Purcell

È considerato, accanto a Benjamin Britten, il maggior compositore inglese. Le notizie sulla nascita e sui primi anni di vita di Henry Purcell (1659, Londra - 1695, Londra) sono scarse e confuse. Presumibilmente figlio di un musicista, da fanciullo è quasi certamente corista della cappella reale nell’abbazia di Westminster. Nel 1677, a soli 18 anni, è nominato compositore per l’orchestra d’archi reale e scrive un’Elegy for the death of Mr. Matthew Locke, suo amico e predecessore nell’incarico. Questa carica (sostanzialmente è quella di compositore di corte) lo obbliga a scrivere musica per tutte le cerimonie reali. Nasce così una serie impressionante di Odi per le più svariate circostanze: per l’incoronazione del nuovo sovrano (Giacomo III, 1689), per i compleanni della regina, per il ritorno del re da un viaggio, ecc. La cerimonial ode diventa nelle mani di Purcell un genere sempre più sapientemente elaborato, con introduzioni orchestrali, arie, duetti e cori, che vanno ben al di là della semplice musica di circostanza per raggiungere una dignità artistica notevolissima. Meritano in particolare di essere ricordate le ultime Odi per i compleanni della regina Mary, e l’Ode per il giorno di Santa Cecilia (la patrona della musica) del 1692, Hail, bright Cecilia!, con il suo tono giubilante sostenuto da uno straordinario virtuosismo vocale e strumentale.
Accanto alla musica da cerimonia, l’attività di Purcell si rivolge alla musica sacra e a quella per il teatro. La composizione di musica per la liturgia rientra fra i suoi compiti istituzionali e per le funzioni religiose della cappella reale scrive decine di anthems (gli inni tipici della liturgia anglicana), utilizzando anche in questo caso molte delle forme strumentali e vocali delle odi o della musica teatrale. Il risultato sono opere sacre in cui il sentimento religioso è sempre espresso in modo particolarmente vivo e umano.
L’altro grande amore di Purcell è il teatro, anche se ad esso riesce a dedicarsi solamente negli ultimi anni di vita. Il teatro inglese ha una solida tradizione di commedie recitate con intermezzi musicali e non si piega all’introduzione della nuova forma italiana dell’opera interamente cantata. Purcell, però, non si limita a scrivere solo i classici intermezzi (utilizzati generalmente per intrattenere gli spettatori durante i cambi di scena) e le canzoni che tradizionalmente inframmezzano l’azione, ma anche ampi brani di dialogo musicale che raggiungono i risultati più vivaci in King Arthur del 1961 (con la famosa scena del freddo “dipinto” musicalmente da un agghiacciante vibrato degli archi) e nella The Fairy Queen (1692), vivacissima rielaborazione del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Non solo. Per una rappresentazione privata, scrive Dido and Aeneas (1689), un’opera completamente cantata, destinata a restare per molto tempo (e, secondo numerosi critici, fino ad oggi) la più bella opera scritta da un compositore inglese. Grazie all’uso di una melodia appassionata ed espressiva (di chiara derivazione popolare) che si intreccia con canzoni, cori e danze, Purcell riesce a caratterizzare vivamente, nonostante la brevità dell’opera, il dolore e la tragedia della protagonista.

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