coltina di coltina
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Calipso

Testo
vv. 190-195 e 257-290

L'augusta Ninfa, del Saturnio udita190
la severa imbasciata, il prode Ulisse
Per cercar s'avviò. Trovollo assiso
Del mar in su la sponda, ove le guance
Di lagrime rigava, e consumava
Col pensier del ritorno i suoi dolci anni.195 […]
O di Laerte
Figlio divin, molto ingegnoso Ulisse,
Così tu parti adunque, e alla nativa
Terra, e alle case de' tuoi padri vai?260
Va, poichè sì t'aggrada, e va felice.
Ma se tu scorger del pensier potessi
Per quanti affanni ti comanda il fato
Prima passar, che al patrio suolo arrivi,
Questa casa con me sempre vorresti265
Custodir, ne son certa, e immortal vita
Da Calipso accettar: benchè sì viva
Brama t'accenda della tua consorte,
A cui giorno non è che non sospiri.

Pur non cedere a lei nè di statura270
Mi vanto, nè di volto; umana donna
Mal può con una Dea, nè le s'addice,
Di persona giostrare, o di sembianza.
Venerabile Iddia, riprese il ricco
D'ingegni Ulisse, non voler di questo275
Meco sdegnarti: appien conosco io stesso,
Che la saggia Penelope tu vinci
Di persona non men, che di sembianza,
Giudice il guardo, che ti stia di contra.
Ella nacque mortale, e in te nè morte280
Può, nè vecchiezza. Ma il pensiero è questo,
Questo il desio, che mi tormenta sempre,
Veder quel giorno al fin, che alle dilette
Piagge del mio natal mi riconduca.
Che se alcun me percoterà de' Numi285
Per le fosche onde, io soffrirò, chiudendo
Forte contra i disastri anima in petto.
Molti sovr'esso il mar, molti fra l'armi
Già ne sostenni; e sosterronne ancora.
Disse; e il Sol cadde, ed annottò.

Parafrasi
Detto questo, Ermes partì e allora, la potente ninfa andò da Ulisse, coem le aveva ordinato Giove; lo trovò seduto sulla riva mentre stava piangendo e si disperava, sperando di tornare e rimpiangendo i dolci anni, perché ormai non aveva più a cuore la ninfa.
La dea si avvicinò e gli parlò: “Divino, furbo Ulisse, figlio di Laerte, quindi non vedi l’ora di partire per la tua patria e per la tua terra? E allora ti auguro di essere felice! Ma se tu riuscissi a immaginare quanti dolori il destino vuole ancora che tu debba soffrire prima di tornare in patria, resteresti qui con me a custodire questa magnifica isola e qui saresti un dio, anche se tu vorresti rivedere la tua sposa per la quale tu sei in pena giorno e notte.

Però io non sono meno di lei, né come persona né per aspetto, e le donne mortali non sono nemmeno paragonabili per aspetto e bellezza alle dee!”
Ulisse, ricco di ingegno, le rispose: “Venerabile dea, non ti arrabbiare con me per questo. So anche io che la saggia Penelope, è meno bella di te, sia per bellezza che per eleganza, perché lei è mortale e tu immortale e che non invecchi mai. Eppure desidero notte giorno questa cosa e soffro al pensiero di tornare e desidero il momento in cui arriverò. Se poi un dio mi colpirà mentre sono in mare, io lo sopporterò, mantenendo la calma. Poiché io ho già sofferto molti dolori e ho già combattuto sia in terra che per mare; e insieme a quello che ho già passato si aggiunga anche questa prova” disse, e il sole calò e venne la sera.

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