Mito 119085 punti

Quante volte sfilar diritto ei tenta
alle dardanie porte, o delle torri
sotto gli spaldi, onde co’ dardi aita
gli dian di sopra i suoi, tante il Pelìde
lo previene e il ricaccia alla pianura,
vicino alla città. Come nel sogno
talor ne sembra con lena affannata
uom che fugge inseguir, né questi ha forza
d’involarsi, né noi di conseguirlo;

Quante volte Achille prova ad arrivare alle porte di
Troia, o dalle torre sotto le mure
con le frecce chiede aiuto di sopra a i suoi,
Così tante vole Achille lo previene e lo ricaccia
nella pianura. Come in un sogno in cui con perseveranza
si insegue un uomo che fugge, e questo non ha la forza
di correre velocemente, ne noi di inseguirlo

così né Achille aggiugner puote Ettorre,
né questi a quello dileguarsi. E intanto
come schivar potuto avrìa la Parca

di Prìamo il figlio, se l’estrema volta
nuovo al petto vigor non gli porgea
propizio Apollo, e nuova lena al piede?

Allo stesso modo Achille non può raggiungere Ettore
Né Ettore può dileguarsi da Achille nella fuga. E intanto
Come aveva potuto schivare la Parca il figlio di Priamo,
se l'ultima volta non gli porgeva una nuova forza nel petto
il propizio Apollo e una nuovo energia nel piede?

Accennava col capo il divo Achille
alle sue genti di non far co’ dardi
al fuggitivo offesa, onde veruno,
ferendolo, l’onor non gli precida
del primo colpo. Ma venuti entrambi
la quarta volta alle scamandrie fonti,
l’auree bilance sollevò nel cielo
il gran Padre, e due sorti entro vi pose
di mortal sonno eterno, una d’Achille,
l’altra d’Ettorre: le librò nel mezzo,
e del duce troiano il fatal giorno
cadde, e vêr l’Orco dechinò. Dolente
Febo allora lasciollo in abbandono;

con il capo Achille chiedeva alle sue genti
di non colpire il fuggitivo con le frecce,
Così che nessuno, ferendolo, potesse precederlo nell'onore
del primo colpo.
Ma quando arrivarono entrambi alle scamandire fonti,
il gran Padre sollevo le bilance dorate al cielo
e vi pose dentro due destini di morte,
una di Achille e l'altra di Ettore:
Le fece volare nel mezzo e il giorno fatale cadde per il
condottiero troiano. Allora piena di dolore
Febo lo lasciò solo

ed al Pelìde fattasi vicina,
sì Minerva parlò: Diletto a Giove

inclito Achille, or sì che giunto io spero
il momento in che noi su queste rive,
spento alla fine il bellicoso Ettorre,
d’alta gloria andrem lieti. Ei più non puote
scapparne ei no, quand’anche il Saettante,
ai piè prostrato dell’Egìoco Padre,
di liberarlo s’argomenti. Or tu
qui sòstati e respira. Andronne io stessa
al tuo nemico, e metterogli in core
di venir teco a singolar conflitto.

E avvicinatasi ad Achille Minerva disse: "Figlio diletto di
Giove, ora che è giunto il momento in cui noi su queste sponde
uccidiamo il bellicoso Ettore, e saremo lieti di una più alta gioia.
Egli non puoi più scappare, anche se il saettante prostrato ai piedi
dell'Egiòco Padre, cerchi d liberarlo. Ora tu
riposati qui e respira. andrò io stessa dal tuo nemico
e gli metterò nel cuore di venire da te
per iniziare il duello.

Obbedì, s’appoggiò lieto al ferrato
suo frassino il Pelìde, e dipartita
da lui la Diva, al volto, alla favella
Dëìfobo si fece, e all’anelante
Ettor venuta, O mio german, dicea,
troppo costui dintorno a queste mura
con piè ratto t’incalza e ti travaglia.
Or via restiamci, e difendiamci a fermo".

Achille le obbedì e si appoggio contento alla sua lancia in frassino
e partita da lui la dea con le sembianze e la voce di Deifobo
si recò da Ettore, e gli diceva:
"o mio germano, troppo Achille è venuto intorno a questo mura
con il suo piede veloceti scappa e ti preoccupa.
Ora andiamo Restiamo qui e difendiamoci da fermi".

Rispose Ettòr: Dëìfobo, di quanti
mi diè fratelli Prïamo ed Ecùba,
sempre il più caro tu mi fosti, ed ora
lo mi sei più che prima, e più mi traggi
ad onorarti, perocché tu solo
da quelle mura osasti a mia difesa,
tu solo uscir, veduto il mio periglio.

Rispose Ettore: Di tutti i miei fratelli figli di Priamo ed Ecuba
tu sei sempre stato il più caro e ora lo sei ancora più di prima
e più mi porti ad onorarti perché tu solo
hai osato difendermi fuori dalle mura,
tu solo sei uscito appena mi hai visto in pericolo.

Fratello amato, replicò la Diva,
i venerandi genitori, e tutti
stringendosi gli amici a’ miei ginocchi
di non uscire mi pregâr, cotanto
terror gl’ingombra: ma l’interno vinse,
che per te mi struggea, fiero dolore.

Fratello amato, replicò la Dea,
i nostri venerabili genitori e tutti
gli amici stringendosi alle mie ginocchia
mi pregarono di non uscire, hanno tantissima paura, ma
il mio intimo vinse, che per te mi struggeva di fiero dolore.

Combattiam dunque arditamente, e nullo
sia più d’aste risparmio, onde si vegga310
s’egli, noi spenti, tornerà di nostre
spoglie onusto alle navi, o se piuttosto
qui cadrà per la tua lancia trafitto.
Sì dicendo, la Diva ingannatrice
precorse, e quelli l’un dell’altro a fronte
divenuti, primier l’armi crollando
fe’ questi detti l’animoso Ettorre:
Più non fuggo, o Pelìde.

Combattiamo dunque con ardore, e non ci sarà risparmio di lance

così che si vedrà se egli uccisi entrambi tornerà
con i nostri corpi alle navi o se piuttosto
morirà qui ucciso dalla tua lancia.
Così dicendo la dea Ingannatrice se ne andò
ed Ettore e Achille erano l'uno davanti all'altro
abbassarono le armi ed Ettore disse:
Più non scappo

Intorno all’alte ilìache mura mi aggirai tre volte,
né aspettarti sostenni. Ora son io
che intrepido t’affronto, e darò morte,
o l’avrò. Ma gli Dei, fidi custodi
de’ giuramenti, testimon ne sièno,
che se Giove l’onor di tua caduta
mi concede, non io sarò spietato
col cadavere tuo, ma renderollo,
toltene solo le bell’armi, intatto
a’ tuoi. Tu giura in mio favor lo stesso.

Intorno alle alte mura iliache, mi sono aggirato già 3 volte
non riesco ad aspettarti. Ora sono io che pieno di coraggio ti
affronto e ti ucciderò o perirò io stesso.
Ma gli dei, che custodiscono i giuramenti, mi siano testimoni,
perché se Giove mi concede l'onore della tua morte,
io non sarò spietato con io tuo cadavere,
ma lo renderò intatto ai tuoi uomini
e lo spoglierò delle belle armi. tu giura che darai lo stesso del mio

Non parlarmi d’accordi, abbominato
nemico, ripigliò torvo il Pelìde:
nessun patto fra l’uomo ed il lïone,
nessuna pace tra l’eterna guerra
dell’agnello e del lupo, e tra noi due
né giuramento né amistà nessuna,
finché l’uno di noi steso col sangue335

l’invitto Marte non satolli. Or bada,
ché n’hai mestiero, a richiamar la tutta
tua prodezza, e a lanciar dritta la punta.

Non parlarmi di accordi, nemico, rispose Achille:
"Non esiste nessun patto tra l'uomo e il leone,
nessuna pace tra l'eterna guerra fra l'agnello ed il lupo,
e tra noi due nessuna amnistia ne giuramenti,
finché uno di noii steso e ricoperto di sangue
non accontenti il mai sazio Marte. Ora stai attento,
che non hai abilitàm a richiamare tutta la tua prodezza
e a lanciare la punta ben dritta

Ogni scampo è preciso, e già Minerva
per l’asta mia ti doma. Ecco il momento
che dei morti da te miei cari amici
tutte ad un tempo sconterai le pene.
Disse, e forte avventò la bilanciata
lunga lancia. Antivide Ettorre il tiro,
e piegato il ginocchio e la persona
lo schivò. Sorvolando il ferreo telo
si confisse nel suol, ma ne lo svelse
invisibile ad Ettore Minerva,

Ogni tiro è preciso, e già Minerva
la mia spada ti comanda, Ecco i momento
In cui sconterai le tue pene per le morti dei
miei amici. Disse e forte si avventò con la
lunga e bilanciata lancia. Ma Ettore vide il rito e
si piegò in ginocchio e riuscì a schivarlo.
Sorvolando il ferro teso si conficcò nel suolo,
ma lo tolse dal suolo, Minerva, invisibile ad Ettore,

e tornollo al Pelìde. - Errasti il colpo,
gridò l’eroe troian, né Giove ancora,
come dianzi cianciasti, il mio destino
ti fe’ palese. Dëiforme sei,
ma cinguettiero, ché con vani accenti
atterrirmi ti speri, e nella mente
addormentarmi la virtude antica.
Ma nel dorso tu, no, non pianterai
l’asta ad Ettorre che diritto viene
ad assalirti, e ti presenta il petto;
piantala in questo se t’assiste un Dio.

E lo ridiede ad Achille,E hai sbagliato il colpo gridò Ettore,
come hai detto prima, neanche Giove ti ha detto il mio destino
Hai le sembianze di un Dio, ma dici cose senza senso
e speri di scoraggiare la mia mente, e di addormentare nella mia mente
la virtù antica.
Ma nel petto tuo, non pianterai la tua asta sul corpo di Ettore che
dritto viene per assalirti e ti porge il suo petto;
piantala qui se ti assiste una divinità"

Schiva intanto tu pur la ferrea punta
di mia lancia. Oh si possa entro il tuo corpo
seppellir tutta quanta, e della guerra
ai Teucri il peso allevïar, te spento,
te lor funesta principal rovina.
Disse, e l’asta di lunga ombra squassando,
la scagliò di gran forza, e del Pelìde
colpì senza fallir lo smisurato
scudo nel mezzo.

"Tu schiva pure la punta della mia lancia.
così che io possa seppellirla tutta quanta nel tuo corpo,
e alleviare i Teucri del peso della guerra, con te morto, tu che sei
la loro più grande rovina".
Disse e tirò la lunga lancia e la scagliò con gran forza
così che colpì proprio nel centro il grande scudo di Achille

Ma il divino arnese
la respinse lontan. Crucciossi Ettorre,
visto uscir vano il colpo, e non gli essendo370
pronta altra lancia, chinò mesto il volto,
e a gran voce Dëìfobo chiamando,
una picca chiedea: ma lungi egli era.
Allor s’accorse dell’inganno, e disse:
Misero! a morte m’appellâr gli Dei.

Ma lo scudo divino, respinse la lancia lontano.
si intristì Ettore quando vide il colpo a vuoto, e non avendo
pronta nessun altra lancia, abbassò il volto tristemente,
e a gran voce chiamava Deifobo per ottenere un picca, ma egli era lontano
allora si accorse dell'inganno e disse:
Miser! A morte mi hanno condannato gli dei

Credeami aver Dëìfobo presente;
egli è dentro le mura, e mi deluse
Minerva. Al fianco ho già la morte, e nullo
v’è più scampo per me. Fu cara un tempo
a Giove la mia vita, e al saettante
suo figlio, ed essi mi campâr cortesi
ne’ guerrieri perigli. Or mi raggiunse
la negra Parca. Ma non fia per questo
che da codardo io cada: periremo,
ma glorïosi, e alle future genti
qualche bel fatto porterà il mio nome.

Credevo che D fosse presente;
ma egli è dentro le mura, mi ha molto deluso Minerva
A fianco a me ho già la morte, e non esiste salvezza per me.
La mia vita un tempo era cara a Giove, e al suo figlio saettante,
ed essi mi erano apparti benevoli nei miei pericoli di guerra.
Ora mi raggiunse la Parca di morte. Ma questo non significa che morirò come
un codardo: Moriremo, ma nella gloria, e alle generazioni future
conosceranno il mio nome.

Ciò detto, scintillar dalla vagina
fe’ la spada che acuta e grande e forte
dal fianco gli pendea. Con questa in pugno
drizza il viso al nemico, e si disserra
com’aquila che d’alto per le fosche
nubi a piombo sul campo si precipita
a ghermir una lepre o un’agnelletta:
tale, agitando l’affilato acciaro,
si scaglia Ettorre.

Detto ciò sguainò la spada che sonora, grande e forte,
gli pendeva dal fianco.
Con questa in pugno alza il viso del nemico, e si spiegò come un'aquila
che che dall'alto scende a piombo per le nubi fosche e si precipita
fino al campo per catturare una lepre o un agnellino:
allo stesso modo, muovendo la spada affilata, si scaglia Ettore contro Achille.

Scagliasi del pari
gonfio il cor di feroce ira il Pelìde
impetuoso. Gli ricopre il petto
l’ammirando brocchier: sovra il guernito
di quattro coni fulgid’elmo ondeggia
l’aureo pennacchio che Vulcan v’avea
sulla cima diffuso. E qual sfavilla
nei notturni sereni in fra le stelle
Espero il più leggiadro astro del cielo;

Questo scagliarsi contro di lui riempì di odio il cuore di Achille.
Gli copriva il petto un ammirabile brocchiere, e sopra era
guarnito con quattro coni, sopra l'elmo ondeggiava un pennacchio dotato
che Vulcano gli ava diffuso sulla cima.
E sul quale brilla nelle notte in cui è sereno Espero,
il più lucente astro del cielo

tale l’acuta cuspide lampeggia
nella destra d’Achille che l’estremo
danno in cor volge dell’illustre Ettorre,
e tutto con attenti occhi spïando
il bel corpo, pon mente ove al ferire
più spedita è la via. Chiuso il nemico
era tutto nell’armi luminose
che all’ucciso Patròclo avea rapite.

Allo stesso modo la punta aguzza lampeggia alla destra di Achelle
che nel cuore vuole uccidere l'illustre Ettore,
e tutto spiando con occhi attenti il bel corpo,
pensa a dove può colpire per dare il colpo fatale.
Il nemico era chiuso nelle armi luminose
che aveva rubato al cadavere di Patroclo.

Sol, dove il collo all’omero s’innesta,
nuda una parte della gola appare,
mortalissima parte. A questa Achille
l’asta diresse con furor: la punta
il collo trapassò, ma non offese
della voce le vie, sì che precluso
fosse del tutto alle parole il varco.

L'unica parte nuda del suo corpo scoperta era la gola,
quella in cui l'omero si innesta al collo,
Una parte mortalissima. Verso il collo Achille
diresse l'asta con rabbia: la punta trapassò il collo di Ettore,
ma non impedì alla voce di uscire, e continuò finché non fosse chiuso
alle parole tutto il varco

Cadde il ferito nella sabbia, e altero
sclamò sovr’esso il feritor divino:
Ettore, il giorno che spogliasti il morto
Patroclo, in salvo ti credesti, e nullo
terror ti prese del lontano Achille.
Stolto! restava sulle navi al mio
trafitto amico un vindice, di molto
più gagliardo di lui: io vi restava,
io che qui ti distesi.

Ettore, ferito cadde nella sabbia e pieno di orgoglio
sopra di esso Achille disse:
"Ettore il giorno che spogliasti il cadavere di Patroclo,
pensavi di essere in salvo e non avevi paura di Achille,
stolto! Sulle navi il mio amico trafitto aveva una persona pronto a
vendicarlo, qualcuno molto più forte di lui: io restavo,
e io qui ti ho ucciso.

Or cani e corvi
te strazieranno turpemente, e quegli
avrà pomposa dagli Achei la tomba.
E a lui così l’eroe languente: Achille,
per la tua vita, per le tue ginoccnia,
per li tuoi genitori io ti scongiuro,
deh non far che di belve io sia pastura
alla presenza degli Achei: ti piaccia
l’oro e il bronzo accettar che il padre mio
e la mia veneranda genitrice
ti daranno in gran copia, e tu lor rendi
questo mio corpo, onde l’onor del rogo
dai Teucri io m’abbia e dalle teucre donne.

Or ai cani e i corvi
strazieranno il tuo corpo, e lui avrà una tomba pomposa tra
gli Achei. Ed Ettore languente rispose: "Achille
per la tua vita, per le tue ginocchia, per i tuoi genitori, io
ti scongiuro, non fare che il mio corpo sia cibo per le belve:
accetta gli averi di mio padre e di mia madre
ti daranno molte ricchezze se tu renderai loro
il mio copre, così che io abbia l'onore di essere bruciato dai Teucri
e dalle Teucre donne.

Con atroce cipiglio gli rispose
il fiero Achille: Non pregarmi, iniquo,
non supplicarmi né pe’ miei ginocchi
né pe’ miei genitor. Potessi io preso
dal mio furore minuzzar le tue
carni, ed io stesso, per l’immensa offesa
che mi facesti, divorarle crude.
No, nessun la tua testa al fero morso
de’ cani involerà: né s’anco dieci
e venti volte mi s’addoppii il prezzo
del tuo riscatto, né se d’altri doni
mi si faccia promessa, né se Prìamo
a peso d’oro il corpo tuo redima,
no, mai non fia che sul funereo letto
la tua madre ti pianga. Io vo’ che tutto
ti squarcino le belve a brano a brano.

Ma Achille rispose: "non pregarmi, iniquo, non supplicarmi
né per le mia ginocchia, ne per i miei genitori,
se Potessi, preso dalla mia rabbia, io stesso sminuzzerei le
tue carni, e io stesso, per colpa della grande offesa che mi hai fatto,
le divorerei crude.
No, nessuno riscatterà la tua testa dal morso dei cani feroci,
anche se raddoppieranno il prezzo del tuo riscatto di 10 o 20 volte
e neanche se Priamo mi prometterà altri doni e
redima il tuo corpo offrendomi tanto ora quanto pesa.
No, non sarà mai che tua madre pianga sul tuo letto di morte
Io voglio chele belve ti squarcino tutto, pezzo per pezzo

Ben lo previdi che pregato indarno
t’avrei, riprese il moribondo Ettorre.
Hai cor di ferro, e lo sapea. Ma bada
che di qualche celeste ira cagione
io non ti sia quel dì che Febo Apollo
e Paride, malgrado il tuo valore,
t’ancideranno su le porte Scee.
Così detto, spirò. Sciolta dal corpo
prese l’alma il suo vol verso l’abisso,
lamentando il suo fato ed il perduto
fior della forte gioventude.

Lo avevo previsto, che ti avrei pregato,
continuò Ettore moribondo.
Hai il cuore come il ferro e lo sapevo. Ma stai attento
che io non sia il motivo di qualche ira celeste.
che non sia per me che Apollo e Paride, malgrado il tuo valore,
ti uccideranno davanti alle porte Scee.
Detto questo morì. Sciolta dal corpo l'anima di Ettore
prese il volo verso l'abisso, lamentando il suo destino e
il perduto fiore della forte gioventtù.

E a lui, già fredda spoglia, il vincitor soggiunse:
Muori; ché poscia la mia morte io pure,
quando a Giove sia grado e agli altri Eterni,
contento accetterò. Così dicendo,
svelse dal morto la ferrata lancia,
in disparte la pose, e dalle spalle
l’armi gli tolse insanguinate. Intanto
d’ogn’intorno v’accorsero gli Achivi
contemplando d’Ettòr maravigliosi
l’ammirande sembianze e la statura;

E al corpo senza vista, Achille aggiunse:
"Muori e che possa e che possa pure io accettare contento la mia
morta quando vorranno Giove e gli altri dei".
Detto questo tolse la sua lancia dal corpo di Ettore
e lo mise da una parte e dalle spalle gli tolse le armi insanguinate.
Intanto tutti intorno si accorsero di Ettore e contemplavano le
bellissime sembianze e l'alta statura di Ettore.

né vi fu chi di fargli una ferita
non si godesse, al suo vicin dicendo:
Per gli Dei, che a toccarsi egli s’è fatto
più tenero che quando arse le navi:
e in questo dir coll’asta il ripungea.
Spoglio ch’ei l’ebbe, fra gli astanti Achei
ritto Achille parlò queste parole:
Amici e prenci e capitani, udite.
Poiché diermi gli Dei che domo alfine
costui ne fosse, che d’assai più nocque
che gli altri tutti insieme, alla cittade
volgiam l’armi, e vediam se, spento Ettorre,
fanno i Teucri pensier d’abbandonarla,
o, benché privi di cotanto aiuto,
coraggiosi resistere...

Non mancò chi non godesse a ferirlo e al suo vicino diceva:
"Per gli dei, egli è più tenero di quando bruciò le navi"
Come fini di spogliarlo tra gli Achei che guardavano
Achille in piedi pronunciò queste parole:
"Amici e prendi e capitani ascoltatemi. Poiché
sono stati gli dei a dirmi che che alla fine sarebbe morto,
perché da solo nocque più di tutti gli altri nemici insieme,
attacchiamo la città e vediamo se, morto Ettore, i Teucri decideranno di abbandonarla,
o anche se privi di un così grande aiuto resisteranno coraggiosi

Ma quale vano consiglio mi ragiona il core?
Senza pianto sul lido e senza tomba
giace il morto Patròclo. Insin che queste
mie membra animerà soffio di vita,
ei fia presente al mio pensiero; e s’anco
laggiù nell’Orco obblivïon scendesse
della vita primiera, anco nell’Orco
mi seguirà del mio diletto amico
la rimembranza. Or via, dunque si rieda
alle navi, e costui vi si strascini.[/ia

Ma quale vano consigli oda il mio cuore? Senza
nessuno che lo piange e senza una tomba giace
il corpo sulla sabbia il corpo di Patroclo.
e finché vivrò lui sarà presente nei miei pensieri;
e se anche nell'Orco Obblivion scendesse in questa vita, anche nell'Orco
mi seguirebbe il ricordo del mio amico
Così adesso andiamo alle navi e strasciniamoci Ettore.

E voi frattanto, giovinetti achivi,
intonate il peana: alto è il trionfo
che riportammo: il grande Ettòr, dai Teucri
adorato qual nume, è qui disteso.
Disse, e contra l’estinto opra crudele
meditando, de’ piè gli fora i nervi
dal calcagno al tallone, ed un guinzaglio
insertovi bovino, al cocchio il lega,
andar lasciando strascinato a terra
il bel capo.

E intanto voi, giovani Achei, intonate una canzone:
grande è il trionfo che portiam: il grande Ettore,
adorato come una divinità dai Teucri, è qui disteso"
Disse questo, e contro l'estinto meditò un atto crudele,
bucò i nervi del piede dal calcagno al tallone e vi inserì un guinzaglio
bovino, e lo legò al suo cocchio, per lasciarlo strisciare
al terra con il suo bel capo

Sul carro indi salito
con l’elevate glorïose spoglie,
stimolò col flagello a tutto corso
i corridori che volâr bramosi.

Achille salì così sul carro a
cui era legato il corpo,
e frusto i cavalli per farli muovere
più velocemente.

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