dell’opera buffa grazie all’introduzione di una vena di effusione sentimentale.
La novità della Cecchina ossia la buona figliola non sfugge al pubblico europeo e l’opera ottiene un immediato e vasto successo, tanto da essere rappresentata perfino negli Stati Uniti e (pare) in Cina. È tale la fama di quest’opera che quando a Parigi esplode la polemica sulla riforma di Gluck, gli avversari del compositore tedesco pensano bene di convocare, al fine di contrapporlo a Gluck, proprio Piccinni (anche se le sue opere successive, scritte affrettatamente sull’onda del successo, non raggiungono più l’elevato livello del lavoro più famoso). Piccinni arriva dunque a Parigi nel 1776, non pienamente consapevole dell’asprezza delle polemiche che infiammano l’ambiente musicale della città: diventa subito il compositore-simbolo delle teorie dei conservatori, i quali arrivano addirittura a fargli musicare lo stesso soggetto a cui sta lavorando Gluck (Ifigenia), senza metterlo al corrente di questa doppia assegnazione. Piccinni, però, non nutre nessun astio per il rivale, sembra anzi positivamente interessato alle novità che questi introduce nella forma operistica. Tanto che alla morte di Gluck pronuncia un discorso commemorativo in suo onore, tentando addirittura di organizzare una raccolta di fondi per istituire dei concerti annuali in suo ricordo. Nel frattempo Piccinni continua a comporre, costretto ad adattarsi allo stile della tragédie-lyrique in voga a Parigi ed estraneo alla sua diretta espressività napoletana. Le sue opere hanno così sempre qualcosa di farraginoso, non esclusa Didon del 1783 (il suo lavoro migliore di questo periodo), nella quale mostra di aver assimilato la lezione di Gluck. Non riesce più a ripetere il miracolo di sintesi tra freschezza e sentimento presente in Cecchina e la sua fama, nel tempo, resta legata a quest’unica opera.

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