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parafrasi dei versi 1-120 del terzo libro dell'Iliade

Versi Libro III Iliade, versi 1-120


Poichè sotto i lor duci ambo schierati
Gli eserciti si fur, mosse il troiano
Come stormo d’augei, forte gridando
E schiamazzando, col romor che mena
Lo squadron delle gru, quando del verno
Fuggendo i nembi l’oceán sorvola
Con acuti clangori, e guerra e morte
Porta al popol pigmeo. Ma taciturni
E spiranti valor marcian gli Achivi,
Pronti a recarsi di conserto aita.
Come talor del monte in su la cima
Di Scirocco il soffiar spande la nebbia
Al pastore odïosa, al ladro cara
Più che la notte, nè va lunge il guardo
Più che tiro di pietra: a questa guisa
Si destava di polve una procella
Sotto il piè de’ guerrieri che veloci
L’aperto campo trascorrean. Venuti
Di poco spazio l’un dell’altro a fronte
Gli eserciti nemici, ecco Alessandro.
Nelle prime apparir file troiane
Bello come un bel Dio. Portava indosso
Una pelle di pardo, ed il ricurvo
Arco e la spada; e due dardi guizzando
Ben ferrati ed aguzzi, iva de’ Greci
Sfidando i primi a singolar conflitto.
Il vide Menelao dinanzi a tutti
Venir superbo a lunghi passi; e quale
Il cor s’allegra di lïon che visto
Un cervo di gran corpo o caprïolo,
Spinto da fame a divorarlo intende,
E il latrar de’ molossi, e degli audaci
Villan robusti il minacciar non cura;
Tale alla vista del Troian leggiadro
Esultò Menelao. Piena sperando.
Far sopra il traditor la sua vendetta,
Balza armato dal cocchio: e lui scorgendo
Venir tra’ primi, in cor turbossi il drudo,
E della morte paventoso in salvo
Si ritrasse tra’ suoi. Qual chi veduto.
In montana foresta orrido serpe
Risalta indietro, e per la balza fugge
Di paura tremante e bianco in viso,
Tal fra le schiere de’ superbi Teucri,
L’ira temendo del figliuol d’Atreo,
L’avvenente codardo retrocesse.
Ettore il vide, e con ripiglio acerbo
Gli fu sopra gridando: Ahi sciagurato!
Ahi profumato seduttor di donne,
Vile del pari che leggiadro! oh mai
Mai non fossi tu nato, o morto fossi
Anzi ch’esser marito, chè tal fora
Certo il mio voto, e per te stesso il meglio,
Più che carco d’infamia ir mostro a dito.
Odi le risa de’ chiomati Achei,
Che al garbo dell’aspetto un valoroso
Ti suspicâr da prima, e or sanno a prova
Che vile e fiacca in un bel corpo hai l’alma.
E vigliacco qual sei tu il mar varcasti
Con eletti compagni? e visitando
Straniere genti tu dall’apia terra
Donna d’alta beltà, moglie d’eroi,
Rapir potesti, e il padre e Troia e tutti
Cacciar nelle sciagure, agl’inimici
Farti bersaglio, ed infamar te stesso?
Perchè fuggi? perchè di Menelao
Non attendi lo scontro? Allor saprai
Di qual prode guerrier t’usurpi e godi
La florida consorte: nè la cetra
Ti varrà nè il favor di Citerea,
Nè il vago aspetto nè la molle chioma,
Quando cadrai riverso nella polve.
Oh fosser meno paurosi i Teucri!
Chè tu n’andresti già, premio al mal fatto,
D’un guarnello di sassi rivestito.
Ed il vago a rincontro: Ettore, il veggo,
A ragion mi rampogni, ed io t’escuso.
Ma quel duro tuo cor scure somiglia
Che ben tagliente una navale antenna
Fende, vibrata da gagliardi polsi,
E nerbo e lena al fenditor raddoppia.
Non rinfacciarmi di Ciprigna i doni,
Chè, qualunque pur sia, gradito e bello
Sempre è il dono d’un Dio; nè il conseguirlo
È nel nostro volere. Or se t’aggrada
Ch’io scenda a duellar, fa che l’achee
Squadre e le teucre seggansi tranquille,
E me nel mezzo e Menelao mettete
D’Elena armati a terminar la lite,
E di tutto il tesor di ch’ella è ricca.
Qual si vinca di noi s’abbia la donna
Con tutto insieme il suo regal corredo,
E via la meni alle sue case; e tutti
Su le percosse vittime giurando
Amistà, voi di Troia abiterete
L’alma terra securi, e quelli in Argo
Faran ritorno e nell’Acaia in braccio
Alle vaghe lor donne. - A questo dire
Brillò di gioia Ettorre, ed elevando
L’asta brandita e procedendo in mezzo,
Di sostarsi fe’ cenno alle sue schiere.
Tutte fêr alto: ma gl’infesti Achei
A saettar si diero alla sua mira
E dardi e sassi, infin che forte alzando
La voce Agamennón: Cessate, ei grida,
Cessate, Argivi; non vibrate, Achei,
Ch’egli par che parlarne il bellicoso
Ettore brami. - Riverenti tutti
Cessâr le offese, e si fur queti. Allora
Fra questo campo e quello Ettor sì disse:
Troiani, Achivi, dal mio labbro udite
Ciò che parla Alessandro, esso per cui
Fra noi surta ed accesa è tanta guerra.
Egli vuol che de’ Teucri e degli Achei
Quete stian l’armi, e sia da solo a solo
Col bellicoso Menelao decisa
D’Elena la querela, e in un di quanta
Ricchezza le pertien. Quegli de’ due
Che rimarrassi vincitor, si prenda
La bella donna, e in sua magion l’adduca
Col tutto che possiede: e sia tra noi
Con saldi patti l’amistà giurata.

Parafrasi libro III, versi 1-120


Nel momento in cui i due eserciti, organizzati schiera per schiera, vennero schierati in ordine per la battaglia in compagnia dei loro comandanti, iniziavano a muoversi i Troiani con urlo e strepito nello stesso modo degli uccelli: in modo simile a quello delle gru che vociano davanti alla volta del cielo, nel momento in cui cercano di lasciare l'inverno e la pioggia infinita, e iniziano a volare con le loro grida in direzione delle correnti dell'Oceano a seminare stragi e morte tra i Pigmei, di primo mattino le gru quindi iniziano a condurre la lotta furiosa.
Gli antichi Greci invece procedevano in maniera silenziosa e presentavano nei visi un'energica risolutezza, avevano sui volti un'energica determinazione. Erano molto risoluti ad aiutarsi tra loro sul campo.
E nello stesso modo in cui lo scirocco sparge la nebbia dalle vette della montagna - la quale non è molto amata dai pastori, ma molto importante per il ladrone nel corso della notte - e uno ci scorge lontano fino al luogo in cui è in grado di lanciare una pietra: allo stesso modo si presentava il polverone che si alzava in modo ampio sotto i piedi dei soldati che erano in marcia, in modo così rapido camminavano nella pianura.
E nel momento in cui si trovarono vicini a battersi tra di loro, si iniziò a fare avanti, tra l'esercito dei Troiani, come un campione, Alessandro che assomigliava a un Dio. Egli aveva nella tracolla la pelle di pantera, l'arco dalla forma curva e la spada, e tra le mani muoveva in maniera agitata due lance che presentavano del bronzo in punta: in questo modo quindi lanciava una sfida ai più valorosi tra i soldati greci per far sì che combattessero uno di fronte all'altro in una lotta accesa. Nel momento in cui Menelao il glorioso lo vide avanzare a passi rapidi davanti al grande gruppo di soldati, egli fu simile a un leone esultante che si imbatteva in un grande animale disteso per terra. - a trovare o un cervo con le grandi corna o una capra selvatica, nella sua lunga situazione di fame: e lo mangia in maniera vorace, sebbene cerchino comunque di cacciarlo via degli scattanti cani e dei giovani molto fiorenti. In questo modo gioì Menelao alla vista di Alessandro: pensava infatti alla vendetta da arrecare al suo nemico scellerato. Menelao scese dal carro rapidamente con le sue armi sul terreno di battaglia. Nel momento in cui Alessandro lo vide apparire tra i primi soldati, fu assalito dal terrore: e indietreggiava tra la folla dei suoi compagni cercando di scampare la morte.
Come quando una persona scorge tra le gole di una montagna un serpente e fa un passo all'indietro, balzando e fuggendo via. Il tremito si impossessa di lui fino alle gambe; e indietreggia, le sue guance diventano pallide: nello stesso modo Alessandro si dileguò tra la folla dei soldati troiani, provava un sentimento di paura il figlio di Atreo.
Lo vide però Ettore, rimproverandolo con parole dure: Paride, scellerato Paride, bello solo
per il suo aspetto fisico! Uomo pazzo per le donne, un codardo seduttore! Oh, se non fossi mai venuto al mondo! Saresti dovuto morire senza essere sposato - sì, soprattutto questo vorrei, che tu fossi migliore - anziché essere una così grande vergogna e tanto inviso agli altri. Adesso, sono sicuro, si rallegrano gioiosamente i Greci: credevano che tu
fossi un guerriero virtuoso perché hai anche un bell'aspetto, e invece in te non c'è segno di coraggio, non c'è dell'energia. E codardo come sei, attraversavi con le navi il mare in compagnia di tanti compagni a te fedeli? e entravi in contatto con persone straniere? e portavi con te una stupenda donna di un Paese lontano, nuora di soldati armati di lancia, per la grande sfortuna di tuo padre, di Troia e dell'intero nostro Paese, e per l'esultanza dei nemici (gli Achei) e prendevi con te una donna bellissima di una terra lontana, una nuora di guerrieri armati e della tua medesima umiliazione? E in questo momento non vuoi, veramente, batterti contro il valoroso re Menelao? Sapresti in questo modo di quale valoroso guerriero detieni la bellissima sposa (Elena)! Non ti aiuteranno, credo, la cetra e i doni che ti ha porto Afrodite, la chioma e la tua grande bellezza, quando cadrai sul terreno polveroso. Ma i Troani sono troppo generosi: altrimenti, certamente, già da tempo indosseresti una veste di pietre, per tutte le cose malvagie che hai commesso.»
Allora Alessandro replicò a lui assomigliando a un dio: «Ettore, hai le tue ragioni per rimproverarmi - non hai
torto.
Però il tuo cuore, ti dico, risulta essere sempre duro come una scure. Così, sembra la scure che perfora il legno
ad opera dell'uomo, nel momento in cui con una certa arte taglia via una trave per nave, ed essa ne accetta lo slancio
fiero. Così duro tu hai l’animo nel tuo cuore. Quindi non mi rinfacciare i bei doni che mi ha porto la bella dea Afrodite. Anche tu lo sai, non si rinnegano i bellissimi doni fatti dagli dei: sono loro che li offrono, uno non li può avere con tutta la sua buona volontà. Ma adesso, se adesso tu vuoi che io mi presenti sul campo di battaglia e combatta, fai in modo che gli altri Troiani e tutti i Greci si siedano: e ponete al mio cospetto il re Menelao dal gran valore, a combattere sul campo per Elena e per tutte le ricchezze. Quindi, colui che riesce vittorioso e si rivela più valoroso, si impossessi di tutti i tesori e si porti Elena a casa. E tutti voi, dopo avere raggiunto un accordo e aver portato avanti con sacrificio dei patti leali, potrete continuare a vivere, lo spero, il territorio fiorente di Troia: loro invece possano ritornare ad Argo nutrice di cavalli e in territorio greco dalle loro splendide donne.»
In questo modo si esprimeva: e ne fu vivamente soddisfatto Ettore nel sentire quella proposta. Egli repentinamente andò in mezzo al campo di battaglia e cercava di frenare i soldati Troiani con una lancia impugnata a metà asta: i Troiani si arrestarono tutti quanti. Ma i greci dalle teste chiomate continuavano ad assalirlo con gli archi e gli lanciavano le frecce: tentavano anche di colpirlo con le pietre.
E allora urlò Agamennone, signore di guerrieri: «Fermatevi, Achei! Non combattete,
figli degli Achei! Ettore sembra voler dire qualcosa.»
Così disse: e gli Achei smisero di combattere e stettero zitti. Quindi Ettore iniziò a parlare
stando in mezzo ai due eserciti: «Ascoltate le mie parole, Troiani e Achei! Ascoltate la proposta di Alessandro! - dato che per causa sua è sfociata la guerra. Ecco: chiede che tutti i Troiani e tutti gli Achei smettano di combattere posando le loro belle armi. Sul terreno di battaglia combatteranno lui e il re Menelao per Elena e le ricchezze. E colui che è in grado di vincere si dimostri più forte, entri in possesso di tutte le ricchezze e della donna, prenda tutti quanti i tesori e si meni a casa la donna. Noi altri successivamente giungeremo ad un accordo e porteremo avanti con sacrificio patti leali.»
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