Caccini Giulio

Cantante e compositore attivo alla corte dei Medici a Firenze è uno dei protagonisti della nascita dell’opera. Giulio Caccini (ca 1550, Tivoli, Italia - 10 dicembre 1618, Firenze, Italia), proveniente probabilmente da una famiglia di musicisti, studia canto, liuto, arpa ed entra a far parte della cappella papale a Roma, per poi passare nel 1565 (o nel 1566) alla corte dei Medici a Firenze, dove resterà per tutta la vita. Dotato di una bellissima voce, raggiunge rapidamente una grande fama (in Italia e all’estero) come cantante. Il periodo di attività di Caccini coincide con gli anni che vedono l’affermazione del canto monodico a spese della polifonia. A Firenze in particolare, a partire dal 1580, nella casa del conte Bardi si riunisce la Camerata Fiorentina, un gruppo di letterati e appassionati dell’antichità classica che, come tutti i rinascimentali, hanno come obiettivo la rinascita della musica degli antichi Greci. Secondo le concezioni della Camerata, questa musica è monodica, vale a dire una semplice linea di canto che sottolinea il significato drammatico delle parole. L’obiettivo della polemica è la polifonia, accusata di nascondere, con l’intreccio astruso delle sue voci, il testo, impedendo così quella reale fusione di musica e parola, quel “recitar cantando” caratterizzante l’arte antica. Caccini entra a far parte della Camerata sposandone la causa e schierandosi apertamente per il nuovo stile. Nel 1579, durante i festeggiamenti per le nozze di Francesco de’ Medici, vengono rappresentati alcuni Intermedi per voce sola con accompagnamento strumentale, due dei quali interpretati proprio da Caccini. Dieci anni dopo, in occasione delle nozze del nuovo granduca Ferdinando, Caccini presenta i primi due pezzi di sua composizione.
Negli anni seguenti vedono la luce quelli che sono considerati i primi esempi veri e propri di melodramma, secondo l’accezione nuova del termine: nel 1595 la Dafne e nel 1600 l’Euridice, musicate da Jacopo Peri. Caccini, che rivendica a sé la paternità del nuovo stile, in breve tempo appronta una nuova versione della medesima Euridice. Ma i giudizi dei contemporanei sembrano concordi: viene preferita l’opera di Peri per la sua maggior intensità drammatica, mentre la versione di Caccini viene giudicata più “leggiadra”, probabilmente a causa della maggiore ricchezza di ornamenti con cui questi abbellisce la linea melodica. Sono effettivamente contrapposte due concezioni diverse del “recitar cantando”: l’una privilegia il rapporto fra parola e musica (dando a quest’ultima il compito di piegarsi al testo), l’altra evidenzia i valori espressivi autonomi del canto. Fra il 1602 e il 1614 Caccini pubblica tre raccolte di arie e madrigali, con il titolo di Nuove musiche. Negli scritti introduttivi espone con chiarezza i fondamenti teorici del nuovo stile e torna a rivendicarne la paternità. Le raccolte ottengono subito un notevole successo anche all’estero e contribuiscono notevolmente alla diffusione del “recitar cantando”. In effetti le Nuove musiche contengono gli esiti più notevoli del compositore e mostrano come il Caccini cantante si esprima al meglio nelle forme brevi dell’aria e del madrigale (nelle quali può dar libero sfogo al proprio gusto melodico) piuttosto che nella forma più rigorosamente drammatica dell’opera.

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