World between War and Poetry

La cultura e la sofferenza del periodo delle due guerre mondiali narrate da uomini che quel periodo lo hanno vissuto davvero, in prima persona.

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  • 01-07-2008
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Introduzione
Raccontare il ventesimo secolo da lontano spettatore, seduto tra le comode poltrone di una sorda platea, aldilà del sanguinoso palco fatto di sofferenza, guerra e morte, potrebbe sembrare alquanto oltraggioso agli occhi di chi in quel palco vi ha recitato e vissuto davvero; vi ha visto crollare la propria casa, vi ha visto perdere i legami più importanti, vi ha visto la morte. E l’ha vista veramente, l’ha vista recitare per un secolo intero la stessa tragedia, senza neanche un attimo di pausa tra una scena e l’altra, senza neanche avere il tempo per una preghiera. Perché la preghiera è per i deboli, per coloro che non hanno il coraggio di tirare avanti con le proprie forze, per coloro che in quel palco non vogliono più recitare, perché pensano che questo spettacolo ormai sia durato fin troppo, e non è più piacevole nemmeno assistervi da lontano spettatore, seduto tra qualche comoda poltrona di una sorda platea.
C’è uno strano comune denominatore che unisce e accomuna gli infiniti personaggi che hanno vissuto e subito l’influenza di questo periodo notevolmente drammatico, come uniti da un invisibile filo e inglobati in una sfera che racchiude poeti, scrittori, pensatori, filosofi, scienziati, fisici, che hanno tutti calpestato il suolo della guerra. Lo hanno vissuto e veduto come ogni altro singolo individuo appartenuto a quel triste periodo, ma loro, però, hanno fatto di più; quell’orrore lo hanno anche scritto, dipinto o cantato, rendendolo non più un’esperienza essenzialmente personale, ma adesso “roba di tutti”, affinché potessimo accorgerci, ora, che la guerra è esistita davvero, e che la morte, la paura e la sofferenza non sono soltanto delle astratte essenze prive di forma, ma, invece, una forma ce l’hanno, e anche ben definita. Questi uomini hanno visto per davvero le più brutali delle sofferenze prendere forme umane, tante e diverse forme simili solo nella crudeltà e nella brutalità, rese manifeste dalla efferatezza, dalla ferocia, dalla disumanità e dalle atrocità delle loro azioni, che, per certi aspetti, piangiamo ancora oggi.
Ma allora il loro insegnamento sembra non essere servito a niente, se ci ritroviamo oggi, nell’anno 2008 di fronte ad aventi, situazioni e persone che da questi eroi del passato non vogliono trarre nessun insegnamento. Ma quale insegnamento? Ci sarà poi davvero un insegnamento da trarre da tutto questo? O l’idea che “la guerra anche se fa male in fondo è utile” primeggia nelle menti e nelle coscienze degli uomini? La guerra serve a raggiungere degli spregevoli obiettivi. Spregevoli e ignobili ma pur sempre importanti. Basti pensare al fatto che se un soldato uccide un nemico viene considerato un eroe durante la guerra, però se lo uccide nel momento sbagliato non è altro che un assassino. Un paradosso su cui probabilmente in pochi riflettono, ma che sembra forse contenere al suo interno il fulcro centrale dell’intera questione, quella cioè, che la guerra e le sue azioni sono giustificabili se alla fine del percorso vi è un reale e concreto obiettivo, capace di scavalcare persino la morte. Non esiste punizione per i crimini di guerra, solo celebrazione, ed è da questo concetto che va letta e analizzata un’opera talmente grande, mostruosa e al tempo stesso reale che ha influito e continuerà ad influire sulle nostre vite, perché le atrocità sono parte integrante dell’essenza umana, senza le quali, forse, l’uomo non si sentirebbe mai veramente realizzato.

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