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l'esortazione di Diomede


Versi 696-712 del libro nono dell'Iliade


"Città raccolto molto nerbo avendo
Di cacciatori e cani, a morte il mise;
Nè minor forza si chiedea: tant’era
Smisurata la belva, e tanti al rogo
N’avea sospinti. Ma la Dea pel teschio
E per la pelle dell’irsuta fera
Tra i Cureti e gli Etóli una gran lite
Suscitò. Finchè in campo il bellicoso
Meleagro comparve, andâr disfatti,
Benchè molti, i Cureti, e approssimarse
Unqua alle mura non potean. Ma l’ira,
Che anche i più saggi invade, il petto accese
Di Meleagro, e la destò la madre
Altéa che, forte pe’ fratelli uccisi
Crucciosa, il figlio maledisse, e il suolo
Colle man percotendo inginocchiata
E forsennata con orrendi preghi"

Parafrasi versi 696-712 del capitolo IX dell'Iliade


Il figlio di Eneo, ovvero Meleagro, l'uccise: costui aveva riunito da numerose città dei cacciatori e dei cani. Non fu comunque abbattutta, dovete credermi, quella bestia, da poche persone: era così grassa, ne aveva inviati numerosi verso la triste pira. Allora la dea (si riferisce alla dea Artemide) scatenò inoltre tra i Cureti e i generosi Etoli un grande tumulto e delle urla di battaglia, per ottenere quindi la testa del cinghiale e della pelle setolosa dell'animale. Dunque, fino al momento in cui combatteva Meleagro, il quale era il prediletto di Ares (il dio della guerra), per i Cureti le cose non andavano bene, e non erano in grado di rimanere fuori delle loro mura, nonostante fossero numerosi. Un giorno però Meleagro, ecco, fu invaso dalla collera: anche ad altri, come potete vedere, la collera sconvolge la mente, nonostante siano saggi. Sì, era arrabbiato con la madre Altea e quindi rimaneva là inerte, vicino alla sua sposa, la bella Cleopatra.
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