Fryderyk Franciszek Chopin

Tipica incarnazione dell’artista romantico che obbedisce solo ai propri estri creativi, Fryderyk Franciszek Chopin (22 febbraio 1810, Zelazowa-Wola, Varsavia - 17 ottobre 1849, Parigi) viene definito il poeta del pianoforte, strumento al quale affida l’espressione di tutti i propri sogni e tormenti.
Il padre Nicolas proviene dalla Lorena e si stabilisce, ancora sedicenne, a Varsavia nel 1787, trovando lavoro come precettore presso famiglie altolocate. Nel 1810, pochi mesi dopo la nascita del secondogenito Fryderyk, diventa professore di francese al Liceo, dove nel 1817 inaugura anche un pensionato per studenti benestanti. Il giovane Chopin si trova così fin da piccolo a contatto con rampolli dell’aristocrazia e dell’alta borghesia e la sua formazione culturale è di notevole livello. Per tutta la vita conserva nel carattere e nel comportamento quei tratti aristocratici acquisiti da fanciullo.
Il suo talento musicale si rivela prestissimo: all’età di 7 anni viene mandato a lezione dal violinista boemo e stimato insegnante Wojciech Zywny, il quale cinque anni dopo, dichiara di non avere più nulla da insegnargli.
Il piccolo Chopin, nel frattempo, comincia a comporre alcune Polacche, tiene qualche concerto e nel 1822 passa sotto la tutela di Jozef Elsner, fondatore e direttore del Conservatorio di Varsavia.
Accanto agli studi musicali, prosegue comunque quelli letterari e solo nel 1826, conseguita la licenza liceale, decide per la carriera musicale, iscrivendosi al Conservatorio. Ne esce 3 anni dopo, e nel giudizio finale il maestro Elsner scrive: “attitudini eccezionali; genio musicale”. Ma i suoi maestri gli hanno insegnato soprattutto teoria e composizione, per quel che riguarda la tecnica pianistica il giovane Chopin ha fatto pressoché tutto da sé. Quando qualche anno dopo a Parigi gli viene domandato della sua formazione pianistica, risponde di aver imparato in sostanza dai grandi pianisti a cui ha dedicato attenti ascolti.
Con questa formazione alla spalle intraprende, nell’estate 1829, il suo primo viaggio a Vienna: porta con sé tre composizioni per pianoforte e orchestra, fra cui le Variazioni op.2 (composte nel 1827) sul tema “Là ci darem la mano” dal Don Giovanni di Mozart, l’opera recensendo la quale Schumann riconosce la genialità del compositore polacco. Il viaggio a Vienna si conclude con un lusinghiero successo e Chopin torna a Varsavia certo di avere davanti a sé una luminosa carriera di pianista-compositore al modo di Ignaz Moscheles o di Johann Nepomuk Hummel, che furoreggiano in Europa in quell’epoca.
A questo scopo, però, necessita di un repertorio più impegnativo e così, tra il 1829 e il 1830, compone due Concerti (in fa minore e in mi minore) per pianoforte e orchestra: sono le sue ultime composizioni con l’orchestra. Con questo patrimonio, il 2 novembre del 1830 lascia di nuovo Varsavia, non immaginando certo che non vi avrebbe più fatto ritorno.
Il secondo soggiorno a Vienna è molto meno felice del primo: la stagione concertistica è già cominciata, alcuni dei suoi antichi ammiratori non sono in città e, per di più, l’insurrezione di Varsavia (scoppiata il 29 novembre) lo rende, in quanto polacco, inviso agli ambienti aristocratici viennesi per definizione amanti dell’ordine.
Inizia così il periodo più duro della sua vita, breve ma tesissimo.
Per qualche mese rimane a Vienna, senza riuscire a farsi ascoltare né a far pubblicare le sue opere. Testimonianza di questo periodo è il drammatico, tormentato Scherzo in si minore op.20 (1830-1831). Nel mese di luglio finalmente riesce ad ottenere un passaporto e a partire con destinazione Parigi. Dopo aver soggiornato brevemente a Linz e Monaco, a Stoccarda lo raggiunge la notizia che i russi sono entrati a Varsavia, e scrive il terribile, disperato Studio in do minore (che verrà pubblicato come op.10 n.12, noto come La caduta di Varsavia) e quello in la minore (op.25 n.11).
Finalmente, alla fine di settembre, arriva a Parigi. Gli inizi sono duri e per più di un anno non conclude nulla. Il suo pianismo non è alla moda: i concertisti osannati sono quelli che sanno far tuonare il pianoforte, che impressionano per la quantità e il volume delle note che riescono ad emettere. Lui, al contrario, predilige le sonorità morbide, il tocco delicato, le sfumature sottili.
Ma tra la fine del 1832 e gli inizi del 1833 qualcosa cambia, “non so per quale miracolo” scrive lo stesso Chopin. Cosa accada in effetti non è chiaro: certamente contribuisce la presenza a Parigi di un buon numero di nobili polacchi in esilio che, conquistati dalle sue maniere raffinate oltre che dalla sua musica, lo prendono sotto la loro protezione, creandogli intorno un’aura di rifugiato politico. Sta di fatto che il compositore calamita attorno a sé un numero sempre maggiore di estimatori, viene invitato sempre più spesso in case aristocratiche e alto-borghesi per suonare di fronte ad un pubblico ristretto e sempre più estasiato. Queste esibizioni non vengono retribuite, ma la conseguenza è che i figli delle famiglie altolocate fanno a gara per andare a lezione da lui, con l’immediata conseguenza che i prezzi delle sue lezioni salgono alle stelle.
I guadagni dell’insegnamento gli consentono un tenore di vita all’altezza dei suoi “ammiratori-clienti”, non obbligandolo ad esibirsi in concerto di fronte al vasto pubblico che apprezza più il virtuosismo spettacolare che la poesia. Chopin è un poeta, un abilissimo quanto raffinato compositore che affida le sue opere all’espressività pianistica, offrendo la propria arte a un pubblico scelto di intenditori, esattamente come i poeti leggono le loro poesie a piccole cerchie di amici fidati.
Per queste serate comincia nuovamente a comporre, praticamente solo per pianoforte, nonostante il suo antico maestro Elsner lo solleciti a non “sprecare” così il suo talento, bensì a utilizzarlo per scrivere un’opera nazionale polacca. Il destino di Chopin, invece, è il pianoforte; le sue composizioni sono quasi sempre brevi, elastiche, liberissime, spaziando attraverso svariati generi: tutto ciò a cui mette mano diventa poesia.
Perfino in pezzi per definizione didattici come gli Studi (op.10, pubblicati nel 1833 e op.25, pubblicati nel 1838), ciò che dovrebbe essere solo un esercizio tecnico è completamente trasfigurato. L’esplorazione delle difficoltà tecniche è sicuramente rigorosa (perché Chopin avverte la necessità di un esercizio serio), ma all’ascolto gli Studi appaiono tutt’altro che esercizi pedanti, diventando bensì splendidi miracoli di dolcezza, talvolta di malinconia, altre volte di rabbia e potenza.
Se gli Studi sono le composizioni che consolidano la fama di Chopin fra i pianisti professionisti, ciò che affascina il pubblico dei salotti sono i Notturni, i Valzer e gli Improvvisi.
Introdotto dal pianista e compositore irlandese John Field, il Notturno (termine usato per indicare brevi composizioni sognanti, solitamente caratterizzate da una dolce melodia cantabile su un semplice accompagnamento) è la moda del momento ed è proprio Chopin a portare il genere al suo massimo splendore. La composizione di Notturni accompagna tutta la sua carriera, da alcuni esempi giovanili (pubblicati postumi) fino agli ultimi anni (op.62, del 1846), infondendo tutto il suo amore per il “bel canto” e la sua vena lirica, autunnale e malinconica.
Il valzer è considerato, al confronto, un genere in qualche modo “minore”, di semplice intrattenimento. Ma anche in questo genere Chopin trasmette tutto il suo stupore di eterno fanciullo di fronte al gran ballo del mondo, suscitando lo stupore di artisti quali Schumann grazie alla nobiltà che pervade anche questi piccoli pezzi solo apparentemente superficiali.
Gli Improvvisi sono invece più estesi, un poco più impegnativi, e in ciascuno di essi si rivela tutto il fascino sognante del suo autore.
L’amore e la nostalgia di Chopin per la sua terra, la sua musica e le sue tradizioni si esprimono invece nelle polacche e nelle mazurke. Più solide, virili, in qualche misura eroiche le polacche, fra cui (famosissime) quelle in la bemolle maggiore op.53 del 1842 e la Polacca-fantasia op.61 (1845-1846), che riecheggiano la lotta dei polacchi per l’indipendenza della patria, mentre le mazurke hanno un carattere più lieve, rievocando piuttosto le danze, le scene di campagna a cui tante volte Chopin ha assistito da ragazzo.
Nel 1835 è ormai un uomo famoso, un pianista affermato, ammirato e invitato da Berlioz, Schumann, Mendelssohn. Nel mese di settembre durante un viaggio in Germania fa visita a Dresda a vecchi conoscenti polacchi, i Wodzinski, e nasce un idillio con la figlia diciottenne, Maria. La storia dura per qualche tempo e nell’autunno dell’anno seguente i due arrivano a un fidanzamento segreto. Alla fine il padre di lei, un ricco proprietario terriero con parenti nobili, si oppone tenacemente al matrimonio della figlia con un musicista e il progetto di matrimonio va in fumo. Rimangono, a testimonianza dell’avvenimento, il Valzer dell’addio (op.69 n.1, del 1835), dedicato da Chopin a Maria e quella Marcia funebre destinata a diventare, due anni più tardi, il terzo movimento della Sonata op.35.
Nel frattempo Chopin conosce la scrittrice George Sand o, meglio, è lei che fa di tutto per conoscerlo e conquistarlo. È separata dal marito e, pur avendo avuto dopo la separazione diversi amanti “ufficiali”, si innamora del timido, riservato Chopin. Il quale tentenna, esita, ma alla fine cede: nell’ottobre del 1838 partono per la Spagna (separatamente, per evitare uno scandalo che potrebbe nuocere alla sua carriera). In novembre sbarcano a Palma di Maiorca e si stabiliscono nella certosa di Valldemosa, ma il soggiorno non è quell’idillio che i due hanno sognato. Soprattutto il clima umido e piovoso danneggia seriamente la salute di Chopin, afflitto da una continua tosse e, alla fine, da espettorazioni di sangue: affiora il fondato sospetto che sia ammalato di tisi. A metà febbraio i due ripartono, e dopo un periodo di convalescenza a Marsiglia, all’inizio dell’estate sono di nuovo a Parigi.
A Maiorca, Chopin completa i Preludi, op.28 (1831-1839), ancora una volta un punto di partenza in qualche modo “tecnico” (i 24 pezzi esplorano tutte le tonalità della scala cromatica, come nel Clavicembalo ben temperato di Bach) viene totalmente trasformato dall’impeto passionale, così l’opera finisce per dar voce al tormentato stato d’animo del compositore durante il soggiorno. Accanto ai Preludi, a Maiorca Chopin porta a termine la seconda Ballata (in fa maggiore, op.38, 1836-1839) e inizia il terzo Scherzo, in do diesis minore, op.39 (1838-1839).
Gli anni del rapporto con la Sand sono per Chopin i più felici e i più fecondi. La sua popolarità resiste anche allo scandalo e fra il 1838 e il 1841 suona per tre volte in privato alla presenza del re Luigi Filippo. Nel 1841 ritorna per la prima volta dopo molti anni su un palcoscenico: il concerto è un trionfo artistico e un successo economico.
Sono questi anche gli anni in cui Chopin compone le sue opere di maggior respiro, più “costruite”, più mature: le due Sonate op.35 (1837-1839) e op.58 (1844), le ultime due Ballate (op.47 del 1840-1841 e op.52 del 1842), gli ultimi due Scherzi (op.39 del 1838-1839 e op.54 del 1842), le grandi Polacche, la Fantasia op.49 (1841), la Berceuse op.57 (1844), la Barcarola op.60 (1845-1846). In tutte queste composizioni Chopin sviluppa una concezione quasi sinfonica del pianoforte, la melodia si fa più asciutta, gli sviluppi più ampi, l’armonia sempre più libera e raffinata.
Ma quest’ultima suprema fase della sua creatività è destinata a finire bruscamente insieme al legame con la Sand. Già dall’estate del 1846 i rapporti si sono incrinati. La situazione precipita, per un banale litigio, nel luglio del 1847: da questo momento Chopin è un uomo finito.
La vena creativa si inaridisce improvvisamente e dopo i grandi capolavori degli ultimi due anni, fra il 1847 e il 1849 scrive solo una melodia per voce e due mazurke.
Anche la salute sembra cedere di colpo. Suona in pubblico ancora una volta, nel febbraio 1848, ma è così prostrato che nell’intervallo sviene per lo sforzo. Recatosi in Inghilterra, Chopin riesce ancora a tenere qualche concerto, ma gli costano ormai una fatica terribile: l’ultimo è un concerto di beneficenza a favore dei profughi polacchi bisognosi.
Peggiorate le condizioni di salute a causa dell’umidissimo clima inglese, ritorna a Parigi alla fine del novembre 1848. Gli ultimi mesi non sono che la lunga agonia di un malato di tisi, le condizioni economiche sono a tal punto precarie che deve accettare un grosso prestito da una ammiratrice inglese.
Gli sono vicini gli amici polacchi di sempre, il pittore Delacroix, il violoncellista Franchomme e, dall’agosto 1849, la sorella Ludwika.
La notte fra il 16 e il 17 ottobre 1849 viene stroncato da un attacco di cuore. Il 30 ottobre, nella chiesa della Madeleine, si svolgono i solenni funerali: è presente tutta l’aristocrazia di Parigi e viene eseguito il Requiem di Mozart. Il cuore di Chopin, estratto dal corpo durante l’autopsia, viene portato a Varsavia in un’urna d’argento e murato in un pilastro della chiesa di S. Croce, la chiesa della sua giovinezza.

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