Pergolesi

Il più originale esponente della scuola napoletana del ‘700. Della brevissima vita di Giovan Battista Pergolesi (4 gennaio 1710, Jesi, Ancona - 16 marzo 1736, Pozzuoli, Napoli) non si hanno molte notizie sicure. Nel 1725 è a Napoli, al Conservatorio dei Poveri, dove si distingue come valente violinista e dove rimane, probabilmente, fino al 1731 anno in cui vedono la luce i suoi primi lavori, uno dei quali (il dramma sacro S.Guglielmo duca d’Acquitania) è verosimilmente il suo saggio finale. L’anno seguente viene assunto come maestro di cappella del principe Stigliano Colonna, presso il quale lavora nei pochi anni che gli restano da vivere, componendo alcune opere serie (su libretti di Pietro Metastasio) e diversi brani liturgici.
Da tempo è malato di tubercolosi ossea, e il male lo consuma rapidamente. Si spegne nel 1736, a soli 26 anni di vita.
Per molti anni è considerato solo come un giovane promettente a cui la morte ha impedito di dare il meglio di sé. Il nome e la fama di Pergolesi divampano improvvisamente in tutta Europa nel 1752, allorquando a Parigi va in scena La serva padrona, originariamente un intermezzo per l’opera Il prigionier superbo. Non solo riscuote un successo clamoroso, ma intorno ad esso si scatena una furiosa polemica, la cosiddetta “querelle des bouffons”: acerrimi detrattori sono coloro che accusano la composizione di non rispettare gli schemi classici dell’opera, a favore si schierano gli illuministi (Rousseau in testa) che salutano entusiasti La serva padrona come la realizzazione concreta dei loro ideali di rinnovamento musicale. La comunicativa diretta, immediata, schietta della melodia di Pergolesi porta effettivamente una ventata di aria nuova negli schemi fossilizzati dell’opera del ‘700. Accanto alla Serva padrona, Rousseau si innamora dello Stabat mater, giudicato dai posteri il più perfetto e commovente duetto mai uscito dalla penna di un compositore. Pubblicato per la prima volta a Londra nel 1749, lo Stabat mater diventa l’opera più ristampata di tutto il secolo e lo stesso Johann Sebastian Bach ne rielabora una parte in una sua composizione. Oltretutto, il fatto che sia l’ultima composizione di un autore morto giovanissimo (terminata probabilmente negli ultimi giorni vita) ne accresce il fascino e alimenta la leggenda.
Anche nello Stabat mater Pergolesi abbandona tutte le convenzioni retoriche, introducendo nella musica sacra modi e forme tipici dell’opera, con una libertà che appare rivoluzionaria. In realtà, l’uso di forme melodiche di derivazione operistica per nulla sminuisce il carattere “sacro” della composizione. Al contrario, è proprio questa caratteristica che permette a Pergolesi di rendere, come nessun altro, il clima di dolente partecipazione di Maria alla morte del Figlio: una silenziosa e rassegnata contemplazione che si apre come a una luce di speranza nel giubilante “amen” conclusivo (che qualche critico ha definito il più bell’“amen” della storia della musica). La popolarità di Pergolesi nel ‘700 è tale da indurre qualche editore senza scrupoli a stampare con il suo nome composizioni di altri musicisti, spacciandole per miracolosi “ritrovamenti”. Fortunatamente la moderna musicologia ha fatto piazza pulita di tante false attribuzioni e oggi la statura di Pergolesi appare più che mai legata ai suoi due grandi capolavori.

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