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Iliade, tra mito ed epica

Il mito
Il mito (dal greco mythos) è un racconto sacro nato oralmente con cui gli uomini di tutte le civiltà della terra, nei tempi più antichi, hanno voluto dare risposta alle eterne domande della ragione sull’origine del mondo, delle divinità e dei fenomeni naturali: esprime cioè la religiosità dell’uomo. I miti inoltre presentano anche i valori e i principi che devono regolare una società, e anche un ricco patrimonio di conoscenze, precetti morali, modelli di comportamento: è una sorta di sistemazione organica del pensiero e una spiegazione del mondo che ha origini antichissime.
I miti presentano caratteri simili in tutte le antiche civiltà umane e si suddividono in:
1) miti cosmogonici, cioè sull’origine dell’universo dal caos;
2) miti teogonici, cioè sull’origine degli dei;

3) miti di civiltà, sull’origine della cultura tipica di un certo popolo;
4) miti eroici, cioè sulle vicende di personaggi gloriosi che sono un modello per tutti.
Il mito ha delle caratteristiche molto precise:
- l’oralità nella creazione del racconto;
- oralità nella trasmissione;
- l’uso fondamentale della memoria, sia da parte i poeti creatori ed esecutori (aedi), sia da parte del pubblico che ascoltava.
Il mito è dunque un antico racconto sacro nato oralmente e tramandato dalla memoria attraverso recitazioni pubbliche.
La narrazione mitologica non è mai fissata in forma definitiva, perchè la trasmissione orale le consente variazioni continue ad opera dei diversi aedi che creano nuove versioni dei miti.

L'epica
E’ un genere letterario nato dall’esigenza di conservare nel tempo la memoria delle proprie origini, vicende storiche, e di rielaborarle per trasformarle in un patrimonio che fondi la cultura della comunità cui si appartiene.
Contenuto dell’epica sono i miti, cioè eventi nei quali un popolo riconosce le proprie radici, talvolta realmente accaduti, ma sempre trasformati allo scopo di esaltare il proprio passato e di sviluppare ed esprimere un sentimento di appartenenza e di riconoscimento della propria identità.
L’epica è “parola solenne” cantata o recitata con l’accompagnamento della cetra che narra vicende del lontano passato di un popolo, dei suoi dei, dei suoi eroi che incarnano valori quali la forza, l’onore,la nobiltà di sentimenti, la lealtà, il coraggio, che sono offerti come modello per tutti gli appartenenti a quella comunità umana. Inoltre l’epica, attraverso le vicende dei suoi eroi, sovrani o semidei, propone a tutti dei comportamenti, delle norme, dei riti, delle regole di convivenza comunitaria, delle credenze, dei valori, delle consuetudini che costituiscono l’identità di un certo popolo, una sorta di “carta di identità” che lo caratterizza rispetto agli altri popoli. Quindi il poema epico offre una visione totale di una certa società in tutti i suoi aspetti e la rappresenta con una narrazione oggettiva, senza interventi del narratore, che non commenta e non giudica gli eventi narrati.

Il poema epico è caratterizzato da due livelli:
1) livello tematico o dei contenuti: i temi più frequenti dei poemi epici sono la guerra e il viaggio.
Queste due tematiche generali hanno poi all’interno dei sottotemi: l’indossare le armi; la battaglia; la morte gloriosa; i funerali dell’eroe; la riunionedegli dei; la discussione tra i capi della spedizione militare; la tempesta durante il viaggio in mare; l’arrivo in terre sconosciute; l’incontro con dei mostri; la discesa nell’Ade e l’incontro con le anime di defunti; l’amore impossibile tra un eroe ed una donna che gli vuole impedire di compiere la sua impresa; l’ira degli dei e la loro vendetta etc...
2) Livello espressivo o della forma: l’epica è caratterizzata da formule, cioè versi ripetuti identici nel corso del poema; i patronimici; gli epiteti; le similitudini che servono a far meglio comprendere ed illustrare un certo fatto vissuto dagli eroi attraverso paragoni tratti dal mondo della natura.

L'Iliade
E’ un poema che esalta le virtù militari degli eroi, ma al tempo stesso maledice la guerra che genera infiniti lutti e sofferenze. Per i greci il male che l’uomo commette è però una fatalità (moira) e fa parte del suo destino di sofferenza. Non esiste tra di loro il concetto di peccato, perché chi è colpevole di atti malvagi è anche una persona che soffre delle disgrazie per volere degli dei: è il paradosso del male. La guerra di Troia ha seminato tante lacrime per causa di una donna, Elena. Ma una diversa versione del mito dice che a Troia fu condotta una sua immagine creata dagli dei e che la vera Elena era innocente, mentre gli dei scatenarono la guerra per vendicare l’offesa di Paride a Era e Atena.
Paride giustifica il rapimento come una conseguenza inevitabile della bellezza di Elena, donata dagli dei agli uomini a cui non è stato concesso di rifiutarla: c’è quindi il paradosso dell’innocente colpevolezza. Priamo dice ad Elena che gli dei sono la causa della guerra che si è scatenata, non lei o Paride. Anche Agamennone incolpa gli dei della sua decisione di togliere ad Achille la propria schiava: gli dei gli hanno messo nell’anima un folle errore (Ate) e lui non ha potuto far nulla.
Ate è l’accecamento fatale che fa commettere delitti di cui gli uomini non sono responsabili: è l’errore personificato, il genio del male, figlio maggiore di Zeus (Il, XIX, v91). Il male commesso dagli uomini è insieme un delitto e il compimento inesorabile di un’incomprensibile fatalità. Gli uomini sanno l’assurdità delle loro contese e che quando gli dei si divertono a far sbagliare gli uomini, non c’è nulla da fare se non morire più nobilmente possibile. L’epica è pervaso dunque da un profondo pessimismo: gli dei sono malvagi o arbitrari nei loro disegni, la fatalità (moira) è fonte di lacrime perché manda sventure e perché induce gli uomini a commettere delitti. Un delitto genera sempre altri delitti. Ad esempio, Agamennone ha ucciso la figlia Ifigenia per avere dagli dei il vento favorevole per la partenza verso Troia: questo peccato non era evitabile, tuttavia attira altri delitti: Agamennone è ucciso dalla moglie Clitennestra che vendica la figlia; Clitennestra è uccisa dal figlio Oreste che vendica il padre. Omero dice che gli dei inducono gli uomini al male, perchè per fare giustizia questi commettono altri delitti.

Ma tale pessimismo non blocca l’uomo greco: il capriccio delle divinità non toglie all’uomo la sua capacità di scelta, ma lo sollecita nel desiderio di essere comunque artefice del suo destino. La sua vita allora è sospesa tra il desiderio di essere protagonista e l’amara constatazione che questa pretesa è assai limitata. L’uomo non è colpevole né innocente, perché preda di una fatalità criminale. Allora gli resta solo la sua gloria, la sua immagine di bellezza.
Il desiderio di protagonismo si esprime come sforzo umano di far regnare un po’ di bellezza e grandezza attraverso l’eroismo e la gloria: i Greci, per dimenticare l’orrore della guerra di Troia, hanno visto in essa una lotta per la bellezza, di cui il fascino di Elena era un simbolo.

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