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Odissea - Libro VI, parafrasi, vv. 165 - 280

Appunto di iitaliano che ha los copo di fornire la parafrasi dell'incontro fra Ulisse e Nausicaa narrata nel VI libro dell'Odissea.

E io lo dico a Skuola.net
Ulisse e Nausicaa

Nausíca in man tolse la palla, e ad una
Delle compagne la scagliò: la palla
Desviossi dal segno, a cui volava,
E nel profondo vortice cadè.
Tutte misero allora un alto grido,
Per cui si ruppe incontanente il sonno
Nel capo a Ulisse, che a seder drizzossi,
Tai cose in sè volgendo: Ahi fra qual gente
Mi ritrovo io? Cruda, villana, ingiusta,
O amica degli estrani, e ai Dii sommessa?
Quel, che l’orecchio mi percosse, un grido
Femminil parmi di fanciulle Ninfe,
Che de’ monti su i gioghi erti, e de’ fiumi
Nelle sorgenti, e per l’erbose valli
Albergano. O son forse umane voci,
Che testè mi feriro? Io senza indugio
Dagli stessi occhi miei sapronne il vero.
Tal, benchè nudo, sen veniva Ulisse,
Necessità stringendolo, alla volta
Delle fanciulle dal ricciuto crine,
Cui, lordo di salsuggine, com’era,
Sì fiera cosa rassembrò, che tutte
Fuggiro qua e là per l’alte rive.
Sola d’Alcinoo la diletta figlia,
Cui Pallade nell’alma infuse ardire,
E francò d’ogni tremito le membra,
Piantossigli di contra, e immota stette
In due pensieri ei dividea la mente:
O le ginocchia strignere a Nausíca,
Di supplicante in atto, o di lontano
Pregarla molto con blande parole,
Che la città mostrargli, e d’una vesta
Rifornirlo, volesse. A ciò s’attenne:
Chè dello strigner de’ ginocchi sdegno
Temea, che in lei si risvegliasse. Accenti
Dunque le inviò blandi, e accorti a un tempo.
Regina, odi i miei voti. Ah degg’io Dea
Chiamarti, o umana donna? Se tu alcuna
Sei delle Dive, che in Olimpo han seggio,
Alla beltade, agli atti, al maestoso
Nobile aspetto, io l’immortal Diana,
Del gran Giove la figlia, in te ravviso.
E se tra quelli, che la terra nutre,
Le luci apristi al dì, tre volte il padre
Beato, e tre la madre veneranda,
E beati tre volte i tuoi germani,
Cui di conforto almo s’allarga, e brilla
Di schietta gioja il cor, sempre che in danza
Veggiono entrar sì grazïoso germe.
Ma felice su tutti oltra ogni detto
Chi potrà un dì nelle sue case addurti
D’illustri carca nuzïali doni.
Nulla di tal s’offerse unqua nel volto
O di femmina, o d’uomo, alle mie ciglia:
Stupor, mirando, e riverenza tiemmi.
Tal quello era bensì, che un giorno in Delo,
Presso l’ara d’Apollo, ergersi io vidi
Nuovo rampollo di mirabil palma:
Chè a Delo ancora io mi condussi, e molta
Mi seguia gente armata in quel viaggio,
Che in danno riuscir doveami al fine.
E com’io, fissi nella palma gli occhi,
Colmo restai di meraviglia, quando
Di terra mai non surse arbor sì bello,
Così te, donna, stupefatto ammiro,
E le ginocchia tue, benchè m’opprima
Dolore immenso, io pur toccar non oso.
Me uscito dell’Ogigia isola dieci
Portava giorni e dieci il vento, e il fiotto.
Scampai dall’onda ieri soltanto, e un Nume
Su queste piagge, a trovar forse nuovi
Disastri, mi gittò: poscia che stanchi
Di travagliarmi non cred’io gli Eterni.
Pietà di me, Regina, a cui la prima
Dopo tante sventure innanzi io vegno,
Io, che degli abitanti, o la campagna
Tengali, o la città, nessun conobbi.
La cittade m’addita, e un panno dammi,
Che mi ricopra; dammi un sol, se panni
Qua recasti con te, di panni invoglio.
E a te gli Dei, quanto il tuo cor desia,
Si compiaccian largir: consorte, e figli,
E un sol volere in due; però ch’io vita,
Non so più invidïabile, che dove
La propria casa con un’alma sola
Veggonsi governar marito, e donna.
Duol grande i tristi n’hanno, e gioja i buoni:
Ma quei, ch’esultan più, sono i due sposi.
O forestier, tu non mi sembri punto
Dissennato, e dappoco, allor rispose
La verginetta dalle bianche braccia.
L’Olimpio Giove, che sovente al tristo
Non men, che al buon, felicità dispensa,
Mandò a te la sciagura, e tu da forte
La sosterrai. Ma, poichè ai nostri lidi
Ti convenne approdar, di veste, o d’altro
Che ai supplici si debba, ed ai meschini,
Non patirai disagio. Io la cittade
Mostrarti non ricuso, e il nome dirti
Degli abitanti. È de’ Feaci albergo
Questa fortunata isola; ed io nacqui
Dal magnanimo Alcinoo, in cui la somma
Del poter si restringe, e dell’impero.


Parafrasi
Nausicaa intanto lanciò la palla ad una compagna: la palla cadde al di là del limite del campo e finì nel fiume. Tutte gridarono e Ulisse si sveglio’ all’improvviso, si sedette e pensò: “Dove mi trovo io? Fra che popolo? Saranno crudeli, selvaggi, ingiusti o amici e sottomessi agli dei? Ho appena sentito una voce femminile, mi sembra che sia la voce di giovani ninfe che vivono sui monti scoscesi, nelle sorgenti dei fiumi o nelle valli erbose. O sono forse voci umane quelle che ho appena sentito? Adesso andrò a vedere con i miei stessi occhi”.
Detto questo, uscì dai cespugli, e mentre usciva staccò con una mano un ramo con molte foglie e le lo mise attorno ai fianchi, per coprirsi. Come un robusto leone che crede nelle sue forze e scende dai monti e, sotto la pioggia e il vento, con gli occhi ardenti, assale buoi e pecore o insegue cerve e la fame lo spinge ad assalire anche i recinti con le pecore, senza curarsi del pastore di guardia.
Così, nudo, spinto dalla necessità, Ulisse andava verso le fanciulle dalle chiome ricce, alle quali, sporco com’era di salsedine, sembrò un animale, al punto che tutte fuggirono per la riva. Solo la figlia di Alcinoo rimase, perché Atena la rese coraggiosa, e le impedì di tremare, e gli si parò incontro e rimase immobile. Intanto Ulisse era indeciso su cosa fare: stringere le ginocchia di Nausicaa, supplicandola, o pregarla da lontano con parole dolci, affichè gli mostrasse la città e gli desse una veste per coprirsi. Decise di fare così, perché temeva che si offendesse se le avesse stretto le ginocchia. Quindi le parlò dolcemente e misurando le parole: “Regina, ascolta le mie parole. Io sto davanti a una dea o ad una donna umana? Se tu sei una dea che vive nell’olimpo, per la tua bellezza, per i tuoi gesti, per il tuo meraviglioso aspetto, io penso tu sia Artemide, figlia del grande Giove. Ma se sei una mortale siano beati tuo padre e tua madre e beati anche i tuoi fratelli, che rallegri con la tua presenza e ai quali brilla di gioia il cuore quando ti vedono danzare come un fuscello. Ma più felice di tutti sarà l’uomo che un girono ti porterà nella sua casa, carica di doni di nozze. Non ho mai visto una come te, né fra gluìi umani né fra gli dei: mentre ti guardo sono stupito e ammirato. Un giorno a Delo ho visto, presso l’altare di Apollo, uno splendido albero di palma crescere: perché andai a Delo per una guerra e molta gente armata era con me, e fu un’impresa che poi mi si rivoltò contro. E come io, in quell’occasione, rimasi incantato guardando la palma, perché non spuntò mai dalla terra un albero così bello, così io non oso toccarti le ginocchia, anche se sono schiacciato da un grande dolore. Partito dall’isola di Ogigia sono stato in mare per venti giorni, e per tutto questo tempo sono stato in balia delle tempeste e un dio mi buttò su queste rive perché anche qui io sia colpito dalla sventura: perché non credo che gli dei abbiano finito di tormentarmi. Ma tu, o regina, abbi pietà di me, perché sei la prima persona che vedo dopo tanti dolori, e non conosco nessuno di quelli che abitano questa città o questa terra. Dimmi dove si trova la città e dammi qualcosa per vestirmi, se sei venuta qui con una cesta di panni da lavare. E gli dei ti concedano quello che desideri, che sia un marito, dei figli o armonia domestica; perché io so che non c’è bene più prezioso di quando un uomo e una donna gestiscono in armonia la propria casa. I maligni li invidiano e i buoni sono felici per loro: ma quelli che sono i più felici sono lo sposo e la sposa.”
E Nausicaa, dalla pelle candida gli rispose: “Oh straniero, tu non mi sembri per nulla un uomo sciocco o malvagio. Tu sai che Zeus, re dell’Olimpo, quando vuole, dona felicità sia all’uomo buono che al cattivo. A te ha dato delle sciagure e così devi sostenerle da uomo valoroso.
Ma poiché sei capitato sulle nostre spiagge sei stato fortunato perché non ti mancheranno né abiti né altro di quello che necessita a un supplice. Io non mi rifiuterò di indicarti la città e ti dirò il nome dei suoi abitanti. Questa è la fortunata isola dei Feaci; e io sono la figlia del generoso Alcinoo, che governa questo impero e ne ha il pieno potere".
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