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Diomede

Diomede, figlio di Tideo e di Deipile, fu re di Argo dopo Adrasto, ed è ricordato soprattutto per le sue gesta durante la guerra di Troia e per la presa di Tebe.
Nell’Iliade compare particolarmente nel libro quinto, intitolato appunto “Le gesta di Diomede”, che narra dell’aristia dell’eroe: accompagnato da Atena, fa strage di Troiani, e quando viene ferito dall’arciere Pandaro la dea lo guarisce.
Subito dopo l’Acheo uccide il Troiano vendicando l’offesa fatta agli Atridi quando l’arciere aveva ferito Menelao rompendo la tregua. In questo stesso libro, Diomede giunge quasi ad uccidere Enea, che viene però salvato dalla madre Afrodite; l’eroe allora ferisce la mano di lei, che scappando chiede il soccorso di Ares. L’Acheo riesce però a ferire lo stesso dio della guerra, sempre aiutato da Atena, e viene fermato solo dalle parole di Apollo che lo avvertono di non tentare, lui mortale, il confronto con gli dei.

Si conclude qui l’aristia di Diomede, che però ricompare più volte nell’Iliade, spesso a fianco dell’astuto Ulisse: ricordiamo in particolare quando i due eroi a Troia rubarono il Palladio, dipinto raffigurante la dea Atena, che si riteneva difendesse la città, e anche quando, intrufolatisi nell’accampamento tracio, uccisero il re e ne rubarono i cavalli.
Diomede non è solo però un eroe forte e audace, è anche leale e rispettoso dei vincoli di ospitalità, infatti quando si trova in battaglia di fronte a Glauco e scopre che in passato i loro avi erano stati reciproci ospiti, i due guerrieri si scambiano le armi e lasciano il duello amichevolmente.
Dante colloca Diomede con Ulisse nell’Inferno, nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, proprio perché lui e Odisseo furono, in vita, astuti e ingannevoli, in particolare quando rubarono la statua a Troia.

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